La bugia del risparmio:
il nucleare sotto la lente

Colloquio con Alberto Clo, professore all'Università di Bologna e autore dell'ultimo "Si fa presto a dire nucleare"

La settimana scorsa la Corte Costituzionale ha "bocciato" le leggi regionali con cui Puglia, Campania e Basilicata vietavano l'installazione (siti di produzione e stoccaggio delle scorie) del nucleare sul proprio territorio, adducendo l'argomento della "competenza esclusiva dello Stato". Tali regioni sono costrette quindi a fare dietrofront sul piano legislativo e amministrativo, mentre resta irrisolto un interrogativo etico e di ordine pubblico: come includere le comunità locali nel processo di "riattivazione" del nucleare? Questione non da poco, considerato anche l'esito del referendum con cui il nucleare è stato abrogato in Italia -. "Si rischia l'effetto ponte di Messina" - dice il professor Alberto Clo, nuclearista della prima ora, ex consulente di Romano Prodi e ministro dell'Industria ai tempi del governo Dini. "Sul tema del coinvolgimento delle comunità locali dovremmo imparare da altri paesi. Non si costruiscono le centrali senza un consenso di massima delle popolazioni; inoltre l'instabilità politica è sicuramente un problema. In Italia c'è un approccio ideologico al nucleare, basta guardare a cosa sta succedendo all'interno dell'Agenzia preposta al suo sviluppo e controllo: in Francia esiste invece un'autorità che ha saputo dimostrarsi indipendente".

Professore, tutto in Italia è soggetto ai tempi e ai modi della politica...
"Infatti è impensabile pensare di costruire 8-10 centrali in pochi anni, come è stato prospettato, considerato che ci vorranno altri 3 o 4 anni prima che arrivi il via libera per la costruzione della prima. Ma poi: davvero pensiamo di poter ritornare al nucleare in un battibaleno, dopo oltre vent'anni di inattività? Il nucleare è basato sulle competenze tecniche e da noi è stata interrotta la filiera del sapere. Nelle università non è più materia di insegnamento. Senza contare che nel 1987, ai tempi del referendum, il nucleare era già moribondo, tant'è che erano allora funzionanti solo Caorso e i tre piccoli impianti di Latina, Trino e Garigliano".


Si, però con il nucleare di ultima generazione, molto più sicuro, eviteremmo di importare energia dalla "lontana" Francia ottenendone un risparmio in bolletta...
"Questo è un aspetto tutto da dimostrare. Anzi i dati suggeriscono il contrario. Partiamo da un fatto: il nucleare non frutta più come 40 anni fa e attualmente gli unici ad investirvi sono i paesi del Terzo Mondo (o che una volta identificavamo come tali) e i regimi dittatoriali. Gli Stati Uniti hanno smesso di farlo già negli anni '70, puntando invece sul metano. D'altra parte il boom del nucleare si basava essenzialmente su tre condizioni: gli aiuti di stato, la protezione dal "rischio di mercato" degli investitori accompagnato dalla "certezza della domanda"; infine la possibilità conseguente di imporre i prezzi. In altre parole: il rischio zero per gli investitori garantiva la finanziabilità del progetto. Se tutto questo - per ipotesi - venisse riprodotto oggi..."

Addio risparmio in bolletta...
"...per garantire un ritorno economico agli investitori. Ma in ogni caso, resta il fatto che oggi il nucleare non è più allettante, dal punto di vista dei profitti, come un tempo. Il problema che sollevo però è un altro: se è un privato a rischiare il proprio capitale sul mercato, nulla di strano. Ma il rischio di impresa non può essere a carico dello Stato".

Insomma si rischia l'assistenzialismo, o comunque un nuovo capitalismo di stato...
"Guardi, io sono nuclearista convinto. Ma non si può bluffare su questi aspetti di non sostenibilità economica. Non è nascondendo le carte che si arriva ad una soluzione. Anzi, la propaganda fomenta l'opposizione pregiudiziale al nucleare".

Gianni Zecca