Piani ProCiv, Campania
maglia nera, perché?

In Campania solo il 39% dei Comuni ha approvato il piano di emergenza, previsto dalla legge 100 del 12 luglio 2012: un Disaster Manager campano, Dott Raffaele Bove, dirigente veterinario della Asl di Salerno, in una lettera indirizzata al presidente della Regione Caldoro, dà una sua interpretazione a questo dato poco confortante

A fine dicembre 2012 il Dipartimento di Protezione Civile ha fatto il punto della situazione sull'approvazione dei piani di emergenza comunali, pubblicando, in base ai dati forniti dalle stesse amministrazioni territoriali, una 'classifica' che riportava, Regione per Regione, il numero totale dei Comuni e il numero di quelli già dotati del piano di emergenza di protezione civile (dato, aggiornato al 28 dicembre 2012). Fra le 14 regioni elencate, le "maglie nere"  per il più basso numero di Comuni dotato di piano di emergenza spettano a Lazio, Liguria e Campania:  nel Lazio  sono 'in regola' solo 114 Comuni su 378 (pari al  il 30%), in Liguria 91 su 235 (39%) e in Campania 214 su 551 (pari al 39%).
Per quanto riguarda il dato campano, il Dott. Raffaele Bove, Veterinario, Disaster manager e "vesuviano"(come lui stesso si definisce) ha indirizzato una lettera al Presidente della Regione Stefano Caldoro e al Direttore del giornale "La Città" di Salerno: la missiva contiene diversi spunti di riflessione sulla situazione in Campania, su ciò che a parere del Dott. Bove ha fatto meritare alla sua Regione un basso posto in classifica e su ciò che di buono invece è stato tratto dalle varie esperienze emergenziali verificatesi nel tempo in quel territorio. Ne riportiamo a seguire alcuni stralci:

".... La legge n. 100 del 12 luglio 2012 prevede che, entro 90 giorni dall'entrata in vigore del provvedimento, i Comuni procedano ad approvare il piano di emergenza comunale, redatto secondo i criteri e le modalità riportate nelle indicazioni operative del Dipartimento della Protezione Civile e delle Giunte regionali. Il piano di emergenza rappresenta un indispensabile strumento per la prevenzione dei rischi e, pertanto, il Dipartimento della Protezione Civile monitora con attenzione, attraverso le Regioni e le Province Autonome, l'attività di realizzazione e di aggiornamento dei piani da parte dei Comuni. La notizia deve essere, per noi campani, uno stimolo a far meglio e di più nel settore della pianificazione delle emergenze; ciò anche in relazione al fatto che il nostro territorio è fra i più vulnerabili. La legge 100 obbliga, da una parte, i Comuni ad approvare i piani di emergenza comunali con delibera di consiglio e, dall'altra, le regioni ad approvare, con propria deliberazione, il Piano Regionale di Protezione Civile, che può prevedere criteri e modalità di intervento da seguire in caso di emergenza sulla base delle indicazioni operative adottate dal Dipartimento della protezione civile e il ricorso a un piano di prevenzione dei rischi.....Siamo ultimi, ma cosa ha dato la Campania alla costruzione di quello che amiamo chiamare Sistema complesso di Protezione civile?

