Il terremoto in Irpinia
e il fallimento nei soccorsi

Il terremoto dell'Irpinia, nel 1980, costò allo Stato 7.889 euro per ogni senzatetto. Ventinove anni dopo, per l'Abruzzo sono stati spesi 23.718 euro a sfollato

Cade oggi il trentennale del terremoto dell'Irpinia: il sisma che, il 23 novembre 1980, si abbattè su Campania centrale e Basilicata, con una magnitudo di 6,5 della scala Richter. Le vittime furono quasi 3.000, 280.000 gli sfollati, 8.848 i feriti. La terra tremò con estrema violenza per 90 secondi: l'ipocentro era a circa 30 km di profondità e l'area colpita si estendeva dall'Irpinia al Vulture, a cavallo delle province di Avellino (103 comuni colpiti), Salerno (66) e Potenza (45). In realtà venne interessato quasi tutto il meridione: per citarne alcuni, molti danni e crolli avvennero anche a Napoli, a Poggioreale ci furono 52 morti per il crollo di un palazzo in via Stadera; a Balvano, in provincia di Potenza, il crollo della chiesa di S. Maria Assunta causò la morte di 77 persone che stavano assistendo alla messa, di cui 66 bambini e adolescenti.

La gravità della situazione non venne subito compresa, complice anche l'interruzione totale delle telecomunicazioni; i primi telegiornali diedero notizia solo di una "scossa di terremoto in Campania". Solo il giorno dopo, durante un sorvolo in elicottero, la vastità della devastazione divenne evidente e i titolo dei giornali ebbero un climax crescente, parlando prima di centinaia, poi di migliaia di morti; si arrivò anche all'esagerazione: il 26 novembre un titolo parlava di 10.000 morti, cifra poi  ridimensionata fino a quella ufficiale, ma la cifra dei senzatetto non è mai stata valutata con precisione.

I soccorsi: oltre al patrimonio edilizio, strutturalmente debole, anche a causa dei terremoti del 1930 e 1962, un altro fattore che rese ancor più gravi gli effetti della scossa fu il ritardo dei soccorsi, giunti nelle zone colpite dal sisma solo cinque giorni dopo, dovuto alla difficoltà di accesso dei mezzi di soccorso nelle zone dell'entroterra, e alla mancanza di un'organizzazione come l'attuale Protezione Civile che fosse in grado di un coordinamento di risorse e mezzi in maniera tempestiva e funzionale.

Fu lo stesso Presidente della Repubblica di allora, Sandro Pertini
che, il 26 novembre, dopo un sopralluogo in elicottero, in un messaggio televisivo rivolto alla nazione, a denunciare il ritardo nei soccorsi e la 'mancanze gravi ' dello Stato: "Qui non c'entra la politica qui c'entra la solidarietà umana, tutti gli italiani e le italiane devono sentirsi mobilitati per andare in aiuto di questi fratelli colpiti da questa sciagura. Perché credetemi il modo migliore per ricordare i morti è quello di pensare ai vivi". A seguito di questo scandalo pubblico, l'allora prefetto di Avellino ed il ministro dell'Interno Virginio Rognoni furono costretti a dimettersi.


Giuseppe Zamberletti, venne nominato Commissario Straordinario, con il compito di coordinare le operazioni di soccorso alle popolazioni colpite dal sisma. A Zamberletti si devono la nascita del Dipartimento della Protezione civile della Presidenza del Consiglio, l'introduzione del concetto di previsione e prevenzione distinto dalle attività di soccorso, l'organizzazione del servizio nazionale in tutte le sue componenti, la valorizzazione degli enti locali e del volontariato ed anche l'avvio della riforma del settore che culminerà con l'approvazione della Legge organica della Protezione civile, la 24.2.1992 n.225. Con questa legge il Dipartimento è posto direttamente sotto la Presidenza del Consiglio dei ministri, in quanto un singolo Ministero (prima del 1992 ne era responsabile il Ministero dell'Interno e prima ancora era un ministero autonomo), non sarebbe sufficientemente competente in materia visti i numerosi settori dei quali il Dipartimento si occupa.

Il successivo 14 maggio 1981, il Parlamento approvò la legge 219 per la ricostruzione e lo sviluppo delle zone colpite dal sisma, stanziando moltissimi fondi, mai dettagliatamente quantificati: il terremoto in Irpinia, infatti è ricordato anche per gli scandali sulla ricostruzione con un aumento esponenziale degli stanziamenti rispetto alle previsioni iniziali. La speculazione sul terremoto fece aumentare la cifra dei danni dagli 8.000 miliardi di lire iniziali agli oltre 60.000 miliardi degli ultimi dieci anni. Nel 1989, su iniziativa dell'allora Presidente della Repubblica Cossiga, venne istituita una Commissione d'inchiesta per capire con esattezza quanto realmente lo Stato sborsò per la ricostruzione, ovvero 50.620 miliardi di lire; successivamente, nel 1992, idurante l'epoca  di "Mani pulite", la Guardia di Finanza fece emergere il coinvolgimento di ben 87 persone, tra cui esponenti politici, che ottenevano profitti economici dalla situazione.


