Geomorfologia e ProCiv
I rischi derivanti dal suolo

L'importanza di raccogliere e gestire le informazione con rapidità, all'interno di un quadro legislativo aggiornato sui nuovi fenomeni prodotti dai cambiamenti climatici. Di questo e altri temi si parlerà nel convegno introduttivo di PROTEC - Salone per le tecnologie e servizi per la protezione civile e ambientale - "Rischi, natura e clima, chi sta cambiando" che si terrà il 30/06/2011 alle ore 9.30 - Sala rossa. Intervista a Marco Giardino, docente dell'Università di Torino - Dipartimento Scienze della Terra e membro del Comitato Promotore di PROTEC.

Lei si occupa di Geomorfologia applicata: in che modo l'analisi e la rappresentazione del territorio aiutano le pratiche di protezione civile?
"La geomorfologia applicata si occupa di analizzare le forme e i processi che si sviluppano sulla superficie del nostro pianeta, i quali possono essere un oggetto di rischio e di conseguenza oggetto di azioni di protezione civile. Ritengo sia importante riconoscere questi fenomeni pericolosi, comprendendo i meccanismi che li provocano e individuando quali sono gli strumenti per minimizzarne i rischi che ne conseguono. Sono tutti elementi d'interesse per la protezione civile perché danno la possibilità di interagire con i fenomeni naturali pericolosi: ad esempio delimitando su delle carte tematiche l'estensione delle aree che sono interessate da questi fenomeni, si possono indicare quali possono essere colpite, per mettere in sicurezza la popolazione preventivamente e decidere delle misure di intervento che siano di freno agli effetti negativi."

In occasione della conferenza stampa di presentazione di PROTEC lei ha evidenziato l'importanza delle nuove tecnologie nella raccolta e trasmissione dei dati (video), necessari per individuare in breve tempo criticità e rischi. Quali sono gli strumenti utilizzati?

"Noi dobbiamo tradurre l'interpretazione che diamo di certi fenomeni naturali in informazioni che possano essere velocemente diffuse tra chi agisce nell'emergenza, e la rapidità di raccolta, elaborazione e diffusione di queste informazioni è cruciale. Per questo gli strumenti che oggi cerchiamo di utilizzare sono quelli informatici, di cartografia digitale, di registrazione di fenomeni naturali che possano fornirci dei dati comunicabili in tempo reale via web o o attraverso reti di comunicazione telematica con i cellulari: in questo modo noi codifichiamo delle informazioni, così che i decisori possano rendersi conto della situazione, per poi intervenire decidendo una linea di azione. Ad esempio in occasione di un evento alluvionale nel quale si verificano fenomeni di erosione spondale, di alluvionamento, il fatto di conoscere esattamente le aree che sono colpite aiuta a delimitare precisamente le zone in cui intervenire e a diffondere un'eventuale allerta alle persone che potrebbero trovarsi colpite dal fenomeno. Da un lato c'è un effetto di cartografia e dall'altro un effetto di valutazione del danno che va poi a incidere sulla sicurezza."

Possiamo però dire che sono dati e strumenti che servono sia nella gestione dell'emergenza che per la prevenzione del territorio.
"Si, ma le informazioni devono arrivare rapidamente anche a chi agisce sulla pianificazione territoriale. A volte è possibile utilizzare questi strumenti in condizioni di relativa tranquillità, come in occasioni di insegnamento agli studenti, e si ha il tempo di percorrere un elemento morfologico, cartografarlo e descriverlo, ma altre volte, ad esempio per la cartografia di una frana, occorre delimitare con rapidità l'area e far arrivare subito questa informazione al centro funzionale, per permettere una cartografia speditiva e l'avvio di una certa serie di misure di prevenzione. Questo implica l'utilizzo di una metodologia rapida, facilitata anche dal dialogo con l'operatore: nel corso di una nostra collaborazione con il centro funzionale della Regione Valle d'Aosta, nel quale abbiamo sperimentato l'utilizzo di palmari per cartografare le aree in frana, abbiamo elaborato e utilizzato una scheda che permette visivamente di riconoscere il fenomeno e di interpretarlo secondo canoni scientifici. Una classificazione immediata che permette a chi deve intervenire di sapere se esiste una frana, di quali dimensioni è, quale tipologia di movimento ha, con che velocità si muove... "

Sono dati che vanno a formare un archivio storico, in modo da cogliere le differenze rispetto al passato?
"Si, questo è un altro elemento importante. Qualsiasi conoscenza dei fenomeni pericolosi che avvengono sul territorio si basa sulla documentazione storica, e fortunatamente nel nostro paese c'è un grande archivio di queste informazioni. Ci sono stati dei progetti molto importanti tra cui l'IFFI - Inventario dei Fenomeni Franosi  - a cui ho lavorato, che negli ultimi dieci anni ha permesso di raccogliere una mole notevole di dati e di conoscere ciò che è avvenuto dal punto di vista storico sul territorio, fornendo una chiave interpretativa di quello che potrà succedere. Sono fonti di informazioni notevoli che permettono di dare interpretazioni ragionevoli."

