(Fonte foto: profilo Twitter @emergenzavvf)

Frana a Camogli: "Spesso i cimiteri sono considerati opere secondarie"

Secondo i geologi l'enorme fragilità del territorio italiano può essere contrastata solo con monitoraggio e prevenzione

“La frana che ha colpito il cimitero di Camogli, a Genova, dimostra, ancora una volta, l’enorme fragilità del territorio italiano, in questo caso di quello ligure, e la scarsa manutenzione che noi geologi denunciamo da anni”. È il commento di Domenico Angelone, Segretario del Consiglio Nazionale dei Geologi, all’indomani del cedimento di una porzione del cimitero genovese che è franata in mare. Il crollo sarebbe stato provocato dall'erosione della falesia sotto l'area cimiteriale, aggravata forse dalle violente mareggiate che hanno colpito la Liguria negli ultimi anni.

Un territorio strutturalmente impreparato
“Questo ennesimo crollo evidenzia come il dissesto idrogeologico non risparmi nessuna porzione di territorio italiano sia a Nord che a Sud del Paese” – afferma Angelone. Proprio sui fenomeni di dissesto idrogeologico, ma anche sulla manutenzione straordinaria degli invasi e dei sistemi di approvvigionamento, si è concentrata la memoria presentata dal Cng alla Commissione Ambiente della Camera, nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) del Recovery Fund. Tra le proposte dei geologi c’è quella di attuare un piano pluriennale che preveda l’impiego di risorse dedicate alla realizzazione di interventi di tipo strutturale, cioè opere e interventi di sistemazione e di consolidamento delle frane, utili a evitare che i fenomeni si verifichino o si riattivino o comunque. Queste misure, anche quando non eviteranno del tutto un evento, possono comunque essere utili per mitigarne gli effetti. A queste vanno però aggiunte una serie di azioni e interventi non strutturali, finalizzate a una corretta gestione del rischio idro-geologico. Fondamentale in questi casi dovrà essere l’aggiornamento e approfondimento continuo dei Piani di Assetto Idrogeologico, l’adeguamento della Pianificazione Territoriale, l’attuazione dei Presidi Territoriali Permanenti, l’implementazione dei Sistemi di Monitoraggio e di Allerta, la realizzazione di attività di Manutenzione del Territorio e di Pianificazione delle Fasi di Emergenza.

I cimiteri come problema specifico: troppo spesso considerati opere secondarie
“Nella maggior parte dei casi le aree cimiteriali hanno subito numerosi ampliamenti di vecchie strutture localizzate molto spesso in aree instabili, non ritenute idonee all’espansione edilizia, o all’insediamento produttivo e artigianale. Al grande valore sociale, culturale e morale, legato al rispetto della vita e della morte, decisamente non monetizzabile - prosegue Angelone - si associa il grave problema igienico-sanitario relativo all’inquinamento dei suoli e delle falde acquifere in caso di perdita di liquidi organici. La scarsa attenzione nei confronti delle opere cimiteriali si è andata consolidando negli ultimi decenni, come ampiamente testimoniato dal basso numero di fondi destinati al contrasto del dissesto idrogeologico in tali aree contro l’elevato numero di richieste formulate dai comuni interessati da tali problematiche, nonché da una sorta di declassamento di tali opere a interventi che, dal punto di vista geologico, hanno assunto il ruolo di opere minori”.

(Fonte foto: Regione Liguria)

Il punto di vista ligure
Anche la Società Italiana di Geologia Ambientale (Sigea) ha commentato l'evento. Nello specifico Guido Paliaga, geologo, presidente di Sigea Liguria, dopo essere stato sul luogo stesso della frana, ha presentato la sua analisi, sottolineando che “le cause sono ascrivibili alla dinamica delle falesie e all’instabilità che caratterizza i versanti: il moto ondoso erode la base delle falesie determinandone l’arretramento e particolari condizioni geologiche inducono una maggiore predisposizione al dissesto. Dove si verificano queste condizioni, si manifestano le frane, come nel caso del cimitero di Camogli e della grande frana di San Rocco, in frazione di Camogli”.

Come si può intervenire? 
Secondo Paliaga, “la prima azione è monitorare il territorio: la tecnologia oggi permette l’impiego dei dati satellitari”. E questi dati devono essere utilizzati ovunque sia possibile, naturalmente insieme alle tecniche tradizionali. Questo doppio approccio permetterebbe al geologo di comprendere le dinamiche in atto in ogni territorio, e valutarne quindi li grado di pericolo. “Il secondo passo consiste nell'individuare i siti maggiormente esposti al rischio e intervenire con tecniche di mitigazione – ha continuato Paliaga -  realizzando quindi una scala di priorità. Se per ragioni tecniche non è possibile intervenire, è indispensabile comunque procedere alla delocalizzazione degli elementi esposti: edifici, strade e, se è il caso, anche cimiteri”. Come i geologi e gli esperti continuano a ripetere dopo ogni frana, dopo alluvione, dopo ogni esondazione, occorre superare la logica della riparazione del danno e passare a quella della prevenzione. Questi eventi potranno essere evitati in futuro, secondo Paliaga, solo se i fondi destinati alla ripresa del Paese saranno in parte conferiti alla mitigazione del rischio idrogeologico, attuando quella prevenzione di cui si continua a parlare come unica arma a disposizione. “Occorre smettere di consumare suolo e occuparsi di più della manutenzione di quello già consumato”, ha concluso Paliaga.

red/gp

(Fonte: Cng, Sigea)