L'Osservatorio sul Doposisma della Fondazione Mida, nella prima metà del mese di ottobre 2010, ha pubblicato una analisi comparativa tra i terremoti italiani da quello dell'Irpinia del 1980 a quello dell'Aquila del 2010. Dallo studio "Trent'anni di terremoti italiani- Analisi comparata sulla gestione delle emergenze" a cura di Stefano Ventura, emerge che il terremoto dell'Irpinia, nel 1980, costò allo Stato 7.889 euro per ogni senzatetto (col dovuto cambio da lira ad euro). Ventinove anni dopo, per l'Abruzzo sono stati spesi 23.718 euro a sfollato (fino al settembre 2010). Ventura puntualizza un aspetto importante: "I singoli terremoti hanno avuto caratteristiche profondamente diverse tra loro. I disastri verificatisi in Irpinia non sono paragonabili a quelli del Molise. L'Umbria e le Marche scelsero la tutela del patrimonio storico, artistico e urbanistico come stella polare, il terremoto in Abruzzo ha colpito una città capoluogo come non avveniva dal terremoto di Messina. Si può vedere come la ricostruzione in Campania e Basilicata abbia costituito il banco di prova maggiore di quello che negli anni Ottanta fu definito il partito unico della spesa pubblica, fautore della cosiddetta economia delle catastrofi. Arrivando ai terremoti più vicini, ci accorgiamo di come nelle gestioni delle ricostruzioni in Umbria e Marche e in Abruzzo ci sia stato un capovolgimento quasi totale di paradigma, passando da una delega pressoché totale alle Regioni e ai Comuni nel 1997 a una gestione affidata al commissariato guidato dal capo dipartimento Bertolaso".

Per continuare a provare un confronto tra il terremoto dell'Irpinia e quello de L'Aquila, qualche dato: a L'Aquila sono state assistite circa 73mila persone nella settimana successiva al terremoto tra alberghi e tendopoli allestite. In quelle ore i temporaneamente sfollati, che hanno ricevuto solo cibo e cure, ammontano a più di centomila. 29 anni fa in Irpinia, scenario molto più grave per entità del danno e ampiezza geografica, furono assistite 300mila persone circa. Duecentomila persone in tendopoli, ottantamila persone in roulotte, 20.900 persone in 451 alberghi. I temporaneamente sfollati, ammontavano a circa 500mila. Nel 1980, 90 mila persone hanno trovato riparo in tendopoli entro sette giorni dal sisma (30 novembre-1 dicembre 1980). Altre 50mila entro 15 giorni dal sisma (5-8 dicembre 1980). Il resto della popolazione entro il 15 dicembre 1980. (Pubblicazione 18 marzo 1981, depositata alla Camera dei deputati).

Molte le iniziative in corso per la commemorazione: si conclude oggi a Benevento "terremoti d'Italia", mostra itinerante di carattere scientifico, storico e artistico, creata dal Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri e promossa a Benevento dalla Regione Campania con l'Università degli Studi del Sannio, in occasione del trentennale del terremoto dell'Irpinia. In consiglio regionale della Campania, presieduto da Paolo Romano, e' in corso una seduta commemorativa delle vittime del terremoto del 23 novembre 1980, nel trentennale dell'evento sismico che devasto' l'Irpinia. A Napoli si è svolta ieri presso il Palazzo Reale il Convegno "Dall'Irpinia a L'Aquila, i vigili del fuoco trent'anni dopo". Nel corso dell'incontro è stata analizzata l'evoluzione organizzativa e tecnica-operativa del Corpo nazionale dei vigili del fuoco a seguito dell'impiego nei terremoti del 1980 (Irpinia-Basilicata), del 1997 (Umbria-Marche) e del 2009 (Abruzzo).

Certo, molte cose sono cambiate da allora: le nuove tecnologie hanno permesso a tutti noi di seguire un terremoto come quello de L'Aquila del 9 Aprile scorso praticamente 'in presa diretta'. I soccorsi sono arrivati in poche ore, da tutta Italia, tutto il paese si è mobilitato per aiutare, ha condiviso il dolore delle persone coinvolte, i satelliti hanno permesso di avere mappe dettagliate della faglia in brevissimo tempo. Ma il dramma del terremoto rimane invariato. Anche questa volta la ricostruzione ha generato polemiche, la gestione dei fondi ha creato sospetti e delusione, gli aquilani si sentono abbandonati. Il centro storico di una città è lasciato morire. Senza entrare nel merito della correttezza delle 'new town', dei M.A.P. piuttosto che dei prefabbricati, quello che pare evidente è che, comunque, al di là delle zone colpite e della tecnologia che si è sviluppata, il dramma del terremoto rimane 'congelato' nel tempo, si ripropone sempre uguale a se stesso. L'unico omaggio che possiamo rendere alle vittime di tutti i terremoti è utilizzare le esperienze passate per migliorare non la risposta, ma la prevenzione, in tutte le sue forme.


Julia Gelodi