(foto: ARES Italia)

Filippine: rientra la prima missione umanitaria. Il racconto di una volontaria

Diversi volontari italiani sono appena rientrati dalla prima missione umanitaria organizzata dal Dipartimento della Protezione Civile nelle Filippine. La situazione là è ancora gravissima ed emergenziale. A noi la racconta Dorotea Ricci, psicologa volontaria dell'ARES Italia, rientrata in Italia da pochi giorni

La missione umanitaria nelle Filippine, organizzata dal Dipartimento nazionale della Protezione Civile, si è data il cambio: il primo turno di medici e tecnici è rientrato da alcuni giorni in Italia e nell'arcipelago devastato dal tifone Haiyan sta operando una seconda squadra. L'emergenza nelle Filippine è ancora grave: le vittime continuano a salire e secondo i dati ufficiali si contano 5.924 persone morte in seguito al tifone. Sono 27.022 i feriti e ancora 1.779 i dispersi. Numeri che fanno venire la pelle d'oca perchè si riferiscono a persone in carne e ossa. Gli sfollati sono quasi 4 milioni di persone, assistite in 386 centri di accoglienza. Una realtà che presenta una dura emergenza che durerà ancora per molto tempo. Ma i filippini stanno affrontando la tragedia con uno spirito forte e resiliente. Per lo meno è la sensazione che Dorotea Ricci, psicologa volontaria dell'ARES Italia appena rientrata dalla prima missione umanitaria italiana, ci ha raccontato in una intervista.

Dorotea, lei è tornata da pochi giorni dal primo turno della missione umanitaria nelle Filippine. Com'è la situazione in loco? Da qui noi vediamo foto e video che mostrano una situazione devastante, lei che ha visto con i suoi occhi riesce a descriverci come si presenta la realtà?
"Io personalmente non avevo guardato prima di partire filmati vari, e continuo a non guardarli adesso per mia scelta personale. Quindi non so esattamente come i media presentino la situazione, ma immagino sia molto reale. Là la situazione è oggettivamente molto molto complessa. Ovviamente dipende dalle aree, ad esempio noi appena arrivati in territorio filippino ci siamo fermati a Cebu, isola vicino a Leyte, che è stata relativamente colpita, ma una volta arrivati a Leyte, in particolare a Tacloban, l'impatto è stato fortissimo. L'aeroporto lì è gravemente lesionato, la torre di controllo è stata distrutta dall'onda altissima che si è abbattuta sulla città in seguito al tifone. La città di Tacloban è oggettivamente devastata e lo sono i territori circostanti. Ci sono macerie ovunque, fumo, fuochi, e nell'aria si respira un odore molto acre che probabilmente ha a che fare con le migliaia di cadaveri che ancora non sono stati recuperati. L'impatto è stato sicuramente terribile, la terra e il territorio sono stati profondamente feriti".

Come hanno funzionato i rapporti con la popolazione?
"I rapporti con la popolazione hanno funzionato molto bene. Ci siamo fatti l'idea che i filippini siano un popolo di estrema gentilezza, generosità e cortesia. Sono persone sorridenti, accoglienti e riconoscenti. Noi poi ci siamo spostati a una trentina di km a sud di Tacloban, vicino ad una città che si chiama Burauen, ugualmente colpita dal tifone ma non dall'onda. E lì ci siamo imbattuti in una realtà più rurale, ci sono diversi Barangay [termine filippino che sta ad indicare un villaggio, quartiere o rione n.d.r.] e noi ci siamo insediati in uno che si chiama San Esteban. Qui la popolazione è stata assolutamente accogliente e disponibile, le persone hanno cercato in tutti i modi di aiutarci per quello che era nelle loro possibilità, rendendo la nostra permanenza un'esperienza positiva. Si è creata un'assoluta collaborazione sia a livello spontaneo sia a livello delle figure di soccorso locali, ad esempio diversi infermieri che sono venuti dopo qualche giorno ad aiutarci, inizialmente come mediatori culturali e linguistici e poi anche proprio come forze operative nel nostro ospedale da campo. Io direi che i rapporti con la popolazione sono stati veramente positivi. I locali hanno dimostrato una grande capacità di supportarci in tutto".

Qual'è il loro atteggiamento rispetto alla disgrazia che hanno subito?
"I filippini hanno mostrato un atteggiamento, paradossalmente, molto positivo. Un atteggiamento che noi qui chiameremmo 'resiliente': hanno mostrato una grande capacità di accettare quello che è successo e di rimettersi subito all'opera. Si vedono infatti in continuazione persone, bambini e anziani che sui cumuli di macerie lavorano cercando di recuperare il recuperabile e cercano di ripartire e ricostruire facendo quello che possono. Quello che veramente colpisce è il loro atteggiamento che rimane assolutamente positivo, almeno dall'esperienza che ho avuto modo di vivere io personalmente".

