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Gli enormi serbatoi di magma nel sottosuolo della Toscana

La ricerca ha identificato nel sottosuolo delle aree geotermiche di Larderello e del Monte Amiata, volumi di migliaia di chilometri cubi ricchi in fluidi magmatici a profondità comprese tra 8 e 15 chilometri nella crosta continentale

La ricerca ha identificato nel sottosuolo delle aree geotermiche di Larderello e del Monte Amiata, volumi di migliaia di chilometri cubi ricchi in fluidi magmatici a profondità comprese tra 8 e 15 chilometri nella crosta continentale.

Secondo i risultati di uno studio dell’università di Ginevra, sono stati individuati serbatoi magmatici per migliaia di km³ in Toscana. La ricerca, pubblicata su Communications Earth & Environment, ha identificato nel sottosuolo delle aree geotermiche di Larderello e del Monte Amiata, volumi di migliaia di chilometri cubi ricchi in fluidi magmatici a profondità comprese tra 8 e 15 chilometri nella crosta continentale.

In termini geologici, i corpi magmatici di queste dimensioni sono paragonabili a quelli che alimentano i cosiddetti "supervulcani" come il Parco Nazionale di Yellowstone negli Stati Uniti, il lago Toba in Indonesia o il vulcano Taupo in Nuova Zelanda, che ospitano sotto la superficie immensi serbatoi di magma, dell'ordine di diverse migliaia di chilometri cubi. La loro presenza è in genere rivelata da tracce superficiali come depositi eruttivi, crateri, deformazioni del suolo ed emissioni di gas.

La ricerca, pubblicata su Communications Earth & Environment, è fondata sulla tecnica di tomografia del rumore sismico ambientale (Ambient Noise Tomography), un metodo di prospezione innovativo che utilizza le vibrazioni continue della Terra  e quindi a zero impatto ambientale.

Una radiografia del sottosuolo profondo

La tomografia del rumore ambientale che ha permesso di individuare la roccia fusa in profondità è una tecnica di prospezione del sottosuolo ampiamente utilizzata in sismologia: "Si tratta di un metodo che permette di 'radiografare' la crosta terrestre sfruttando le vibrazioni che sono continuamente generate dalle onde oceaniche, dal vento o dalle attività antropiche", aggiunge Domenico Montanari coordinatore delle attività per il Cnr-Igg. "La propagazione di questi segnali viene captata da sensori sismici ad alta risoluzione installati in superficie – in questo studio ne sono stati utilizzati circa 60. Quando le onde sismiche si propagano con velocità insolitamente basse, ciò può indicare zone di accumulo di rocce parzialmente fuse, associabili ad un serbatoio magmatico".


RED/MT 

Fonte Ingv