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Perché la COP26 rischia di fallire

I Paesi firmatari dell'Accordo di Parigi del 2015 dovevano aggiornare con target più ambiziosi i piani di riduzione delle emissioni di CO2 in vista del vertice di Glasgow, ma ben poco è stato fatto in questa direzione

L'ultima occasione per l'umanità. Così il premier britannico Boris Johnson ha definito la COP26, il vertice delle Nazioni Unite sul clima in programma dal 31 ottobre al 12 novembre a Glasgow, in Scozia. Purtroppo le premesse non sono delle migliori e il rischio di perdere (anche) questa occasione per invertire la rotta e salvare il Pianeta dalla crisi climatica è alto.

I 191 Stati firmatari dell'Accordo di Parigi del 2015 parteciperanno al vertice per aggiornare gli impegni presi allora. In particolare ai Paesi è stato chiesto di presentare nuovi ambiziosi piani per la riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2030 (i cosiddetti Nationally Determined Contribution - NDC) in vista del loro azzeramento per il 2050. L'obiettivo è di limitare l'aumento della temperatura globale entro la fine del secolo di 2°C, preferibilmente 1,5°C, rispetto ai livelli pre-industriali. Una meta che sembra lontana da raggiungere. Molti Paesi, infatti, hanno presentato nuovi piani di poco differenti rispetto a quelli adottati in precedenza (l'Accordo prevede che gli NDC siano aggiornati ogni 5 anni) e oltre 60 Stati, tra i quali alcuni dei più grandi produttori mondiali di CO2, non hanno proprio aggiornato i loro impegni. Con il risultato che, a oggi, sulla base degli NDC (vecchi e nuovi) dei 191 Paesi firmatari, non solo non è prevista una riduzione sufficiente delle emissioni, ma, anzi, è atteso un loro ulteriore aumento.

Manifestazione Fridays For Future

Previsioni nefaste
L’UNFCCC, l’organo delle Nazioni Unite che sovrintende l'intero processo negoziale dell'Accordo di Parigi e che riceve gli NDC dai vari Paesi, ha pubblicato il 17 settembre un rapporto che prevede, in base ai piani dei 191 firmatari, che il livello globale totale di emissioni nel 2030 sarà del 16,3% superiore rispetto al 2010. Per l'obiettivo di 1,5°C, le emissioni globali nette di CO2 di origine antropica dovrebbero diminuire di circa il 45% rispetto al livello del 2010 entro il 2030, raggiungendo lo zero netto intorno 2050. Ma anche per limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, le emissioni di CO2 dovrebbero diminuire di circa il 25% rispetto al livello del 2010 entro il 2030, raggiungendo lo zero netto intorno al 2070. Come risulta evidente non solo attualmente non è prevista una riduzione sufficiente delle emissioni nei piani, ma addirittura si è ancora molto lontani da un'inversione di rotta. Una notizia migliore arriva dall'analisi dei nuovi piani presentati (o aggiornati) che implicano una riduzione di CO2 del 12% nel 2030 rispetto al 2010. Patricia Espinosa, segretaria esecutiva dell’UNFCCC, però, ha specificato che questo risultato non è sufficiente e “gli sforzi collettivi sono molto inferiori a quanto richiesto dalla scienza per limitare un aumento della temperatura globale entro la fine del secolo di 2°C, per non parlare dell'obiettivo desiderato di meno di 1,5°C”. Basti pensare che le emissioni di CO2 al 2030, in base all'analisi degli attuali NDC dei 191 firmatari, sono stimate più basse rispetto a quanto espresso a Parigi solo del 5,9%. Questo perché importanti Paesi non hanno aggiornato i loro target e altri, come Russia (quarto produttore al mondo di CO2), Australia, Brasile e Messico, non sono riusciti a migliorare i propri obiettivi, presentando piani per il 2030 uguali o addirittura meno ambiziosi di quelli proposti nel 2015.

I grandi assenti
Tra i Paesi che non hanno proprio aggiornato i loro piani ci sono Cina e India (il loro NDC risale al 2016) che, insieme agli Stati Uniti, rappresentano il 50% delle emissioni globali. Così, mentre Washington nel suo piano presentato ad aprile ha scritto che intende raddoppiare il taglio previsto delle emissioni, riducendole del 50-52% entro il 2030, Pechino e Delhi ancora latitano. Anche l'Arabia Saudita (ottava al mondo per emissioni) non ha aggiornato i suoi impegni. In vista del vertice di Glasgow, sono arrivate solo promesse di un maggiore sforzo per la riduzione delle emissioni da parte di Cina e India. Per ora sappiamo che il presidente cinese Xi Jinping si è impegnato a raggiungere le emissioni zero nel suo paese entro il 2060 (dieci anni dopo rispetto a quanto previsto dall'Accordo di Parigi) e che il gigante asiatico bloccherà la costruzione di nuovi progetti energetici a carbone all'estero (per anni Pechino ha finanziato centrali a carbone in luoghi come l'Africa, l'Europa orientale e il sud-est asiatico). Xi ha anche affermato che la Cina inizierà a trasferire denaro per la lotta al cambiamento climatico ai Paesi in via di sviluppo. L'India, da parte sua, ha dichiarato che intende raggiungere l’obiettivo di produrre 450 GW di energia da fonti rinnovabili entro il 2030, un traguardo che la porterebbe in linea con gli obiettivi di Parigi.


Viste le premesse (e al di là delle promesse), i timori che il vertice di Glasgow si chiuda con un poco o nulla di fatto esistono e anche secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres “c'è un alto rischio di fallimento della COP26”. Ci si può forse augurare, al massimo, che a Glasgow i Paesi realizzino l’inadeguatezza dei loro target, portandoli ad assumere scelte più coraggiose. Nel frattempo, facciamo nostre le parole pronunciate da Vanessa Nakate, giovane attivista nata in Uganda 24 anni fa, in occasione della Youth4Climate che si è svolta a Milano a fine settembre in concomitanza con il pre-vertice dei ministri dell'Ambiente: “Chi pagherà per la distruzione degli habitat naturali, per le case distrutte da tifoni e incendi, per le migliaia di persone costrette a migrare? Fino a quando resteremo a guardare?”.

Martina Nasso