Come sono organizzati i soccorsi e gli aiuti umanitari in loco?
"Per quello che ho potuto vedere io, che specifico non è molto perchè noi ci siamo insediati in questa località e bene o male siamo rimasti lì, ci sono diverse organizzazioni che operano sul territorio. Nello stesso aeroporto di Tacloban si vedeva che c'erano numerosi materiali stivati. Ci sono altri ospedali da campo di altre nazioni e numerose organizzazioni umanitarie che sono attive sia dal punto di vista sanitario sia da quello di invio di materie prime come cibo, tende, acqua e ogni tipo di cose che possono tornare utili in questa situazione. Mi è sembrato che ci fosse un grande movimento di aiuti. Poi, se questo sia in grado di coprire tutta la necessità sinceramente non lo so, forse no. Però devo dire che un movimento a livello internazionale da parte di chi può offrire aiuto è in atto. Ho visto davvero tante realtà all'opera".

Parliamo dell'intervento specifico che avete fatto. Come vi siete organizzati e gestiti?
"Inizialmente abbiamo fatto base a Cebu. Da qui un primo gruppo, composto dal team leader della missione Paolo Vaccari della Protezione Civile nazionale, dal nostro team leader sanitario Mario Caroli e da altri 3 logisti, è andato in avanscoperta a valutare in loco la situazione per stabilire quale potesse essere la posizione migliore per l'ospedale da campo e le altre strutture. In raccordo con la gestione locale hanno fatto la scelta di spostarci a 30 km a sud da Tacloban dove non era ancora arrivato nessun altro tipo di soccorso. Dopo questo primo gruppo siamo arrivati tutti quanti e i logisti avevano già provveduto a montare le tende per l'ospedale e quelle per i nostri alloggi. All'inizio la condizione logistica era sicuramente complessa: non c'era la luce, l'acqua e i servizi igenici. C'era un edificio, una sorta di centro civico e biblioteca, fortemente lesionato e i logisti sono riusciti a creare qui delle condizioni vivibili impiantando la cucina e un ufficio da cui far partire le comunicazioni possibili. In seguito poi i logisti insieme alle persone del luogo, a cui va davvero un mio personale plauso e riconoscimento, sono riusciti addirittura a portare l'acqua, a creare una piccola doccia e i servizi igenici. Dopo un po' la situazione è diventata decisamente più vivibile. Il giorno dopo il nostro arrivo è iniziata l'attività sanitaria sia nell'ospedale sia per quanto riguarda il mio intervento psicologico".

Quali sono stati i numeri delle persone assistite?
"Noi abbiamo curato una media di circa 150 pazienti al giorno, parlando di cure sanitarie prestate direttamente all'interno dell'ospedale. Abbiamo effettuato anche diversi invii all'ospedale da campo australiano situato a Tacloban grazie al supporto di un'ambulanza che si è riusciti a recuperare. Io, invece, che ho lavorato soprattutto con bambini e adolescenti dall'età di un anno e mezzo a circa 19, avevo trovato nei pressi della struttura in cui eravamo una chiesa pesantemente lesionata ma con alcune zone agibili, e qui mi sono insediata per gestire il mio intervento con la popolazione più giovane. Sono state circa 250 le persone, tra bambini e adolescenti, a cui ho prestato supporto. Per quanto riguarda invece l'intervento relativo ad alcuni adulti che mi sono stati segnalati dai miei colleghi dell'ospedale, avevo ricavato, affianco alle tende dove operavamo a livello sanitario, un piccolo spazio coperto in cui facevo il mio angolo psicologico dedicato agli adulti".

Quali sono state le maggiori problematiche sanitarie che avete riscontrato?
"Da quel poco che io ho potuto vedere, avendo una competenza differente, ho riscontrato molte malattie respiratorie e della pelle e via via patologie più gravi. Come si è sparsa la voce che noi eravamo lì, grazie anche al lavoro che i team leader avevano fatto con le autorità locali, pian piano sono arrivate persone con patologie anche più importanti. Ho visto tantissimi interventi di cura di infezioni, ferite, malattie varie tra cui la tubercolosi. Un intervento in particolare mi ha colpita molto: una bambina neonata, credo al di sotto di un anno, è arrivata all'ospedale da campo con una infezione del sangue e sembrava oggettivamente che non ci fossero possibilità di salvarla. Il nostro team sanitario è invece riuscito a salvarle la vita e questo mi ha fatto pensare alla grande fortuna legata al fatto che il nostro ospedale da campo fosse lì. Devo dire che quello svolto dai sanitari è stato davvero un grandissimo lavoro".

