Foto: Mauro Guiducci

L'Aquila e lo schiaffo dei risarcimenti: dopo l'assoluzione della CGR, il DPC chiede indietro 2 mln

Gli aquilani dovranno restituire al Dipartimento della Protezione civile circa 2 milioni di euro per i risarcimenti ottenuti in seguito alla sentenza di condanna in primo grado degli imputati della Grandi Rischi: ora che la Corte di Appello li ha assolti le somme vanno restituite "senza indugio e comunque entro 30 giorni"

"Dovremmo essere tutti più onesti nel prendere visione delle cose: mettendo in disparte ogni considerazione sul dolore e le sofferenze delle famiglie delle vittime, che attiene all'uomo Franco Gabrielli, come funzionario ho dalla mia una tempestività mai vista nell'applicazione della sentenza di primo grado senza aspettare la Cassazione: mi sembra ingiusto, perciò, che oggi si dica che dopo la sentenza di secondo grado avremmo dovuto attendere la Cassazione".
Così il capo dipartimento della Protezione civile, Franco Gabrielli, sulla vicenda della lettera in cui chiede la restituzione dei risarcimenti provvisionali disposti ai famigliari delle vittime del sisma del 6 aprile 2009 dopo la sentenza di primo grado del processo alla Commissione Grandi Rischi.
"Non abbiamo chiesto indietro 7,8 milioni, abbiamo richiesto indietro circa 2 milioni, le somme solo per le persone per le quali non sono state riconosciute in secondo grado le responsabilità dei condannati", prosegue Gabrielli in riferimento all'assoluzione  deisei membri della CGR condannati in primo grado a 6 anni di reclusione e assolti nel processo di appello il 10 novembre 2014, ad eccezione dell'ex vice capo dipartimento Bernardo De Bernardinis, che ha ottenuto una riduzione di pena con condanna ridotta da sei a due anni di reclusione.

"Terza questione, sono un funzionario dello Stato e devo rispettare le regole - ha poi sottolineato il capo Dipartimento - e, come solerte sono stato nel primo grado, solerte devo esserlo nel secondo. Potevo essere accusato di poca sensibilità se fossi stato intempestivo nel primo grado e non nel secondo, ma con tutta la strumentalizzazione possibile, non è stato così".

Quale sia  lo stato d'animo del Capo dipartimento della protezione civile rispetto a questa questione, o meglio, il "pensiero intimo dell'uomo Franco Gabrielli" nel pronunciare le parole sopra riportate non è dato di sapere, ma possiamo immaginarlo, non deve essere stato facile. Come uomo di Stato, prefetto, uomo d'ordine, è chiamato ad adempiere al proprio dovere, e le motivazioni esposte sono coerenti  a quanto prevede la legge.  Si poteva fare diversamente? Dura lex sed lex ? E come andrà a finire? D'altronde non è  la prima volta che in Italia accadono simili situazioni paradossali, che superano il limite dell'assurdo.
Quel che è sicuro  che peggio di tutti ora stanno i familiari dei morti de L'Aquila, quelli per cui fra 4 giorni ricorrerà la data dello strazio, quelli che che hanno gridato "ce li avete ammazzati un'altra volta",  dopo aver ascoltato, increduli, la sentenza della Corte d’Appello che assolveva 6 su 7 degli  imputati del processo alla Commissione Grandi Rischi, dopo la condanna a 6 anni comminata in primo grado.

Le parole: in questa tragedia assurda sembra che le parole abbiano un ruolo determinante, feroce,  le parole che hanno rassicurato gli aquilani che sono rimasti fiduciosi nelle loro case, che invece  la notte del 6 aprile 2009 gli son crollate addosso, tombe di cemento per ben 309 di loro. Le parole, fiumi di parole su scienza e responsabilità della scienza, sulla consapevolezza del rischio, sulla comunicazione dell'emergenza, le parole ripugnanti di certe vergognose conversazioni telefoniche, le parole della sentenze di condanna  e quelle dell'assoluzione.
E anche in questo caso, le parole del burocratese feroce, vergato negli "atti di messa in mora e intimazione di pagamento" lasciano senza respiro: "Si invita e si diffida - così ci si rivolge alla famiglie aquilane - alla restituzione delle somme percepite e a corrispondere senza indugio e, comunque entro 30 giorni dal ricevimento della presente, alla presidenza del Consiglio dei Ministri, dipartimento della Protezione civile, l’importo di tot mila euro, oltre a tot mila euro di spese legali tot di interessi". Con che spirito, viene da chiedersi,  le famiglie che hanno perduto figli, mogli, mariti, genitori, amici, avranno letto lo scritto gelido e greve delle richieste di restituzione dei "risarcimenti non dovuti", quasi se ne fossero volontariamente appropriati in maniera indebita?

Il terremoto, lo sappiamo, di per sé non uccide: uccidono la case mal costruite, uccide la delinquenza di chi ha eretto palazzi, scuole, ospedali, edifici  di carta velina, uccide il menefreghismo di chi non ha controllato, uccidono la compiacenza, la leggerezza,  la corruzione. Uccide la mancanza di leggi adeguate o il mancato rispetto delle leggi esistente, uccidono le soluzioni e le decisioni che arrivano solo dopo i morti. Uccide la comunicazione inesatta ai cittadini? 
Secondo i giudice Marco Billi, del Tribunale de L'Aquila sì: "la corretta informazione venuta a mancare nel momento in cui risultanze rassicuratorie sono emerse dalla riunione della Commissione Grandi Rischi,  hanno indotto gli aquilani a restare in casa mentre, con una condotta più prudente, si sarebbero potute salvare alcune vite".
Secondo invece la Corte d'appello de L'Aquila, nella sentenza di secondi grado, no, il fatto non sussiste, se non per uno solo degli imputati, De Bernardinis,  la cui pena, come detto, è stata ridotta da 6 a 2 anni. Secondo i magistrati, infatti, furono le sue parole pronunciate ai microfoni di una tv e rilanciate dai media nei giorni seguenti, definite "negligenti" ed "imprudenti" ad aver falsamente rassicurato gli aquilani rispetto allo sciame sismico in corso, mentre la Corte non ha ravvisato simili responsabilità per gli altri imputati.
Parole in cambio di destini, di vite. Come reagiranno nei fatti  gli aquilani chiamati alla restituzione delle somme erogate, si vedrà nelle prossime settimane. Alcuni stanno già facendo opposizione tramite i propri legali.

"Di mia figlia - racconta la mamma di Ilaria, 25 anni, morta sepolta sotto le macerie de l'Aquila - non ho avuto indietro niente, non un oggetto, un abito, un quaderno, un libro, un piccolo ricordo, niente, niente, niente".
E oggi, che anche a lei viene chiesto di restituire il risarcimento ricevuto, commenta: "Se proprio proprio, caro Gabrielli, alla fine dei tempi giustizia non sarà fatta,  bene, allora ti riconsegnerò personalmente tutto, dentro un bel sacco nero di plastica. Riconsegnerò tutti i soldi, dentro al sacco nero. E restituirò anche quello".



Patrizia Calzolari