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Irpinia, 42 anni dopo il terremoto. Sigea:"E' cambiato poco"

La Società Italiana di Geologia Ambientale ricorda l'evento che provocò la morte di quasi 3 mila persone ed evidenzia quanto ancora c'è da fare per dar vita ad una cultura del rischio

“Erano le ore 19 e 35 del 23 Novembre del 1980, una scossa di magnitudo 6.9 provocò ben 2914 morti, più di 8000 feriti, oltre 280.000 sfollati. L’epicentro fu tra i Comuni di Teora, Castelnuovo e Conza della Campania e ben 679  furono i comuni colpiti. Infatti danni furono registrati anche in Basilicata ed in Puglia, nella provincia di Foggia. Anche il napoletano ebbe danni importanti. Il terremoto in Irpinia ha evidenziato la fragilità e la fatiscenza del patrimonio edilizio italiano di quell’epoca, ancora non avevamo la Protezione civile che è stata proprio costituita a seguito del sisma coordinata dall’onorevole Giuseppe Zamberletti.

Pochi cambiamenti 
Dopo 42 anni da quella sera del 23 novembre 1980 cosa è cambiato? Sembra che sia cambiato tanto, ma in realtà è cambiato molto poco. Purtroppo, la cultura del rischio è ancora molto lontana. Negli ultimi 500 anni abbiamo avuto in Italia 88 terremoti distruttivi. Il 70% della sismicità che conosciamo si concentra nell’Appennino. Dall’Unità d’Italia i disastri sono stati ben 36" spiega Gaetano Sammartino, geologo, Presidente della Società Italiana di Geologia Ambientale sezione Campania.

Progetto Plinius
Oggi, ricordi, testimonianze, storie, nell’evento voluto ad Acerra nel napoletano, proprio perché ad Acerra si è concluso un progetto molto particolare ed interessante che vede il coinvolgimento delle scuole. Il progetto si chiama Plinius e nasce con la finalità di favorire l’acquisizione di comportamenti sicuri da mettere in atto in situazioni di emergenza. Coinvolti nel progetto i bambini delle classi terze, delle scuole elementari, in collaborazione con i Vigili del Fuoco, con l’intento di far assimilare ai bambini, sotto forma di gioco, comportamenti consapevoli e corretti. Attraverso il linguaggio del gioco, i bambini hanno potuto apprendere i migliori comportamenti qualora dovesse verificarsi un terremoto. Dunque le scuole hanno un ruolo centrale nelle attività di prevenzione, ma è necessario stilare una percentuale degli edifici strategici in grado di rispondere ai criteri di sicurezza.

Post-terremoto
“Dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, furono avviati estesi studi in diversi settori disciplinari quali la storia, la geologia, la sismologia e l’ingegneria, che hanno segnato un’importante stagione di ricerca e raggiunto rilevanti risultati. Lo studio di terremoti della millenaria storia italiana ha messo in evidenza i caratteri sismici del Paese e gli elementi che ancora oggi concorrono a fare dei forti terremoti un nodo cruciale: alta vulnerabilità dell’edificato; alta frequenza delle distruzioni; scarsa qualità delle ricostruzioni storiche. Queste conoscenze non si sono però tradotte in una cultura del rischio: infatti oggi non c’è quasi domanda di sicurezza abitativa  - ha concluso Sammartino - da parte della popolazione, anche nelle aree a maggior rischio sismico". "Per esempio: sappiamo se i cosiddetti edifici strategici (Ospedali, scuole, municipi, caserme, centrali operative) insomma quegli edifici che devono necessariamente restare in piedi in caso di catastrofi, sono sicuri? Pensate che in Italia ancora oggi non è possibile stilare una percentuale degli edifici strategici che rispondono ai criteri di sicurezza e di accessibilità, in caso di un evento sismico idrogeologico ecc. Poi c’è da aggiungere che gran parte di questi edifici sono stati costruiti prima delle leggi antisismiche recenti. Riflettiamo un attimo, se questa è la realtà per gli edifici strategici, immaginiamo quale possa essere il panorama dell’intero urbanizzato dei nostri centri storici che hanno fra l’altro un valore e un pregio elevatissimo”.

Red/cb
(Fonte: Sigea)