Isat: "L'Italia è impreparata
ad un'eventuale Big One"

nel nostro Paese anche piccole scosse possono fare disastri

L'Istituto per le scelte ambientali e tecnologiche (Isat), ha appena realizzato uno studio su come l´Italia si è attrezzata per affrontare un possibile, anzi probabile "Big One". L´ex senatore radicale Mario Signorino, oggi presidente dell'associazione, spiega che in Italia, per poter parlare di "Big One" basterebbe un terremoto di magnitudo 7 in una città di più di duecentomila abitanti, oppure, una raffica di scosse meno devastanti ma geograficamente vicine tra loro: "se ciò dovesse prodursi in città come Catania, Reggio Calabria o Napoli, assisteremmo a situazioni simili a quelle di Haiti, con decine di migliaia di morti, con leggi speciali per consentire all´esercito di sparare sugli sciacalli e con la cancellazione di tutte le infrastrutture del luogo". Leggendo il rapporto dell´Isat, la prima cosa che risulta evidente è che nel nostro paese non solo non esistono strategie di prevenzione sismica, ma non si è nemmeno mai parlato seriamente a livello politico dell´eventualità di un grave terremoto e di come poterne limitare le conseguenze. Eppure, negli ultimi mille anni, l´Italia è stata funestata da una trentina di terremoti di alta magnitudo, che hanno colpito per lo più le regioni meridionali, in primo luogo la Calabria, poi la Campania e la Sicilia. Duemila anni di Storia hanno lasciato in eredità all'Italia un'eredità preziosissima ma difficile da tutelare: 40.000 palazzi d´epoca, 20.000 castelli, 2.100 siti archeologici, 30.000 archivi, 4.150 musei, 85.000 chiese e quasi 8.000 centri storici; a questi vanno aggiunte più di 1.000 costruzioni che contengono sostanze potenzialmente pericolose, tra cui 300 stabilimenti chimici o petrolchimici, 265 depositi di gas, 157 depositi di oli minerali, 87 depositi di esplosivo.

Come si evince dal rapporto Isat: "La vulnerabilità italiana è dovuta al fatto che la maggioranza dei nostri centri urbani è stata edificata senza l´applicazione di criteri antisismici. Lo stesso vale per gran parte del patrimonio edilizio, architettonico e culturale, degli edifici e delle opere strategiche che possono subire danni gravissimi da terremoti anche modesti". Gli studiosi concordano nel dire che il terremoto del 1908 a Messina, che costò la vita ad oltre 90.000 persone, fu così disastroso a causa delle pessime condizioni edilizie dell´epoca prevalenti in Sicilia. Secondo uno studio dell´Università di Messina, se un sisma della medesima intensità dovesse verificarsi oggi, oltre la metà degli edifici verrebbe danneggiato e le vittime potrebbero essere decine di migliaia. Lo stesso vale per il terremoto nella regione di Catania del 1693, perché la regione è adesso venti volte più popolata di allora.

Nel Settecento, numerose cittadine dell´arco appenninico furono distrutte da una quindicina di terremoti di intensità medio-alta. Al proposito Signorino afferma che: "La messa in sicurezza di un paese non è un´utopia, ma un obiettivo che si può e si deve e si perseguire, come avviene, per esempio, in Giappone e negli Stati Uniti. Eppure da noi non c´è uomo di governo che pensi alla prevenzione o che stabilisca quali opere mettere in sicurezza". Se è innegabile che i costi e i tempi per realizzare queste strategie cautelative sono immensi, per un´opera la cui realizzazione si rivelerebbe ultra decennale, è pur vero che , prima o poi, qualcuno dovrà pure farlo. Partendo dai fondi stanziati per i terremoti del Belice, dell´Irpinia, del Friuli e dell´Umbria-Marche, che sono tutti avvenuti in aree non densamente popolate, gli esperti hanno valutato che il costo medio per la ricostruzione di un chilometro quadrato è compreso tra 60 e 200 milioni di euro, e quello di un singolo comune tra 270 e 1.400 milioni di euro. Sempre secondo il rapporto dell´Isat, il costo per la ricostruzione del terremoto dell´Aquila dovrebbe aggirarsi attorno ai 20 miliardi di euro.

I terremoti più recenti, compreso quello abruzzese, sono avvenuti in aree a bassa densità abitativa, mentre in città come Catania o Messina i costi per la ricostruzione lieviterebbero a tal punto che gli esperti si chiedono quanta parte di quei costi saranno un giorno sostenibili da parte dello Stato. È stato inoltre calcolato che la spesa di una ricostruzione post-terremoto è almeno tre volte superiore a quello di un "adeguamento" sismico, consistente nel rinforzare le strutture portanti del costruito o intervenendo isolando l´edificio dal terreno sottostante con l´uso di gigantesche molle sotto la fondazione, in modo da "separare" il movimento della struttura in caso di terremoto e provocare oscillazioni meno distruttive. L´Italia, paradossalmente, è un grande esportatore della rivoluzionaria tecnologia dell´"isolamento" sismico, sebbene in casa propria ne faccia scarso uso.

Dopo il sisma dell´Irpinia, che raggiunse magnitudo 7, non c´è più stato un grosso terremoto in Italia. Quello dell´Aquila, ad esempio, è stato trentatré volte più debole. Oggi, in Giappone, in Corea del Sud e in California, simili scosse provocano soltanto poche vittime, mentre in Italia gni volta si produce un´ecatombe e uno sfacelo di macerie (In Giappone per un terre,oto come quello abruzzese, si sarebbero registrati pochi danni). Agli abitanti di Tokyo e Osaka vengono consegnati ogni anno zainetti con il kit anti-sismico, da noi nvece le esercitazioni per evacuare una zona a rischio si fanno solo raramente e, quando avvengono hanno il sapore della farsa. È come se nei confronti della minaccia sismica gli italiani fossero ancora molto impreparati, o molto fatalisti, come accade anche per le altre calamità naturali. 


 

(red.)