fonte foto: Urber)

Rischio idrogeologico, i geologi: "Delocalizzare tutti i beni esposti a frane e alluvioni"

"Una soluzione apparentemente molto difficile da percorrere, ma risolutiva ed economicamente conveniente". Così Piero Farabollini, Consigliere Nazionale dei Geologi illustra la sua proposta di delocalizzare edifici, strutture e attività presenti nelle aree a rischio idrogeologico

"Nel 42% dei centri abitati non viene svolta regolarmente la manutenzione ordinaria dei corsi d'acqua principali e del reticolo idrografico minore. Per mettere in sicurezza il territorio andrebbero delocalizzati tutti i beni esposti a frane e alluvioni. In Italia assistiamo da decenni ad una impressionante "carenza pianificatoria di superficie", con la quasi scomparsa delle manutenzioni, con abusi di consumo del suolo, con la scarsa conoscenza dei fenomeni e di conseguenza la scarsa percezione della dimensione dei pericoli. Nel nostro Paese ogni anno fra i 150.000 e i 200.000 ettari di territorio naturale vengono impermeabilizzati, sotto cemento e asfalto, o bruciati dagli incendi. Deteniamo il record europeo nel "soil sealing", l'impermeabilizzazione delle superfici naturali: dal 2001 al 2011 aumentata dell'8,8%, abbiamo doppiato la media europea del 4,3%. Nel 42% dei centri abitati non viene svolta regolarmente la manutenzione ordinaria dei corsi d´acqua principali e del reticolo idrografico minore". Lo ha affermato Piero Farabollini, Consigliere Nazionale dei Geologi, intervenendo alla conferenza stampa dell'Ordine dei Geologi delle Marche ad Ancona.

"È necessario -
ha proseguito Farabollini - delocalizzare i beni esposti a frane e alluvioni, se legali,  attuando interventi di delocalizzazione degli edifici, delle strutture e delle attività presenti nelle aree a rischio che rappresentano una delle soluzioni apparentemente più difficili da percorrere, ma risolutive ed economicamente convenienti, promuovere la manutenzione dei versanti, per ottenere segnali di allerta utili rispetto al possibile verificarsi di eventi franosi e definire un corretto uso delle pratiche agricole; sostenere la manutenzione dei fiumi attraverso nuove forme di gestione fluviale basate sullo studio morfologico, morfosedimentario e sull'analisi della dinamica fluviale (anche attraverso strumenti quali i Contratti di Fiume). Analisi a scala di bacino considerando, oltre al corso d'acqua principale, anche l'immenso reticolo di corsi d'acqua minori (fossi e torrenti), sempre più spesso causa, loro stessi, degli eventi alluvionali peggiori; ridare spazio alla natura, restituendo al territorio lo spazio necessario per i corsi d'acqua, le aree per permettere un'esondazione diffusa ma controllata, creare e rispettare le "fasce di pertinenza fluviale" (fascia ripariale), adottando come principale strumento di difesa il corretto uso del suolo; convivere con il rischio, applicando una politica attiva di "convivenza con il rischio" con sistemi di allerta, previsione delle piene e piani di protezione civile aggiornati, testati e conosciuti dalla popolazione. Convivenza attuata anche mediante una necessaria e capillare educazione ai pericoli rivolta a tutta la comunità troppo spesso ignara dei rischi presenti sul proprio territorio".


red/pc
(fonte: Consiglio nazionale Geologi)