(Fonte foto: Legambiente)

Clima in montagna, Legambiente: "soffrono 348 impianti sciistici"

"Per questo chiediamo la definizione di una strategia nazionale per lo sviluppo della montagna che tenga conto anche di un turismo invernale più sostenibile"

Impianti per gli sci dismessi, abbandonati, ormai vecchi e obsoleti, oppure strutture per gli sport invernali temporaneamente chiuse per mancanza di neve, per problemi economici o per fine vita tecnica. E poi casi di "accanimento terapeutico", con impianti che vanno avanti grazie ai contributi dello Stato. A questi si affiancano, per fortuna, storie di riconversione e buone pratiche di un turismo soft e più sostenibile che lascia ben sperare. È questo il doppio volto della montagna legata allo sci alpino e al turismo invernale che Legambiente denuncia e racconta nel report Nevediversa 2020 - Il mondo dello sci alpino nell'epoca della transizione ecologica. A parlar chiaro sono i numeri raccolti: 348 gli impianti in sofferenza monitorati nella Penisola, di questi 132 quelli dismessi e non funzionanti da anni, 113 quelli temporaneamente chiusi e 103 i casi che l'associazione ambientalista definisce di accanimento terapeutico. Strutture presenti in diversi regioni d'Italia ad alta e bassa quota, simbolo spesso di uno snow business che ha prodotto nel tempo un paesaggio fatto di strutture ormai vecchie e obsolete, mentre la crisi climatica e l'aumento delle temperature stanno rendendo sempre più fragile la montagna. 

Tanti casi simbolonel report, con storie segnalate da Legambiente che indicano l'urgenza di ripensare l'offerta turistica invernale: per questo l'associazione ambientalista lancia oggi anche il suo decalogo. Tra i punti principali inseriti, "ascoltare gli esperti sul clima, porre un freno all'uso smodato dell'innevamento artificiale e dei bacini; avere il coraggio di interrompere i contributi per lo sci alpino a località sotto i 1.500 metri; porre un limite al potenziamento dei grandi impianti ad alta quota e ridurre la pressione sugli ambienti più delicati di alta montagna, dicendo stop alla proliferazione all'interno delle aree protette e dei siti Natura 2000". Dall'altro canto è importante "promuovere le molteplici attività che si possono svolgere nella media e bassa montagna creando le condizioni per impiegare le risorse locali, umane e materiali; valorizzare le esperienze sostenibili positive, coinvolgere le comunità locali e avviare dei percorsi di formazione sull'emergenza climatica e sulla valorizzazione del territorio". Negli anni del boom economico, spiega Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi Legambiente, "i territori hanno localizzato impianti spesso in aree non idonee alla pratica sciistica, anche a quote molto basse, addirittura sotto i 1000 metri s.l.m. Parliamo di impianti - tra skilift, seggiovie e cabinovie - che abbiamo censito in questo report ricordando al tempo stesso come i cambiamenti climatici stiano rendendo sempre più vulnerabili e fragili le montagne. Siamo convinti che in questi anni l'economia dello sci alpino non sia stata capace di cambiare le strategie alla luce dei cambiamenti climatici in atto, ora però è giunto il momento di invertire la rotta. Per questo chiediamo la definizione di una strategia nazionale per lo sviluppo della montagna che tenga conto anche di un turismo invernale più sostenibile". Come Legambiente "continueremo a vigilare sul territorio montano e l'idea è quella di creare un osservatorio dei relitti e delle riconversioni di stazioni e comprensori montani", dice Bonardo

Tornando al report Nevediversa, Legambiente inoltre pone l'attenzione sui "casi di accanimento terapeutico" e sul fatto che il denaro pubblico serve a finanziare non solo le grandi stazioni in quota, ma anche a rilanciare località sciistiche dove la neve artificiale è ormai la norma.

Accanto alle buone pratiche, ci sono poi anche storie di riconversione di vecchi impianti, prosegue Legambiente. Ad esempio Caldirola, in provincia di Alessandria, Alta Val Curone, oggi grazie alla mountain-bike sta rivivendo una stagione d'oro, come accadeva negli anni 60 quando era una rinomata località sciistica. Altro esempio arriva dalla Valle d'Aosta dove i comuni di Etroubles, Saint-Oyen e Saint-Rhe'my-en Bosses, nella valle del Gran San Bernardo, hanno scelto di non rinnovare gli impianti di risalita a bassa quota e di puntare invece su un'offerta turistica centrata sulla natura e la cultura. "Queste buone pratiche- conclude Sebastiano Venneri, responsabile turismo di Legambiente- segnano un cambio di prospettiva e di svolta: località che un tempo venivano viste solo come mete legate allo sci cominciano a diventare anche luoghi dove è possibile camminare tutto l'anno, passare momenti di relax nei boschi imbiancati o meno. Per questo è importante incentivare la diffusione di queste nuove forme di turismo montano sostenibile su tutto il territorio".

red/gp  

(Fonte: Dire)