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Quanto pesa sulla biodiversità quello che mangiamo?

L’area deforestata di un territorio non è abbastanza per valutare l’impatto ambientale: ecco perché è importante il Biodiversity Risk

Quando parliamo di inquinamento, soprattutto per il cibo, pensiamo quasi esclusivamente agli imballaggi: dove buttiamo la carta, dove buttiamo la plastica, come differenziamo. Ci sembra che il nostro impatto sia tutto qui, nel cassonetto sotto casa. Ciò che ci sfugge, a volte, è che una parte del costo ambientale dei nostri consumi non si manifesta dove acquistiamo questi prodotti, ma nei territori in cui vengono coltivati o allevati. Pensiamo a caffè, cacao, carne, olio di palma, soia, gomma naturale: queste e molte altre materie prime percorrono ogni giorno filiere globali che collegano le scelte di consumo dei Paesi importatori alla trasformazione di foreste tropicali e altri ecosistemi naturali nei Paesi produttori. 
 
“Biodiversity Risk”: un nuovo indicatore
L’impatto ambientale nei territori di origine di questi prodotti è stato dimostrato da uno studio pubblicato sulla rivista Ecological Economics, realizzato da ricercatori e ricercatrici dell’Università di Torino e dell’Università degli Studi di Milano. La ricerca introduce il concetto di Biodiversity Risk, un nuovo indicatore che supera le tradizionali metriche della deforestazione integrando l’estensione delle superfici convertite con il valore ecologico delle foreste, la vulnerabilità delle specie e il loro grado di endemismo. L'obiettivo è misurare in modo più accurato il rischio di perdita di biodiversità associato alla produzione agricola e al commercio internazionale delle materie prime.

Perdita forestale e perdita di biodiversità non sono la stessa cosa
Combinando dati satellitari sulla deforestazione con i flussi commerciali di 157 prodotti agricoli, i ricercatori hanno ricostruito gli impatti sulla biodiversità della produzione agricola in 166 Paesi e dei consumi alimentari di 195 Paesi nel periodo 2005-2022. Lo studio collega la conversione delle foreste alle diverse colture agricole e ne valuta gli effetti sulla biodiversità considerando sia gli impatti immediati della trasformazione degli habitat sia quelli dovuti all'occupazione agricola del suolo negli anni successivi. I risultati mostrano che misurare soltanto gli ettari di foresta persi non è sufficiente. Quando si considera anche il valore ecologico degli ecosistemi, la geografia degli impatti cambia sensibilmente: il Brasile rimane il Paese con la maggiore superficie deforestata, ma è l'Indonesia a registrare il più elevato rischio di perdita di biodiversità, grazie all'eccezionale ricchezza di specie endemiche e alla particolare vulnerabilità delle sue foreste tropicali.

Le foreste tropicali nel contesto climatico
“Proteggere le foreste tropicali – spiega Giorgio Vacchiano – significa difendere anche la stabilità del clima, la sicurezza alimentare e la qualità della vita di ciascuno di noi. Per il singolo cittadino non è ancora facile sapere con certezza come sia stato ottenuto ogni prodotto, ma possiamo ridurre gli sprechi, scegliere quando possibile filiere certificate e chiedere maggiore trasparenza a imprese e distributori. Possiamo inoltre far sentire la nostra voce perché il regolamento europeo contro la deforestazione resti ambizioso e venga applicato efficacemente: le scelte quotidiane contano, ma diventano davvero decisive quando contribuiscono a cambiare le regole del mercato”.

Cambiare gli indicatori: l’importanza del Biodiversity Risk
Lo studio infatti assume particolare rilevanza anche alla luce dell'European Union Deforestation Regulation (EUDR), il regolamento europeo che impone alle imprese di dimostrare che prodotti come cacao, caffè, olio di palma, soia, gomma naturale, legno e bovini non provengano da aree deforestate. I risultati mostrano tuttavia che la sola tracciabilità deforestation-free non è sufficiente: foreste diverse hanno un diverso valore ecologico e la loro conversione può determinare impatti molto differenti sulla biodiversità. Per questo, integrare indicatori come il Biodiversity Risk nelle politiche pubbliche, nei sistemi di certificazione e nelle strategie di approvvigionamento delle imprese consentirebbe di andare oltre il solo controllo della legalità o della superficie deforestata, orientando importazioni, certificazioni e investimenti verso filiere realmente meno dannose. Le soluzioni possibili passano da catene di fornitura più trasparenti, sistemi di monitoraggio satellitare, accordi con i Paesi produttori, incentivi per produzioni agricole già localizzate in aree degradate o a basso rischio, fino a scelte di consumo più consapevoli.

red/gp

(Fonte: Università degli Studi di Milano)