"I Giovedì del Disaster Manager", intervista a Filippo Thiery

Il meteorologo Filippo Thiery parla del ruolo del disaster manager e dell'evoluzione della meteorologia in un'epoca in cui gli eventi estremi capiteranno sempre più spesso

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Forte dell’esperienza maturata nell’alta formazione, soprattutto in e-learning, l’Associazione Nazionale Disaster Manager propone “I Giovedì del Disaster Manager”, un ciclo di 18 Webinar che inizierà giovedì 3 dicembre alle ore 21 con l’intervento aperto a tutti e gratuito di Fabrizio Curcio, Capo Dipartimento Casa Italia e già Capo Dipartimento Protezione Civile. Tutte le informazioni per iscriversi sono su www.assodima.it. Abbiamo chiesto al meteorologo Filippo Thiery, che terrà un webinar a febbraio 2021, come si è evoluta e come si evolverà la meteorologia, quali saranno gli sceneri futuri e in che modo il disaster manager può aiutare la comunità.

A che punto siamo arrivati per quanto riguarda la predicibilità degli eventi meteorologici? 

Negli ultimi decenni c'è stato un miglioramento esponenziale della predicibilità degli eventi meteorologici, dato che insieme alla vertiginosa crescita delle capacità di calcolo sono aumentate le conoscenze fisiche e meteorologiche che consento di fornire dati oggettivi. La meteorologia infatti è una scienza, così come può esserlo la medicina, e si basa su dati oggettivi. In questa scienza siamo arrivati a un livello che potrei quasi definire asintotico: l'aumento esponenziale degli ultimi anni si è arrestato, perché abbiamo raggiunto quel tetto che è il limite intrinseco della fisica stessa - e questo tetto non lo possiamo bucare. È auspicabile però che si continuino le ricerche, con la consapevolezza che siamo arrivati al massimo della predicibilità e dobbiamo imparare a gestire le incertezze ineliminabili. Sotto questo aspetto in realtà abbiamo ancora investito poco, ma dobbiamo farlo soprattutto dal punto di vista culturale. Ci dobbiamo rivolgere soprattutto agli utenti delle previsioni meteo, che possono essere sia i singoli cittadini che gli amministratori, i sindaci. Dobbiamo far capire che la previsione è per sé stessa incerta. Anche quando abbiamo a che fare con determinati eventi più prevedibili di altri, dobbiamo cercare di non “viziare” l'utenza, facendo credere che ogni evento meteorologico possa essere previsto con esattezza. Altrimenti saremo in difficoltà quando ci troveremo di fronte a indicazioni di senso opposto, come un nubifragio che fino a un'ora, a mezz'ora, prima, non sai ancora dove colpirà, se in un quartiere, in un comune o in una frazione di quel comune. Questi eventi fanno meno danni rispetto a una grande alluvione, perché sono più circoscritti, ma dal punto di vista delle vite umane sono i peggiori, perché il preavviso è praticamente nullo. E noi dobbiamo giocare sulla statistica. Infatti, anche se non sappiamo dove colpirà un nubifragio, quando dobbiamo allertare un territorio per preparare bene la macchina della protezione civile e guadagnare quei cinque minuti che possono salvare vite umane, dobbiamo decidere tra due opzioni: o non diciamo nulla, o diamo un'informazione che ha un certo grado di incertezza. Il singolo comune dovrà saperlo e agire, ma noi dobbiamo affrontare il discorso a livello complessivo e statistico: calcolando non dopo ogni allarme se la previsione si è verificata, ma dopo decine, centinaia di allarmi. Per questo è fondamentale un certo tipo di cultura che insegna ai cittadini, che sono i primi attori della protezione civile, che dobbiamo prendere delle accortezze preventive, anche senza certezza. È questa la scommessa che resta da vincere. Ma ora come ora, non siamo pronti ad affrontarla.

Eventi meteo estremi e crisi climatica, a cosa dobbiamo prepararci? 
A livello generale gli eventi estremi capiteranno più spesso. La crisi climatica porta infatti un'atmosfera più calda e un accumulo di vapore acqueo, quindi più “carburante”, più energia in termini di precipitazioni molto intense. Ma cosa aspettarsi, dipende dalla zona del globo. Il mediterraneo ad esempio è un hot spot, ma ci sono molte variabili in gioco. Per esempio la crisi climatica può portare, diciamo durante l'estate, delle ondate di calore più numerose, più intense e più durature, che possono significare una grande perdita di vite umane, oppure può portare eventi meteorologici estremi. Ma delle due l'una, dato che si escludono: è difficile capire quale potrà essere la prevalenza. Quello che è certo, è che ci saranno degli eventi più impattanti. E se non siamo già preparati a questo clima, dobbiamo adattarci.

Quale potrebbe essere il ruolo del disaster manager in questo contesto?
Un ruolo cruciale: dobbiamo riuscire a tradurre le informazioni meteorologiche e geologiche in misure da prendere sul territorio. E per farlo è fondamentale il consenso dell'opinione pubblica, dei cittadini, che non sono spettatori passivi ma, appunto, primi attori. Questo lavoro non può prescindere da un'azione capillare sul territorio, quindi dalla conoscenza del territorio e dei tipi di rischi. Il territorio italiano è molto variegato e molto complesso. Il disaster manager deve aiutare i nostri amministratori a utilizzare le misure in modo migliore, per applicarle anche quando a posteriori potrebbero rivelarsi eccessive. E questo è un lavoro che va fatto volta per volta, perché non esiste una predicibilità unica. Bisogna decidere di volta in volta se chiudere tutto, più a lungo, meno a lungo, a soffietto, ecc. Tutto questo può essere fatto solo da una figura preposta a gestire queste variabili, che non può essere un sindaco ma qualcuno che possa supportarlo. Ai cittadini bisogna spiegare cosa si può o non si può fare in certi momenti: se si può utilizzare quel sottopassaggio, o quella strada, o quel ponte durante un nubifragio. E a spiegarglielo può essere solo un tecnico, perché anche il sindaco più virtuoso deve sottostare alla logica del consenso.