La disastrologia veterinaria italiana nasce quando, in occasione del terremoto dell'Irpinia del 23 novembre del 1980, il Ministero della Sanità-Direzione Generale dei Servizi Veterinari - incaricò il Prof. Adriano Mantovani, docente presso la Facoltà di Medicina Veterinaria di Bologna, di coordinare le attività veterinarie nelle zone colpite dal sisma. I colleghi veterinari campani, in quell'occasione, intorno al Prof. Mantovani, hanno lavorato con dedizione scrivendo una pagina importante nella storia delle veterinaria. Da quell'esperienza nasce, dunque, la disastrologia veterinaria come branca delle scienze veterinarie.
L'esperienza dell'Irpinia, l'intervento del Presidente Pertini, il lavoro del Commissario Zamberletti e, soprattutto, la pressione dell'opinione pubblica attivano un processo che porterà nel tempo a dotare il Paese di una Protezione Civile moderna ed efficace.
La tragedia di Sarno, Bracigliano e Quindici segna una tappa fondamentale per il Paese per la costruzione di un modello per la previsione e prevenzione del rischio idrogeologico.
In quei giorni, in qualità di Disaster manager, fui nominato dal Prefetto di Salerno come responsabile del COM di Sarno. Il Paese non aveva un sistema moderno per la prevenzione del rischio idrogeologico, non esisteva una rete pluviometrica efficiente e non erano presenti studi seri sulle cosiddette zone vulnerabili. Da quella esperienza, il Paese si è dotato di una rete di pluviometri collegata attraverso la Rete dei centri funzionali per il monitoraggio h24 dell'intero territorio. Tale sistema offre la possibilità, con una pianificazione capillare, di mettere in sicurezza l'intero territorio. A seguito del disastro, quindi, il sistema Paese si è dotato di una legislatura avanzata sul rischio idrogeologico.
La Pianificazione del rischio Vesuvio con i gemellaggi tra i singoli Comuni della zona rossa e le varie regioni italiane, dove in caso di evacuazione dovranno essere ospitate le popolazioni vesuviane colpite dall'eruzione, è sicuramente un approccio avanzato e un modello di riferimento.
Vorrei ancora sottolineare un'altra esperienza che ha visto la Campania protagonista e artefice di una pianificazione di grande rilevanza: alcuni territori della provincia di Napoli e di Caserta sono stati colpiti dalla peste del 2° millennio, la diossina. L'emergenza diossina che ha colpito la Campania ha messo in ginocchio l'intero settore agro-zootecnico-caseario e l'immagine del made in Italy in quel periodo è stata particolarmente penalizzata da questa vicenda. Su quella tragedia, i campani hanno capito la lezione e si sono muniti di un efficace sistema di monitoraggio. La Regione Campania, infatti, ha elaborato un piano mirato per il controllo delle diossine, reputato positivamente dalla U. E. ed ha finanziato un laboratorio per la ricerca delle diossine tra i più moderni e sofisticati esistenti in Italia. Questa esperienza vissuta in Campania potrebbe ritornare utile anche per le altre regioni d'Italia, in quanto, purtroppo, la diossina è presente dovunque".

"Il mio pensiero, a proposito della maglia nera alla Campania - prosegue la lettera del Dott. Bove - è invece da attribuire a un difetto ancestrale dei campani, quello di non fare "RETE", di non tesaurizzare le esperienze, le risorse e le intuizioni. Esistono, anche nella comunità scientifica, uno sterile individualismo e un campanilismo vecchio e improduttivo. Forse la prestigiosa Università di Napoli, l'Osservatorio Vesuviano, gli Istituti di ricerca, il mondo delle professioni, in tema di ricerca, non hanno niente da dire sulla Protezione civile? E il mondo del volontariato della protezione civile della Campania possiamo classificarlo all'ultimo posto?
Allora, perché siamo maglia nera se abbiamo una ricerca avanzata, volontari motivati, personale addestrato e amministratori esperti ? (L'assessore alla Protezione Civile della Campania è un tecnico di grande spessore).
La riposta è da ricondurre alla definizione stessa della Protezione civile: La Protezione civile è un sistema complesso, dove le singole componenti partecipano secondo la propria "mission" perseguendo, però, un obiettivo comune: la salvaguardia delle persone, del patrimonio artistico, zootecnico, attraverso un modello (metodo Augustus), una procedura, un'organizzazione riconosciuta e accreditata. In Campania assistiamo, invece, al fatto che le varie componenti non fanno sistema tra loro, che settori ubicati nello stesso stabile non riescono a parlarsi e che le banche-dati di singoli settori non sono incrociate. Ogni settore costruisce il proprio tassello ma non lo condivide pienamente con gli altri e, quindi, non fa "Sistema". Se le singole componenti non interagiscono fra loro, sarà difficile far bene la previsione e la prevenzione dei rischi e ciò determinerà, inevitabilmente, un piano di emergenza poco credibile.
In conclusione, dovendo la Regione Campania, alla luce della Legge 100, definire il proprio piano regionale, auspichiamo una cabina di regia che possa, tra l'altro, assicurare l'applicazione corretta e puntuale della legge".





red/pc