Lei è coordinatore europeo di GeoNatHaz, un progetto UE/Canada di cooperazione didattica e di ricerca, attivo dal 2009, che ha coinvolto studenti, ricercatori e docenti di Scienze della Terra di importanti università europee e canadesi. Quali erano gli obbiettivi del progetto e quali risultati avete finora raggiunto?
"Intanto devo dire che questa mia esperienza è nata perché ho trascorso un anno alla Simon Fraser University, a Vancouver, nel corso del quale è nata la collaborazione con il prof. John Clegg, un'eminenza nello studio dei rischi naturali oltre che è un professore molto impegnato nella didattica sui rischi. Da questa collaborazione è nata l'idea di integrare le conoscenze che abbiamo in Europa - molto ricche - sulla documentazione storica dei rischi naturali, con le esperienze canadesi - di approccio più tecnologico - che avvengono in un ambiente diverso dal punto di vista naturale ma altrettanto ricco di fenomeni pericolosi, e che era privo di un approccio a lungo termine visto che non esiste una storia che documenti le instabilità naturali in quell'area. Da queste due prospettive è nato il progetto GeoNatHaz, dedicato appunto a sviluppare le competenze di scienze della terra nella gestione dei rischi naturali. Partito l'anno scorso, abbiamo già avuto una quindicina di studenti che hanno partecipato a summer school in Europa e Canada. L'attività prevista era quella di fare delle attività di terreno specifiche, e abbiamo raggiunto l'obbiettivo di laureare tre studenti su temi specifici sui rischi naturali e adesso abbiamo altre tre tesi in atto, in collaborazione tra università canadesi ed europee."

Anche alla luce di questa esperienza, come giudica il rapporto tra ricerca universitaria e gestione concreta del territorio?
"Mi sono reso conto che in Canada esiste uno stretto rapporto tra queste due attività perché esiste una politica universitaria che punta a fornire gli strumenti, di gestione e finanziari, per fare una formazione specifica che vada a beneficio del controllo del territorio. Non lo dico perché voglio rimarcare le differenze o piagnucolare sulla mancanza, ma perché è la realtà. Questo limita le possibilità e costringe noi italiani a cercare finanziamenti all'estero per alimentare la nostra ricerca universitaria."

A suo parere, è un problema di volontà nelle scelte o di mancanza di risorse dovute, ad esempio, alla crisi economica?
"Sono entrambe le cose, anche se c'è da dire che il Canada soffre allo stesso modo della crisi. Io ho vissuto là quando è arrivata, ed è stata vissuta dolorosamente, con molti posti di lavoro persi, ma rispetto alla gestione politica del problema sembra che nel paese vi sia stato uno scatto d'orgoglio che ha puntato le minori risorse che c'erano su temi che potessero rilanciare gli aspetti della ricerca. In Canada la convinzione fortissima - lo si capisce leggendo i documenti del governo canadese - è che la ricerca scientifica sia come una molla che possa rimettere in moto la crescita. Io non sono un economista ma dal punto di vista puramente scientifico mi rendo conto che se ho la possibilità di sviluppare una ricerca avrò delle ricadute positive importanti anche per le società e anche nel caso che stiamo trattando, di rischi naturali e di protezione civile, è ovvio il vantaggio economico dall'avere lo sviluppo di nuove tecnologie, procedimenti e nuovi prodotti scientifici che siano di beneficio. Alla fine c'è un ritorno economico nel gestire con maggiore preparazione i rischi naturali."

L'architetto Bedrone, presidente del comitato promotore di PROTEC, ha esposto in un'intervista al nostro giornale il problema del consumo del suolo. Nota anche lei una fragilità del territorio italiano da questo punto di vista?
"Sono d'accordo ma vorrei fare una precisazione: molte volte quando si parla di consumo del suolo si evoca un sistema che in un certo senso lo divora, lo fa sparire.. Ma il suolo, ancorché un elemento fisico che può effettivamente essere consumato, nella definizione del legislatore non è solo il suolo in sé ma anche tutto l'ambito superficiale dove effettivamente si svolgono i processi, che possono essere ad esempio di tipo idraulico o antropico. Perciò quando si pensa al consumo del suolo in Italia bisogna innanzitutto tenere a mente che abbiamo una popolazione molto elevata. Apprezzo, nell'analisi di Bedrone, che si ponga l'accento sul fatto che bisogna pianificare con grande attenzione l'uso del suolo e quindi comprendere che in un piccolo spazio possono avvenire interazioni con fenomeni di tipo diverso: alluvionale, torrentizio, o che la costruzione di una strada in un territorio di questo tipo implicherà che l'uso del suolo che noi facciamo, anche con le opere connesse, tenga conto della dinamica di quel settore. Non si tratta quindi solo del consumo di quel piccolo territorio ma anche dei processi che in esso si svolgono. "

