(Fonte foto: Pixabay)

I danni delle nutrie agli argini dei fiumi

A causa dell’ambiente perfetto e dell’assenza di predatori naturali, il numero di nutrie in Italia è cresciuto in modo incontrollato. E ora i danni indiretti si contano in decine di milioni di euro

Da anni si conosce la tipologia dei danni che la proliferazione delle nutrie, una specie invasiva, ha causato alle campagne e ai bacini della valle del Po. Ma solo di recente ci si sta rendendo conto della reale portata del problema. Secondo ANBI Emilia Romagna, che ha calcolato mezzo milione di esemplari solo nei confini regionali, questa specie infestante ha causato più di 3 milioni di danni diretti e circa 80 milioni di danni indiretti. Un dato impressionante, che diventa ancor più sconvolgente se si pensa alla tipologia di danni che vengono imputati alle nutrie - come le esondazioni dei fiumi, causate dagli argini indeboliti dalle tane di questo animale. 

Ma com'è possibile che un animale come la nutria sia in grado di causare tali danni? Per capire la portata del problema ne abbiamo parlato con il coordinatore di ANBI Emilia Romagna, l’avvocato Alessandro Ghetti, e con la biologa Francesca De Filippis, che fa parte del gruppo di studio della delegazione dell’Ordine Nazionale dei Biologi per quanto concerne le tematiche ambiente nutrizione e rapporti con le università. 

Profilo di una specie invasiva
“La nutria è una specie esotica e invasiva”, spiega la dottoressa Francesca De Filippis, “un roditore originario del Sud America importato negli anni ‘20 del ‘900 per le pellicce. Non più redditizio, è stato liberato in modo più o meno accidentale e si è espanso molto in Italia, trovando un ambiente favorevole, nelle zone paludose, nelle acque semi stagnanti e nell’ambiente deltizio tipico delle valli del Po. Le nutrie mangiano piante di zone paludose, ma possono nutrirsi di tutto quello che trovano nella fascia intorno: d’inverno anche le radici, ma sono è ghiotte anche di ortaggi come cicoria, carote, radicchi. Normalmente si nutrono solo intorno al proprio nido, ma si allontanano se non trova cose da mangiare”.

“Pur essendo una specie alloctona, quindi, è riuscita a inserirsi nell’ambiente e a occupare delle nicchie, anche grazie all’assenza di predatori naturali in Italia”.

In Sud America infatti viene predata dal caimano e dal giaguaro, mentre nelle nostre zone “possono permetterselo solo volpi e grandi rapaci, come le poiane - anche se tendenzialmente questi carnivori si concentrano sui cuccioli”, spiega De Filippis, perché la stazza della nutria scoraggia molti predatori.

Mezzo milione di nutrie solo in Emilia Romagna
Ambiente perfetto e assenza di predatori naturali: sono questi i due fattori che consentono una proliferazione incontrollata di questo animale. Ma quante nutrie ci sono effettivamente in Italia? Un calcolo preciso è arduo, anche perché, come spiega la dottoressa De Filippis, conosciamo soltanto l’areale di questo animale, cioè l’ambiente in cui vive, ma non l’effettiva densità della popolazione. Nonostante la difficoltà nel contare gli esemplari di nutria presenti in Italia, ANBI Emilia Romagna è riuscita a stimare le nutrie presenti all’interno della propria regione, arrivando ad annoverare ben 500.000 esemplari. Un numero impressionante - che lo diventa ancor di più se si pensa che la stima fornita è al ribasso. Ma come è stato possibile calcolarlo? A rispondere è Alessandro Ghetti, coordinatore di ANBI Emilia Romagna, che spiega come per arrivare a questo dato è stato necessario scovare e contare le tane negli argini una per una. “Per esempio solo in provincia di Ferrara, in una ricerca su 60 km di argine, abbiamo trovato una media 100 tane al km. Calcolando 2 nutrie per tana, che è una stima molto bassa, siamo arrivati a contare in tutto 500.000 nutrie, che sono il frutto dei calcoli su tre consorzi diversi: Ferrara, Ravenna (Romagna Occidentale), Reggio Emilia (Romagna Centrale)”.