Vuole raccontarci meglio invece il suo intervento con i bambini e gli adolescenti?
"All'inizio si è trattato di un'aggregazione spontanea che si è creata grazie alla curiosità e alla disponibilità dei filippini stessi. Molti bambini vagavano senza un impegno quotidiano dal momento che anche la scuola è gravemente lesionata ed è stata chiusa. Si è dunque creata questa interazione spontanea. Il primo giorno mi ricordo che ho lavorato così spontaneamente con una ventina di bambini. Si è poi sparsa la voce e questi numeri sono aumentati in maniera esponenziale. L'ostacolo della lingua diversa è stato affrontato grazie all'aiuto di una ragazza che frequentava il college che mi ha supportato come mediatrice linguistica dall'inglese alla lingua locale. Abbiamo dunque organizzato due incontri strutturati al giorno: uno nell'arco della mattinata e uno nel pomeriggio. Durante la mattinata facevamo soprattutto interventi clinici lavorando con l'uso delle dinamiche di gruppo, facendo fare disegni, cantando e usando tecniche specifiche. L'idea era creare un intervento di desensibilizzazione del vissuto traumatico. Il pomeriggio ci dedicavamo invece ad attività più ludiche per cercare di alleggerire l'impatto che questa tragedia ha sui più giovani. I ragazzi si sono legati tantissimo a tutti noi e aspettavano questi appuntamenti con molto desiderio. La chiesa era diventata un luogo di ritrovo nel quale dopo un po' di tempo sono arrivate anche persone più adulte, volontari di altre organizzazioni con cui abbiamo organizzato dei giochi cercando di rendere il clima il più possibile vivibile e leggero. Per quanto riguarda invece i casi che mi venivano segnalati direttamente dai colleghi che lavoravano all'interno della struttura campale, ho cercato di fare gli interventi possibili quando si trattava di stabilizzazione da un punto di vista psicologico, mentre quando risultava necessario l'intervento farmacologico ho rimandato le persone ai sanitari stessi".

Quali sono state le maggiori difficoltà dell'intero intervento umanitario, sia dal punto di vista tecnico sia da quello umano?
"Le difficoltà son state di tutti i tipi: dall'organizzazione del trasferimento con gli aerei militari che chiaramente non hanno gli orari come gli aerei di linea, ai disagi strutturali vissuti nei primi momenti, ma anche le difficoltà legate al clima. Nelle Filippine infatti questo è ancora periodo di piogge, quindi là pioveva di continuo e si era sempre bagnati e umidi. Non si potevano poi lavare le cose e non asciugava niente. Moltissime sono state le difficoltà per lavarsi, all'inizio anzi era impossibile ed era difficile consumare pasti che non fossero le razioni predefinite. Però devo dire che grazie all'estrema maestria sia dei tecnici della Protezione Civile sia dei volontari e dei logisti, questi disagi sono rientrati tutti abbastanza presto. In realtà poi una volta che ti trovi in queste situazioni ti adatti, entri nella realtà del luogo e il fatto di essere in una condizione così difficile diventa quasi normale. Così come il vedere tutta quella distruzione intorno è diventato qualcosa di meno alieno rispetto a come ci era sembrato all'inizio. La coesione che si è creata all'interno del gruppo ci ha permesso di superare con competenza e leggerezza i tanti disagi incontrati. Io infatti mi sento di ringraziare il team-leader Paolo Vaccari, i funzionari Massimiliano ed Alessandra del Dipartimento della Protezione Civile nazionale, Susanna Balducci della PC Marche, il team leader sanitario Mario Caroli, le associazioni di volontariato (CB "E. Mattei" Fano, Vigili del Fuoco Volontari, CMA-Centro Antincendi Marche) e naturalmente la mia squadra, i "puffi blu" dell'ARES. Grazie alla sinergia che abbiamo creato abbiamo lavorato rispettando ruoli e catena di comando e mantenendo sempre un alto profilo umano sia nella relazione con le vittime del tifone sia tra tutti i membri del gruppo".

Qual'è l'effetto tornati in Italia?
"Devo dire che sentiamo la mancanza della popolazione con cui ci siamo rapportati. Qui da noi si è abituati, forse per cultura, a tendere ad opporci quando ci capita qualcosa di negativo o a vedere principalmente la parte difficile delle esperienze. Io personalmente devo dire che l'incontro con i filippini è stata una bella lezione di vita. La difficoltà forse più grande con cui sto facendo i conti, e da quello che sento in giro non solo io, è stato l'andarsene: lasciare questa situazione e queste persone che si sono così legate a noi e a cui noi ci siamo così legati, lasciare questo modo di vita che è vero che è poverissimo e disastrato ma a me è sembrato pieno di valori come l'umanità, la solidarietà, l'onestà e la generosità che ho potuto conoscere in condizioni così estreme. Noi lavoravamo con le tende e i nostri materiali erano sempre custoditi in luoghi in realtà aperti a tutti, ma non è mai mancato nulla. Anzi, la popolazione voleva regalarci quello che nemmeno aveva. La difficoltà maggiore è forse quella di andarsene sapendo che lì c'è ancora tanto da fare. Si vive adesso un po' la sensazione di essere stati una goccia nel mare, ma è anche vero che poi il mare, come diceva Madre Teresa di Calcutta, è fatto di tante piccole gocce".


Sarah Murru