#Alluvione50, la piena dell'Arno che mette in imbarazzo Firenze

Storia, memoria, territorio. E attualità. Il ricordo è quello degli angeli del fango, protagonisti-spettatori delle commemorazioni per il cinquantenario dell’alluvione. La cronaca, che pare smentire i buoni propositi, è quella di un fiume in piena. Dalla metafora sull’inevitabile resilienza alle parole (non scontate) di speciali testimoni

Le più alte cariche dello Stato che celebrano gli angeli del fango, cinquant’anni dopo. “Un’alluvione come quella? Mai più”. E poi l’Arno che si gonfia di nuovo, il livello dell’acqua si alza, le gru che avevano lavorato per il ripristino di lungarno Torrigiani vengono prima sommerse e poi recuperate dai vigili del fuoco, il ponte Vespucci viene chiuso precauzionalmente. Sembrava un copione scritto da uno sceneggiatore di commedie, ma non si tratta dell’ultimo atto (inedito) di Amici Miei.



A Firenze, nei giorni delle commemorazioni di quel devastante novembre 1966, è andata proprio così. L’immagine del sindaco Dario Nardella al telefono, con indosso l’impermeabile catarifrangente giallo delle emergenze e sullo sfondo la gru che solleva un container dall’acqua, riassume il paradosso di un evento che ha fatto più rumore che danni. Almeno a Firenze.



Eppure poche ore prima il sindaco aveva parlato di fronte al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E prima ancora, davanti agli angeli del fango, aveva detto che in quelle ore “le emozioni non sarebbero mancate”. Che fosse un presagio? Nardella si riferiva invece alle “testimonianze forti, appassionate” di chi ha salvato la città nel 1966. Solo ricordi. “Come se l’alluvione fosse di poco alle nostre spalle e non cinquant’anni fa”.  



Parole che lette il giorno dopo assumono altri significati. “Dobbiamo investire tutto quello che serve per riportare l’Arno a essere un pezzo di Firenze, non il suo avversario” aveva detto da Matteo Renzi nel Salone del Cinquecento, sede principale delle commemorazioni. “I soldi ci sono, bisogna spenderli bene. Dobbiamo investire perché il territorio sia messo in sicurezza. Abbiamo le risorse e una protezione civile che è tra le migliori al mondo... Allora cosa ci manca? Lo stesso entusiasmo e la stessa energia che caratterizzò quel 1966. Il nostro modo per dire grazie - ha aggiunto poi il premier - è sistemare queste casse di espansione rimuovendo alla radice i problemi del dissesto idrogeologico”.



Detto, fatto. La piena dell’Arno ha dimostrato quanto siamo ancora lontani da quella sicurezza (idrogeologica, ma non solo) di cui si è tanto parlato nei giorni delle commemorazioni.



Una piena che non ha fatto paura solo a Firenze, ma anche a Pisa. L’alluvione del ’66 colpì anche la città della torre pendente, che fino al 29 gennaio ospita a Palazzo Blu una mostra con le immagini della devastazione (le foto sono dell’archivio Frassi). E’ lì che abbiamo incontrato Carlo Meletti, sismologo Ingv e responsabile del Centro di pericolosità sismica.



Lui, al tempo dell’alluvione, aveva cinque anni. I suoi ricordi di quei giorni  sono ancora vivi e nitidi. E quando pensa alle piene, alle alluvioni, ai terremoti e a un'Italia costantemente a rischio, be’, risponde così: “Non mi piace sentir dire che viviamo su un territorio fragile. Il problema non è quello di metterlo in sicurezza. Il territorio, del resto, fa il suo lavoro. Semmai è l’uomo che è fragile. Perché si espone ai rischi...”.



Un’analisi cruda e reale che per certi versi riaffiora grazie alla cultura. Non quella devastata dalla piena o distrutta dai sismi, ma quella contemporanea. A cominciare dal teatro. Un’espressione che ha trovato forma nello spettacolo “Il filo dell’acqua” di Francesco Niccolini, andato in scena in prima nazionale proprio al Teatro Verdi di Pisa la sera del 5 novembre. Mentre fuori pioveva a dirotto, la compagnia Arca Azzurra andava in scena raccontando il diluvio. Quel diluvio. Scenografia minimalista, empatica recitazione, e storie. Tante storie vissute in prima persona e intervallate da numeri, luoghi, date, orari. E un po’ di sana ironia su una certa politica che anche allora appariva agli occhi dei fiorentini un po’ clownesca e fuori luogo. Un quadro catastrofico che rivive (in teatro) mezzo secolo dopo, con più libertà di quanta non ce ne possa essere sulle pagine dei giornali.



Alla fine è sempre e comunque di cultura che parliamo. Da una parte c’è quella del rischio e della prevenzione, dall’altra quella “alta”: l’arte. Dal teatro alla scultura, dalla pittura - fino all’8 gennaio al Museo del Novecento sono in mostra (“Beyond Borders”) le opere inviate dagli artisti che risposero all’appello lanciato da Carlo Ludovico Ragghianti - ai libri. Come quelli conservati nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Nel 1966 c’erano tre milioni di pezzi. Oggi quella cifra è più che raddoppiata. Circa 18 mila volumi distrutti dall’acqua e dal fango attendono ancora di essere restaurati.



Se è vero che la memoria è parte essenziale del nostro patrimonio, il ricordo dovrebbe essere il principale strumento per evitare che la storia si ripeta. Così, mentre la Biblioteca apre al pubblico organizzando visite reali - e virtuali - anche attraverso un’esperienza di realtà aumentata in un intreccio tra passato e presente (fino al 26 novembre), c’è ancora un testimone di allora che anche a distanza di cinquant’anni continua a pensare che l’alluvione abbia in qualche cambiato le cose.



No, non è un angelo del fango. Anzi, ritiene che sugli angeli e sulle varie apparizione politiche (e papali) “si sia sempre fatta fin troppa retorica”. Lui si chiama Giampietro Gamucci. Ha 92 anni ed è il parroco della chiesa di San Niccolò, nell’oltrarno fiorentino. L’alluvione fece paura anche a lui. “Ma non c’era tempo per accorgersene”, ci ha detto.


 
“Prima del 4 novembre 1966 eravamo due popoli: credenti e non credenti, comunisti e democristiani, i fedeli e gli infedeli” ha aggiunto don Giampiero. "Due popoli divisi. Invece in quel momento l’universalità dei problemi ha annullato tutte le differenze”.



Fratellanza, solidarietà, empatia. C’era ieri per l’alluvione, c’è ancora oggi dopo il sisma che ha colpito il centro Italia. Eppure, fatta un’ovvia eccezione per chi vive sulla propria pelle la distruzione, quell’attenzione verso l’altro (e verso il proprio territorio) tende ad affievolirsi nel tempo fino a scomparire (quasi) del tutto. Se la storia e la memoria hanno qualcosa da insegnare, quindi, la lezione è proprio questo: occorre costruire un nuovo senso di cittadinanza. Per farlo non dobbiamo attendere la prossima emergenza. Lo sviluppo avviene anche - e soprattutto - in tempo di pace. Un obiettivo possibile, certo. Ma difficile da raggiungere. Come limitare la piena dell’Arno nei giorni delle commemorazioni per il cinquantenario.



La narrazione della commemoriazione ha lasciato il segno anche sui social (hashtag #Alluvione50). Tutto il resto è disponibile sul sito toscana.firenze2016.it.

gianluca testa
@gitesta