Rischio idrogeologico, report
ANBI: "Servono 7,4 miliardi"

L'Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni lancia l'allarme presentando il rapporto 2013. In crescita il fabbisogno per la sicurezza idrogeologica

"Noi abbiamo fatto e facciamo quanto nelle nostre possibilità: i Consorzi di bonifica, attraverso un intenso processo di fusioni ed incorporazioni, sono attualmente 127 rispetto ai 250 degli anni ‘70 ed ai 180 del 1998; nello stesso periodo, però, il territorio, sul quale operano, vale a dire oltre il 50% dell'Italia, non ha subito riduzioni, ma si è accresciuto. Abbiamo pertanto sviluppato sinergie con le istituzioni locali nel segno del "federalismo cooperativo: dal 2010 è in essere un Protocollo d'Intesa con l'ANCI, finalizzato alla collaborazione sul territorio tra Consorzi e Comuni; analogamente sono stati sottoscritti importanti Accordi di Programma con le Autorità di Bacino nazionali ed ora siamo attori negli innovativi "contratti di fiume" e "contratti di foce"."

Ad affermarlo è Massimo Gargano, presentando, a Roma, la proposta di Piano A.N.B.I. 2013 per la Riduzione del Rischio Idrogeologico. "La proposta 2012 - ricorda il Presidente dell'Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni - indicava 2.943 interventi per un importo di 6.812 milioni di euro. Nel 2013 gli interventi proposti sono 3.342, cioè +13,9%, per un importo complessivo di circa 7.409 milioni di euro, vale a dire un incremento pari ad 8,7%. Più significativo - insiste Gargano - è però il confronto con il 2010, anno del nostro primo report: gli interventi necessari sono cresciuti del 144,9% e la spesa del 77,1% a testimonianza di una situazione idrogeologica del Paese in costante peggioramento. Va ricordato - evidenzia Gargano - che gli interventi richiesti non possono eliminare completamente il rischio idraulico derivato da eventi di carattere eccezionale, ma risultano fondamentali per ridurlo. Anche a novembre 2012, infatti, il Paese è andato "sott'acqua": si sono registrate piogge intense e concentrate in gran parte della Toscana, del Lazio, del Veneto, dell'Emilia-Romagna, dell'Umbria, del Friuli Venezia Giulia e della Liguria; tali fenomeni si sono ripetuti anche nei giorni scorsi e solo la fatalità ha evitato che la frana caduta sulla ferrovia umbra non si trasformasse in tragedia. In molti casi, il sistema delle aree di espansione, cioè  bacini realizzati dai Consorzi di bonifica per trattenere le ondate di piena, ha evitato l'allagamento di centri abitati; in altri casi la riparazione delle rotte arginali ha consentito di evitare danni più gravi."

Il dissesto idrogeologico in Italia resta diffuso: interessa, secondo i dati ufficiali, l'82% dei Comuni e determina che 6 milioni di persone abitino in un territorio ad alto rischio idrogeologico e 22 milioni in zone a rischio medio. Si calcola che 1.260.000 edifici, tra cui oltre 6.000 scuole e 531 ospedali, siano a rischio di frane ed alluvioni. Un'analisi compiuta dall'Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del Consiglio Nazionale Ricerche (C.N.R.) rivela che tra il 1950 e 2012 si sono registrati 1.061 frane e 672 inondazioni. Le vittime sono state oltre 9.000 e gli sfollati o "senza tetto" oltre 700.000. Tali eventi hanno avuto impatto sui beni privati e collettivi, sull'industria, sull'agricoltura, sul paesaggio e sul patrimonio artistico e culturale senza contare le conseguenze occupazionali e psicologiche sulle comunità locali.

Secondo i dati ANCE-CRESME del 2012, tra il 1944 e il 2011, il danno economico prodotto in Italia dalle calamità naturali supera i 240 miliardi di euro, con una media di circa 3,5 miliardi di euro all'anno. Le calamità idrogeologiche hanno contribuito per circa il 25% al danno complessivo. Le cause sono molteplici: dalla variabilità climatica all' intensa urbanizzazione: si stima che il consumo del suolo, nel periodo 1990-2005, sia stato di oltre 244.000 ettari all'anno (circa due volte la superficie del comune di Roma), in pratica oltre 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio). La Commissione Europea, al riguardo, ha pubblicato lo studio "Orientamenti in materia di buone pratiche per limitare, mitigare e compensare l'impermeabilizzazione del suolo" cui, tra gli altri, ha contribuito anche l'ANBI.

"L'impermeabilizzazione, considerata uno dei maggiori processi di degrado del suolo - prosegue Gargano che, nel 2014, diverrà Presidente di turno dell'Unione Europea dei Consorzi di bonifica (E.U.W.M.A.) - è un problema esistente in tutta Europa, uno dei continenti più urbanizzati al mondo: si calcola che tra il 1990 e il 2006 si sia avuto un aumento delle aree di insediamento pari al 9% in media. Diventa quindi una priorità europea limitare e compensare l'impermeabilizzazione del suolo, impedendo l'occupazione di altre aree verdi  attraverso interventi, quali il riutilizzo di siti dismessi o gli  incentivi all'affitto di case non occupate. Va anche ricordata la forte pressione dell'impermeabilizzazione sulle risorse idriche: un suolo può incamerare fino a 3.750 tonnellate di acqua per ettaro o circa 400 millimetri di precipitazioni. L'impermeabilizzazione, invece, riduce l'assorbimento di pioggia, arrivando ad impedirlo completamente; l'infiltrazione di acqua piovana nei terreni fa sì che impieghi più tempo per raggiungere i fiumi, riducendo la portata e quindi il rischio di inondazioni, la cosiddetta mitigazione naturale del rischio. Negli ultimi 40 anni, la superficie coltivata si è ridotta di circa il 28%, arrivando a meno di 13 milioni di ettari".

"I fenomeni da contrastare - sottolinea Gargano - sono la cementificazione selvaggia soprattutto nelle aree più fertili e l'abbandono delle terre marginali da parte degli agricoltori." Per contrastare il problema del consumo del suolo, il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari Forestali, Mario Catania, ha presentato, nel 2012, un apposito disegno di legge. "L'A.N.B.I. - conclude il Presidente - auspica che il nuovo Parlamento lo possa valutare positivamente."

Red - ev
fonte: A.N.B.I