fonte: Profilo Twitter della Regione Emilia Romagna

Fiume Reno esondato nel bolognese, la Regione si difende: "Nessun errore, piena eccezionale"

Sotto il mirino era finito un cantiere per la ricostruzione di un tratto arginale in località Passo Pioppe di Sala Bolognese (BO), al confine con il Comune di Castel Maggiore. Una relazione tecnica, però, ha rivelato che era stato costruito un argine secondario per realizzare il manufatto più sicuro di quello originale

Nei giorni scorsi si sono sollevate numerose polemiche sulla rottura degli argini del fiume Reno in corrispondenza di un cantiere per la ricostruzione di un tratto arginale (in presenza di un rischio di sifonamento del corpo arginale destro del Reno) in località Passo Pioppe di Sala Bolognese (BO), al confine con il Comune di Castel Maggiore. In particolare alcuni residenti avevano denunciato che i lavori erano sospesi da tempo. I tecnici e gli uffici regionali hanno completato la relazione sull'evento dalla quale emerge che la Regione ha proceduto correttamente: i tempi di realizzazione della nuova arginatura rientrano nella media e il cantiere non ha compromesso la sicurezza dei cittadini.

Per consentire la realizzazione del manufatto, infatti, è stato costruito un argine secondario a protezione del cantiere stesso, argine secondario che aveva non solo le stesse caratteristiche di tenuta dell’argine originale ma anche un’altezza superiore. L’opera non presentava dunque elementi di fragilità e, per come realizzata, ha contribuito a frenare l’impatto della piena e a contenere l’afflusso dell’acqua, che ha poi assunto dimensioni di eccezionalità: all’origine di quanto accaduto, c’è infatti una piena di straordinaria portata, superiore di ben 81 centimetri a quella record del 2014, generata da piogge insistenti per diverse ore su tutta l’asta del Reno e lo scioglimento repentino di buona parte della neve caduta abbandonate nei giorni scorsi, dovuto ad un improvviso rialzo delle temperature. Secondo i tecnici, se il contrargine realizzato non fosse stato più alto di quello originario, il sormonto e la successiva erosione avrebbe interessato un tratto ben superiore ai circa 60 metri di arginatura colpita, raggiungendo i 150-160 metri, con conseguenti esiti catastrofici rispetto a quelli pur molto gravi verificatisi.

È in corso il calcolo preciso della quantità d’acqua fuoriuscita, sebbene si stimino già oltre 2-3 milioni di metri cubi d’acqua. Certo è che gli uomini e i mezzi impegnati sul campo, già nella notte hanno chiuso la frattura che si era generata, interrompendo la fuoriuscita d’acqua in tempi molto contenuti, vista la portata della piena. Nel frattempo, a monte, il lavoro in sinergia fra l’Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la protezione civile e il Consorzio di Bonifica Renana, permetteva, attraverso il canale consorziale Riolo, di far confluire l’acqua dentro al Canale emiliano-romagnolo (Cer) e, in parte, nei canali della Renana, facendo deviare dal punto critico un afflusso d’acqua pari a 800mila metri cubi. Il lavoro di squadra fra l’Agenzia regionale, il Consorzio della Bonifica Renana e il Cer ha infine permesso di scaricare con successo l’acqua nel Po attraverso l’apertura del Cavo Napoleonico, operazione mai fatta prima. Un lavoro che è risultato davvero decisivo per proteggere dall’alluvione diverse comunità, evitando conseguenze ancora peggiori, per esempio nei Comuni di Pieve di Cento e Castello d’Argile. A ciò va aggiunto l’impegno dei tanti volontari della Protezione civile regionale: anche grazie a loro, infatti, entro oggi risulterà completata la ripulitura da fango e detriti di tutte le abitazioni e gli immobili colpiti.

Dalla relazione tecnica emerge come i tempi di realizzazione della nuova arginatura rientrino nella media di quelli relativi alle opere pubbliche, sulla base delle norme vigenti, delle procedure da seguire e degli adempimenti richiesti. In questo caso specifico, va considerato poi che l’area interessata dai lavori è stata fino a poco tempo fa un’area militare, quindi non accessibile ai civili per interventi di qualunque tipo. Si è dunque dovuto provvedere a liberare la zona dalle servitù militari, prima di poter procedere con i lavori, che hanno inoltre comportato anche un intervento massiccio di bonifica da eventuali residui bellici. Solo l’11 settembre scorso, infatti, è stato trasmesso ai servizi regionali l’attestato di bonifica bellica terrestre da parte dell’impresa incaricata.

Il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, intanto, ha firmato e inviato al Governo la richiesta di stato d'emergenza nazionale. A una prima stima, i danni superano i 22 milioni di euro: si tratta delle spese per soccorso, assistenza alla popolazione e ai cittadini, interventi di somma urgenza eseguiti o in corso. Quella definitiva verrà completata nei prossimi giorni una volta terminati i sopralluoghi nei territori colpiti con le verifiche relative sia alla parte pubblica che ai privati, cittadini e imprese.

red/mn

(fonte: Regione Emilia Romagna)