Ministero delle Finanza (Fonte foto: Wikipedia)

Coronavirus, proposta riapertura attività dal 22. Sindacati contrari

L'ipotesi è vagliata dal Ministero dello Sviluppo Economico. Ma i contrari, oltre ai sindacati, si contano anche tra le file dello stesso governo: su tutti il ministro della Salute Roberto Speranza, che teme una seconda ondata di contagi

Il piano di Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo Economico, ha un tema centrale: riaprire subito, fin dalla prossima settimana, tutte le attività produttive. Nell’idea del ministro, si procederà per tappe: approvazione del nuovo dpcm entro lunedì, via alle attività entro il 22 aprile. Ma non è così semplice. Da una parte, i sindacati e il ministro della Salute Roberto Speranza non sono convinti di questa scelta; da un’altra, ci sarà bisogno di molto tempo per la stesura delle imprescindibili linee per la riapertura. L’altra ala governativa consiglia dunque di rimandare la ripartenza almeno al 28 aprile, una settimana prima della fine ufficiale del lockdown.

Quando riaprire? A premere per la riapertura immediata, oltre al ministro Patuanelli, è anche il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. L'idea è quella di far ripartire già nei prossimi giorni tutte le fabbriche e le imprese che sono capaci di attuare misure di distanziamento, di contingentamento delle linee produttive e del numero di lavoratori durante i turni. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, l’ipotesi più probabile è che nella riunione di lunedì si sblocchino i cantieri per la costruzione di edifici e altre attività che presentano un codice di rischio basso o medio-basso. È probabile che a ripartire per primi siano i settori del tessile, della moda, della fabbricazione degli autoveicoli, dei mobili e degli articoli in pelle. A rischio basso anche l’industria del tabacco, l’estrazione di minerali metalliferi e le miniere. Allo stesso tempo però, Cgil, Cisl e Uil, che attendono la convocazione ufficiale del governo, hanno intenzione di chiedere al governo una sola cosa: che nessuno torni a lavorare senza la garanzia delle condizioni di sicurezza.

Come garantire le condizioni di sicurezza? Le aziende e i negozi che riapriranno dovranno seguire un protocollo molto stretto che riguarda pulizia e dispositivi di protezione. Necessari il dispenser per il disinfettante, mascherine, guanti, ingressi limitati, distanziamento. Si dovrà anche mettere a punto un vero e proprio programma sulla presenza dei dipendenti con turni alternati, con smart working per il numero più alto possibile di dipendenti. Dovrà esserci sempre un medico come punto di riferimento: per le aziende più grandi interno, per le altre si dovrà fare affidamento sulle Asl. Il ministero della salute sta già predisponendo le linee guida. Oltre ai dispositivi obbligatori, tutti dovranno avere un medico di riferimento che monitori in maniera costante i dipendenti. Per chi manifesterà i sintomi da Covid dovrà infatti scattare il protocollo della messa in quarantena e l'effettuazione del tampone. Lo stesso medico dovrà poi compilare le certificazioni dei dipendenti che riprendono l'attività.

Allo stesso tempo, i sindacati rimangono contrari a una riapertura accelerata, anche perché sarebbe difficile garantire in così poco tempo la piena messa in funzione delle condizioni di sicurezza necessarie. Condizioni di sicurezza che rimangono difficili da valutare, anche perché non esistono sanzioni chiare per chi viola le norme. Un’altra difficoltà è presentata dalla gestione dei trasporti, che presenta un’incognita non da poco: come sarà possibile far tornare in movimento così tanti lavoratori in sicurezza? Per questo serve un tavolo che comprenda governo, sindacati ed enti locali.

La spinta degli enti locali. Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, ha annunciato la partenza, a breve, della cabina di regia proposta da Nicola Zingaretti, segretario del Partito Democratico. Ne faranno parte, oltre al presidente della Lombardia, il presidente della Sicilia Musumeci come rappresentante delle Regioni a Statuto Speciale, Bonaccini (Emilia Romagna) come presidente della conferenza delle Regioni, e i Sindaci Pella, Raggi e Decaro in rappresentanza dell’Anci. Tra questo gruppo, una spinta fortissima a ripartire il prima possibile arriva soprattutto dalle regioni Lombardia e Veneto. Attilio Fontana ha anche proposto, per ripartire subito, di "scaglionare il lavoro magari su 7 giorni anziché su 5, con orari di inizio diversi per evitare l'utilizzo eccessivo dei mezzi pubblici in determinate fasce". Francesco Boccia, ministro degli Affari regionali, che ha intenzione di rallentarela corsa in avanti delle regioni, ha già espresso parole dure in questo senso: “Basta protagonismi. La partita si vince solo con il gioco di squadra”. Così, come nella Fase 2 la parola d’ordine sarà “convivenza con il virus”, allo stesso tempo appare chiaro che, pur tenendo conto delle richieste dei governatori, sarà sempre il governo in ultima analisi a concedere le autorizzazioni necessarie. 

Parola d’ordine: convivenza con il virus. Per la Fase 2 resterà in vigore il divieto di assembramento; gli incontri, anche se con poche persone, dovranno essere comunque segnati dal distanziamento. Saranno inoltre limitati gli spostamenti per chi ha più di 70 anni e meno di 18. La libertà di spostamento per fasce d'età è però uno dei capitoli più controversi: se, da una parte, le limitazioni per chi ha più di 70 anni scatteranno in caso di patologie e rientreranno in un piano più ampio soprattutto per chi ha bisogno di essere assistito, per i giovani ci saranno — almeno nella prima fase — divieti altrettanto stringenti, per impedire a eventuali asintomatici di diffondere il contagio. “Abbiamo notato che i ragazzi sono i più restii ad indossare le mascherine”, ha detto il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri.

red/gp

(Fonte: La Repubblica, Corriere della Sera)