Fonte foto: ilcambiamento.it

Clima: i maggiori inquinatori
non aderiscono al 'Kyoto 2'

Con un giorno di ritardo, l'8 dicembre i 194 Paesi che hanno partecipato alla Conferenza dell'ONU sui cambiamenti climatici hanno raggiunto un accordo, deludente per molti e che lascia i lavori ancora aperti

L'impegno a ridurre ulteriormente le emissioni di gas serra, dando il via libera ad una seconda fase del Protocollo di Kyoto, arriva da un numero limitato di Paesi, e i grandi inquinatori se ne tengono fuori. Inevitabile l'insoddisfazione e la delusione di molti per una strada verso la tutela del globo che pare ancora interesse di pochi.

Alla 18/a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tenutasi a Doha dal 26 novembre all'8 dicembre 2012, l'ok al 'Kyoto 2' è arrivato solo da Unione Europea, Croazia, Islanda e altri 8 Paesi industrializzati tra cui Svizzera, Norvegia e Australia (che insieme rappresentano unicamente il 15% delle emissioni globali di gas inquinanti), mentre Canada, Giappone, Russia, Nuova Zelanda e ancora una volta USA non hanno aderito al progetto. Nessun impegno neanche da Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa e da altri Paesi emergenti.

La seconda fase del Protocollo di Kyoto si svilupperà dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2020 e vuole puntare alla riduzione delle emissioni di Co2 in un range compreso tra il 25 e il 40% rispetto ai livelli del 1990. Ciascun Paese dunque riesaminerà i suoi obiettivi di riduzione dei gas entro il 2014.
Si è voluto comunque rimandare alla prossima Conferenza dell'ONU, che si terrà nel 2015, la data per fare il punto sulla possibilità di ciascun Paese non aderente di rivedere le misure del proprio impegno.

All'interno dell'accordo raggiunto con difficoltà l'8 dicembre, un giorno in ritardo sull'ufficiale tabella di marcia, non vi è unicamente il discorso relativo al 'Kyoto 2', bensì emergono altri 3 punti di interesse mondiale:
-
il testo di Doha spinge i Paesi sviluppati a sostenere, quando le circostanze economiche lo consentiranno, i Paesi del Sud del mondo con nuovi aiuti finanziari per fronteggiare i cambiamenti climatici. Per concretizzare questo punto è stato preso l'impegno che, al prossimo incontro sul clima che si terrà nel 2013 a Varsavia, i Paesi sviluppati presentino strategie per mobilitare fondi che arrivino a 100 miliardi di dollari per anno entro il 2020;
- altro punto riconosciuto importante, ma sostanzialmente rimandato all'incontro di Varsavia, è la r
iparazione delle perdite e dei danni causati ai Paesi del Sud con il riscaldamento globale. E' stato deciso che accordi istituzionali per rispondere alla questione verranno infatti presi l'anno prossimo in Polonia. Questo punto è stato oggetto di forti discussioni tra i Paesi del Sud (che si ritengono vittime dell'alterazione del clima perpetuata per mano dei Paesi del Nord) e gli Stati Uniti che temono che un meccanismo simile possa portare a richieste legali di risarcimento e non vogliono spendere più di quanto già previsto dagli accordi;
- infine i Paesi partecipanti alla Conferenza dell'Onu hanno voluto riaffermare l'ambizione di arrivare, in occasione della Conferenza dell'ONU del 2015, ad un protocollo o un accordo che limiti l'aumento della temperatura globale a 2°C e che veda coinvolti, questa volta, tutti i Paesi: non solo quelli industrializzati, ma anche i grandi paesi emergenti e gli Stati Uniti.

Ridurre l'aumento di temperatura a 2°C è un obiettivo che può essere raggiunto solo con un impegno condiviso anche dai Paesi più inquinatori: il 'Kyoto 2' contribuirà sicuramente, ma se non verrà sottoscritto anche dai grandi produttori di gas serra, o se non verrà creato un nuovo accordo o protocollo, il raggiungimento dell'obiettivo potrebbe essere molto difficile.
Il surriscaldamento del pianeta potrebbe intensificare uragani, inondazioni e aumentare il livello del mare: uno scenario che dovrebbe interessare in realtà decisamente più Paesi.

Secondo il nostro Ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, "invece di fare un passo avanti, la comunità internazionale ha fatto un passo indietro perché non si è riusciti a trovare un accordo in grado di dare concretezza e continuità di impegni presi con il Protocollo di Kyoto". "Siamo lontani - ha proseguito - dagli obiettivi che ci eravamo dati ormai più di venti anni fa".

Ha scelto invece di guardare ai risultati con l'ottica del bicchiere mezzo pieno il segretario generale dell'Onu, Ban ki-Moon, per il quale l'accordo di Doha sul clima non è altro che una prima tappa verso la strada della riduzione delle emissioni di Co2, "ma i governi devono fare di più". "Sono state poste le basi per un accordo completo e stringente da raggiungere per il 2015" contro il riscaldamento climatico, ha spiegato il suo portavoce.

Commento analogo anche da parte della Commissione Ue, che in una nota ha parlato di un ''passo in avanti modesto verso un accordo globale nel 2015''.

Passo avanti o passo indietro che sia, rimane ancora il grande scoglio di un accordo condiviso dai Paesi, sia industrializzati sia in via di sviluppo, che producono il maggior tasso di inquinamento globale. Ostacolo che verrà riaffrontato nelle prossime conferenze e che per ora lascia il compito di tutela del globo a chi emette gas serra per il 15% del totale.




Sarah Murru