Fonte Facebook Provincia di Bergamo

Cento anni fa il disastro della diga di Gleno

Il crollo della diga avvenne il primo dicembre del 1923 e causò la morte di 359 persone in Val di Scalve nel bergamasco, ancora oggi non è stato individuato il colpevole

Cent'anni dopo il disastro del Gleno, in Val di Scalve, nel bergamasco, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricorda le 359 vittime del crollo. "Sono trascorsi cento anni dal giorno del disastro della diga del Gleno che si squarciò la mattina del 1 dicembre 1923, dopo nefasti e purtroppo trascurati annunci. Oltre 350 persone vennero travolte e uccise: molte di queste erano fanciulli. La morte, il dolore, la sofferenza impressero un segno indelebile sulle comunità e sulle valli. L'Italia intera non dimentica, come non possono dimenticare le genti che hanno ricostruito dopo la catastrofe". Sono le parole che Mattarella ha inviato in un messaggio al sindaco del comune di Azzone (BG), Mirella Cotti Cometti, Componente del Comitato "Disastro del Gleno 1923/2023".

Il crollo
Un disastro che vide crollare la diga appena 4 mesi dopo il termine dei lavori. Il primo dicembre infatti la diga si squarciò allagando la vallata e uccidendo i suoi abitanti. “Milioni di metri cubi di acqua – si legge ancora nel messaggio del Quirinale – precipitarono sui paesi sottostanti, cancellando case, scuole, fabbriche, strade".

L'iter della costruzione
Per costruire la diga ci vollero cinque anni di lavori, una volta terminata arrivò ad essere alta 30 metri e a contenere 6 milioni di metri cubi di acqua. Questo muro d'acqua la mattina del 1 dicembre del 1923 si riversò sui paesi e le frazioni sottostanti: Bueggio, il Dezzo, Angolo con Mazzunno e Corna di Darfo. Quel che restò dell’imponente massa d’acqua terminò la sua corsa nel fiume Oglio e poi nel lago d’Iseo. L'opera era stata costruita per volere di Michelangelo Viganò, titolare dell’azienda cotoniera Fratelli Viganò di Ponte Albiate Brianza, per rendersi indipendente dal punto di vista energetico. Negli anni però il progetto cambia molte volte anche in modo poco trasparente: “Dai 3,9 milioni di metri cubi autorizzati si passa presto a 5 e poi a 6. Da una diga a gravità, la tipologia costruttiva cambia in corso d’opera a diga ad archi multipli. Il cosiddetto “tampone” che sbarra nella gola la vallata raggiunge i 20 metri d’altezza, più di qualsiasi altra diga esistente al mondo” si legge su l “Eco di Bergamo”. Ma nell’agosto del 1923, a seguito di un sopralluogo del genio civile che porta alla luce tutte le irregolarità, il Ministero dei lavori pubblici ordina la sospensione dei lavori e l’immediata presentazione di progetti aggiornati. 

Ripresa dei lavori 
Senza aspettare l’autorizzazione
per la ripresa dei lavori, la ditta Viganò, dopo aver comunicato la variazione del progetto, riaprì il cantiere. Le testimonianze degli operai scalvini che presero parte ai lavori raccontano di utilizzo di manodopera sottopagata, procedure scorrette, utilizzo di materiali di cattiva qualità e di assenza di un’adeguata assistenza tecnica. Nel giro di due anni la diga fu ultimata e raggiunse la massima capacità il 14 ottobre 1923. Poi il crollo, neanche due mesi dopo e l'inizio di una lunga vicenda legale contro Viganò per omicidio colposo e il suo progettista l’ingegner Santangelo e Luigi Vita, l’impresario costruttore. Dopo una prima condanna di Viganò e Santangelo, che vide per entrambi una pena di 3 anni e 4 mesi di carcere unita al pagamento di 7.500 lire per le spese processuali, le parti fecero ricorso alla Corte di Appello di Milano che il 27 novembre del 1928 assolse sia Viganò (nel frattempo morto) che Santangelo per insufficienza di prove. Ad oggi quindi nessuno è stato ritenuto responsabile per il disastro. Una ferita ancora aperta che il comitato vuole raccontare ai posteri. “Come comitato, ci siamo proposti di raccontare questa storia, di farla conoscere a chiunque ancora non la conoscesse, anche al di fuori dei nostri territori. È ancora troppo poco conosciuta e noi sentiamo la responsabilità, a distanza di cento anni, di non lasciarla cadere nel vuoto e anzi di assicurarci che il mondo abbia imparato la lezione di questa drammatica vicenda” testimonia Stefano Albrici, Presidente del Comitato Centenario Disastro Diga del Gleno.

Red/cb
(Fonti: Ansa, L'Eco di Bergamo)