A questo proposito il nuovo presidente dei geologi italiani, Gian Vito Graziano, ha sottolineato l'esistenza di un vuoto normativo rispetto alla decisioni da prendere per ridurre il rischio relativo al suolo: ci conferma questa analisi?
"Io penso che il nuovo presidente dei geologi abbia colto nel segno. Ci troviamo con una normativa che, per quanto importante, è di vecchia data, è superata, che riguarda tutto l'ambiente. Si parla di norme di protezione ambientali ma non ci sono degli sviluppi specifici sui fenomeni che ci sono sul nostro territorio: è come se il legislatore avesse aperto il problema senza poi concluderlo. Quello che noi chiediamo, perché sono anch'io un geologo, è che il nostro contributo permetta al legislatore di focalizzare perfettamente quali sono i fenomeni sui quali ci si deve confrontare, per permettere un'adeguata pianificazione territoriale. Per l'appunto nel convegno introduttivo di PROTEC - "Rischi, natura e clima: chi sta cambiando?" - abbiamo indicati questi temi perché vogliamo sottolineare che il clima sta dando dei segnali molto importanti di cambiamento, i quali implicano una presa d'atto del legislatore."

In che modo?
"Deve vedere quali sono gli effetti che derivano da questi cambiamenti e di conseguenza dare nuove indicazioni nella pianificazione territoriale. Nella vecchia legge, la 183 del 1989 si mettevano le basi per calcolare e valutare gli effetti dei rischi naturali introducendo i concetti di tempo e di ritorno dei fenomeni, ma oggi i parametri devono essere ridefiniti in funzione di questi cambiamenti. Abbiamo delle manifestazioni di fenomeni naturali che non hanno avuto pari dal punto di vista storico e una letteratura scientifica notevole: dobbiamo valutare la forza dei processi di instabilità naturale traducendola in norme che siano il più possibile aderenti all'attuale situazione."

Come affronterete questi temi nel convegno?
"L'ordine - Rischi, natura, clima - in cui abbiamo messo questi elementi è un'ordine che deriva dall'osservazione di questi fenomeni. Ci accorgiamo che qualcosa sta cambiando perché percepiamo dei rischi, a volte li corriamo, e analizzandoli andiamo a vedere che alla base di questo cambiamento del rischio naturale esistono dei cambiamenti nei processi naturali e quindi in definitiva del clima. Per fare questo noi ci avvaliamo della presenza di esperti di tutto rispetto, come Vittorio Canuto, climatologo che da decenni si occupa dei problemi del cambiamento climatico, e Peter Bobrowsky (intervista), ricercatore e collaboratore del servizio geologico canadese e segretario dell' Iugs - International Union of Geological Sciences - che daranno informazioni su quali sono gli effetti, in funzione dei cambiamenti climatici, che si verificano sopratutto nell'emisfero settentrionale. Scenderemo poi in dettaglio per vedere quali sono gli effetti di questi fenomeni a carico della popolazione: Oliva Bessi, del Ministero della Salute, approfondirà il tema delle malattie legate alle variazioni climatiche; Barbara de Santis, del Dipartimento di Sanità Pubblica, parlerà dei problemi legati all'accsso alle risorse alimentari. Ci saranno inoltre Paola Albrito, del segretariato della Strategia Internazionale per la Riduzione dei Disastri delle Nazioni Unite, esperta nell'analisi degli effetti sulle popolazioni urbane, ed Elena Rapisardi, esperta di architettura delle informazioni web, che spiegherà come queste informazioni possono essere condivise, diffuse tra la popolazione e comunicate in modo proprio, attraverso il ruolo del web 2.0 per la diffusione della consapevolezza dei rischi naturali."



Enzo Voci


Marco Giardino è dal 1999 ricercatore universitario e docente presso la Facoltà di Scienze M.F.N. dell'Università di Torino. In precedenza, ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, Centro studi sulla Geodinamica, Torino.
Si occupa di Geomorfologia applicata e cartografia geotematica. Utilizza strumenti tradizionali ed innovativi per la ricostruzione dell'evoluzione del rilievo alpino e l'analisi della dinamica dei versanti in funzione della prevenzione del dissesto. Su questi temi vanta numerose collaborazioni internazionali (USGS Geologic Hazard Team; Università di Losanna e della Savoia; Simon Fraser University).
È membro cooptato del Comitato Glaciologico Italiano, segretario dell'Associazione delle Società Geologiche Europee (AEGS) e dal 2009 coordinatore europeo del progetto di scambi universitari "geoNatHaz" (EU-Canada) sul tema dei rischi naturali.