“Possiamo immaginare che il numero reale sarebbe di gran lunga superiore a 500.000. Mancano Bologna, Parma, Modena e Piacenza, che però hanno la stessa orografia dei consorzi valutati, quindi possiamo aspettarci più o meno gli stessi numeri. In ogni caso a fine mese ANBI pubblicherà i numeri definitivi - e posso assicurare che saranno molto, molto più alti. C’è da dire in ogni caso che la ricerca è stata effettuata a fine lockdown, il periodo peggiore possibile, perché con la combinazione di un inverno caldo e dell’assenza dei cacciatori, le nutrie hanno trovato un ambiente perfetto per la proliferazione”. Sorge però un dubbio: semplicemente contando le tane negli argini, non si corre il rischio di confondere la tana della nutria con quella della volpe o del tasso, che sono simili e si trovano più o meno nelle stesse zone? “No”, risponde sicuro Alessandro Ghetti, “le tane delle nutrie sono assolutamente riconoscibili: sia per la conformazione e la profondità; sia perché durante la ricerca possiamo trovarci anche l’animale”.

Il problema nutria
Oltre al disturbo all’avifauna autoctona, “i danni causati dalle nutrie sono eterogenei”, sottolinea Ghetti. “Finora si calcolano circa 40 mln di danni per ogni reticolo di bonifica. E le nutrie, come altri animali che fanno le tane negli argini, quando sono in troppe possono far sprofondare il terreno, che può crollare improvvisamente sotto il peso delle macchine agricole, o addirittura provocare la rottura degli argini, causando esondazioni, come è accaduto per il Secchia nel 2014, o per l’Idice nel 2019”. Ma come facciamo a essere sicuri che questi eventi siano stati causati dalla presenza eccessiva delle tane di nutrie e non da altri fattori, come l’assenza di vegetazione? Secondo Ghetti, “si può vedere chiaramente dalle fotografie del punto dove l’argine è stato rotto”: il terreno è un colabrodo. 


Quanto è utile abbattere le nutrie?
Per la nutria, come per tutte le specie invasive alloctone, spiega Francesca De Filippis, non c’è una tipologia di intervento standard che sia automaticamente efficace per limitare il numero. Per ogni specie, infatti, bisogna valutare molti fattori. Per esempio, quando si è dovuta limitare l’invasione delle cimici asiatiche si era scelto di introdurre in natura la vespa samurai, suo predatore naturale. Ma, per quanto riguarda la nutria, non si può certo seguire la stessa tipologia di intervento - introducendo il caimano nella valle del Po. Quindi, come si fa a limitare il numero di questi animali? In questo caso, come spiega De Filippis, “anche quando non è possibile l’eradicazione, il controllo numerico è necessario per far rientrare una specie entro certi limiti che non siano dannosi per l’uomo. Può essere effettuato attraverso varie modalità”. Una di queste modalità è l’abbattimento di un certo numero di esemplari.

“Come ANBI”, risponde Ghetti, “stiamo combattendo la nutria attraverso convenzioni con associazioni venatorie, che fungono da sorveglianti e mettono trappole. Facciamo opera di puro contenimento, seguendo la metodologia della caccia”. Una soluzione, questa, che sembra utile sul medio-breve termine, ma che ha un’efficacia limitata. “Gli animali che in genere vengono abbattuti dai cacciatori sono i maschi che si sono allontanati molto dalla tana per andare a cercare cibo”, spiega De Filippis. E i maschi abbattuti vengono rimpiazzati quasi subito da altri esemplari che arrivano a colonizzare lo stesso areale. C’è dunque un ricambio quasi continuo, che limita fortemente l’efficacia dell’abbattimento. “Come metodo più efficace può essere utilizzata la sterilizzazione, perché il maschio sterilizzato resterebbe a occupare la sua stessa tana senza però produrre cuccioli”, sottolinea De Filippis. “La buona notizia è che esistono molti progetti in corso di sperimentazione. A Muggia, in provincia di Trieste, stanno sterilizzando chirurgicamente i maschi catturati con le trappole, mentre parallelamente sono in fase di studio tutti gli indici di rischio, come quello faunistico e quello ambientale, per valutare l’efficacia di questo metodo prima e dopo la sua applicazione”.

“Anche in Emilia Romagna”, prosegue De FIlippis, “a Bologna è in corso il progetto Life Green 4 Blue, di UniBo, Bonifica Renana e Legambiente. In questo caso viene sperimentato un vaccino contraccettivo, per il quale sono stati scelti 9 siti dai quali prelevare i maschi. Anche in questo caso in cinque anni vedremo se sono cambiati gli indici di rischio. Perché è fondamentale risolvere la situazione sul lungo periodo”.

La soluzione però avrà bisogno di tempo. E in questo momento, per combattere l’infestazione, si può proseguire soltanto con l'abbattimento - con la speranza che tornino inverni rigidi come quelli degli anni ‘80, che riducano fortemente la popolazione delle nutrie. “Anche se servirebbe più un miracolo”, per dirla con le parole di Alessandro Ghetti, “dato che la crisi climatica sta trasformando sempre più l’Emilia Romagna nell’habitat perfetto per questo animale”.

Giovanni Peparello