Il Lago Alaco in Calabria

I laghi malati d'Italia
non solo per colpa della 'Ndrangheta

Dalla Calabria al resto d'Italia: sono molti i bacini inquinati da cui si approvvigionano gli acquedotti comunali. C'è di mezzo la salute pubblica eppure l'acqua non è mai argomento da campagna elettorale

Stamattina Repubblica ospita una bella inchiesta di Paolo Rumiz sulla Diga dell'Alaco, in Calabria, infestata da metalli pesanti, mai bonificata, eppure bacino di approvvigionamento delle reti idriche comunali della zona (siamo sulle Serre). Tralasciando i pur interessanti aspetti societari (il pompaggio delle acque è pertinenza della Socal, socio di maggioranza è una multinazionale francese, che rivende l'acqua ai Comuni senza badare alla loro salubrità) l'approdo del ragionamento di Rumiz è perfino scontato: la diga dell'Alaco è controllata dalla 'Ndrangheta, perciò è inutile stupirsi se la malavita dà da bere acqua avvelenata alla popolazione.

Vero, inutile stupirsi. E' altrettanto vero però che l'Italia è disseminata di laghi "malati"
a cui le istituzioni locali attingono per rifornire gli acquedotti, pescando insieme alle acque elementi potenzialmente letali e in cui la Ndrangheta non c'entra. Un esempio? Il Lago di Vico, in provincia di Viterbo, dove in particolare nei comuni di Caprarola e Ronciglione l'Isde (Associazione italiana medici per l'ambiente) ha rilevato fioriture di alga rossa (cianobatterio Plankthotrix rubescens), produttrice di una microcistina molto dannosa per la salute delle persone, per la flora e per la fauna; la stessa Isde denuncia inoltre un alto livello di arsenico, dovuto anche all'origine vulcanica del lago.


C'è poi il problema dei laghi (e mari) usati come discariche per residuati bellici: lo stesso Lago di Vico, ma anche Molfetta, Colleferro, Ischia, Pesaro e Cattolica. Legambiente le ha recentemente classificate: sono solo alcune delle località che a distanza di 70 anni pagano ancora il prezzo della Seconda Guerra Mondiale. Nel nostro Paese americani e tedeschi hanno abbandonato interi arsenali sul fondo di mari e laghi: talvolta gli ordigni sono rimasti inesplosi durante i bombardamenti; altre volte le armi sono state sotterrate e mai più "riesumate", dimenticando il loro alto potenziale inquinante, soprattutto a causa dell'arsenico. Il risultato è, ancora una volta, a scapito della salute pubblica, che non sembra però un argomento sufficientemente pruriginoso da meritare rilevanza in campagna elettorale.

GZ