Accorpamento comuni:
la mobilitazione dell'Anci

L'ipotesi di accorpamento dei comuni sotto i mille abitanti, prevista dalla manovra economica del Governo, preoccupa i sindaci. L'intervista a Marco Iachetta, Vice Delegato Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) per la Protezione Civile

L'accorpamento dei piccoli comuni cambierà qualcosa all'interno della Protezione Civile e, se sì, cosa?

"Questo provvedimento, fatto con urgenza e sotto pressioni internazionali, non tiene conto del fatto che la legge fondamentale di Protezione Civile assegna al sindaco la responsabilità locale come autorità di Protezione Civile. Questo significa che, anche nei comuni sotto i mille abitanti, il sindaco è autorità di Protezione Civile locale. Di questo provvedimento, bisogna capire nel dettaglio come opera e bisogna vedere se verrà convertito in legge, se ci saranno modifiche. La cosa che non possiamo accettare come mondo di Protezione Civile è vedere distorta nei fatti, senza una precisa indicazione e senza un dibattito o un ragionamento, l'autorità sindacale di Protezione Civile per le comunità locali: soprattutto nei piccoli comuni dove è sicuro che l'associazione di volontariato insieme al comune, insieme all'amministrazione politica eletta di volta, offrono quel piccolo presidio per le emergenze locali e un appoggio per gli interventi di livello superiore. Di solito le comunità locali sono molto ricche di volontariato, in sinergia con l'amministrazione, proprio perché 'l'unione fa la forza'. La perplessità è che questo provvedimento intervenga nell'accorpamento di amministrazioni pubbliche con un'incognita sul mantenimento dell'autorità di Protezione Civile. E' chiaro che se questi comuni si dovessero fondere in un'unica municipalità, la '225' avrebbe valore ugualmente: l'unico sindaco della nuove fusione manterrebbe inalterata la propria autorità. Però non si è parlato di 'fusione' ma di 'accorpamento', con delle incertezze sulle modalità. Noi, come mondo delle amministrazioni di Protezione Civile, siamo già abituati a mettere insieme il servizio, perché esistono moltissimi gruppi intercomunali di volontariato e moltissimi centri intercomunali di Protezione Civile che aiutano i singoli sindaci a sviluppare la propria azione di autorità locale. Ci sono moltissimi comuni piccoli che hanno delegato la funzione organizzativa, non l'autorità, a livello associativo, che sia l'unione di comuni o che sia la comunità montana, dove ancora queste esistono, o le unioni speciali: ci sono tantissime realtà locali dove la Protezione Civile è associata e funziona bene".


Questo sarà ancora più significativo nei piccoli comuni di montagna, che sono di per sè più fragili da questo punto di vista?



"I piccoli comuni di montagna hanno la loro capacità associativa storicamente rappresentata dalle Comunità Montane e dalle Unioni di Montagna. Se si va a vedere la statistica, prima della riforma, quindi prima del 2008, circa il 60% dei piccoli comuni aveva una funzione di Protezione Civile associata. Erano consapevoli di essere piccoli e si erano messi insieme per rispondere alle esigenze dei cittadini e alla normativa di legge. E' chiaro che bisogna ricordare anche i tagli: non c'è solo l'intervento sull'accorpamento dei piccoli comuni, ma c'è il taglio del trasferimento dallo Stato alle Regioni e dalle Regioni agli enti locali. Sono almeno due anni in cui non c'è il fondo nazionale di Protezione Civile per le Regioni; le Regioni e quindi i Comuni non ricevono più quella linea di finanziamento che consentiva di mantenere il presidio operativo. Stiamo ancora lavorando con le economie che siamo stati in grado, come sistema locale e regionale di Protezione Civile, di fare. Questo è il problema. Quindi non è solo un intervento di accorpamento: è un intervento anche di riduzione progressiva delle risorse per poter espletare le funzioni fondamentali. Non mi risulta che siano state tolte al sindaco la potestà di protezione civile, quindi rimane un compito sindacale. Bisogna allora che gli  vengano date le risorse per espletare le proprie funzioni. I piccoli comuni di montagna hanno già dato una risposta. Faccio l'esempio di 'Terex 2010', l'ultima esercitazione di livello europeo realizzata in Italia: i comuni di montagna della Toscana sono stati il baluardo perché questa esercitazione si potesse tenere, i centri intercomunali delle comunità montane sono stati le basi operative dove sono state accolte le squadre di intervento croate, russe, francesi, spagnole. Se non ci fossero stati quei centri intercomunali, realizzati dai piccoli comuni di montagna, non si sarebbe potuta fare l'esercitazione, o quantomeno, non si sarebbe potuta fare con strutture così pronte all'uso. Il presidio c'è. Per non parlare di tutto quello che, in tempo ordinario, i comuni di montagna fanno con i loro volontari e associazioni per tenere presidiato il territorio e per la sua manutenzione".


La funzione di 'sentinella del territorio' dei residenti e dei volontari è tanto più vera nelle piccole realtà, in cui la vicinanza con il territorio è maggiore?


"E' verissimo. Faccio un altro esempio: nella comunità montana dell'appennino forlivese c'è un comune, anche se tutti i comuni lo hanno nella loro delibera con cui hanno attivato il centro operativo comunale, che ha una figura, all'interno delle 9 funzioni del 'Metodo Augustus' (strumento di riferimento per la pianificazione nel campo delle emergenze utilizzato dalla Protezione Civile italiana, progettato da Elvezio Galanti, inquadrato dalla legge 225/92, ndr): il 'Delegato di Frazione' di Protezione Civile: una persona che, in ogni frazione, sia di riferimento per la Protezione Civile. Questo serve sia alla Protezione Civile comunale per sapere a chi chiedere cosa sta succedendo in quella situazione, ma soprattutto alla comunità locale, di poche decine o centinaia di persone, per avere una o due persone a cui fare riferimento. Questo è inserito in una delibera comunale. Quindi anche il Prefetto e la Provincia avranno il numero di reperibilità di queste persone e ci sarà quindi la possibilità di comunicare con ogni gruppo familiare tramite queste figure di riferimento, che saranno comunque addestrate. Si comincia a ragionare in maniera capillare. Questo significa avere capacità di governo delle risorse locali e di presidio. Per certi versi queste riforme sono opportune nel ridurre il numero e la complessità delle strutture di governo -  perché è vero che in Italia ci sono troppi livelli di governo che forse rallentano - ma devono essere sviluppate nelle linee attuative e bisogna attendere che il decreto sia convertito in legge. Vorrei ribadire che i piccoli comuni sono i più resilienti, cioè più capaci di rispondere alle emergenze, perché c'è sinergia a pubblico e privato, perché ci si aiuta e c'è più solidarietà".




Julia Gelodi