Tensione Siria: braccio di ferro USA - Russia. Il G20 si chiude con il mondo spaccato

Il meeting russo si chiude fra venti di guerra. Putin: ''aiuteremo Damasco in caso di attacco''

Nessuna marcia indietro. Al termine del G20 di San Pietroburgo il presidente americano Barack Obama ha confermato la volontà di attaccare la Siria. Passo avanti, deciso, invece della Russia. Putin ha confermato la decisa contrarietà ad un intervento armato, spingendosi oltre: "aiuteremo Damasco in caso di intervento militare", ha detto il presidente russo. Impossibile trovare una via di comunicazione e il meeting dei "grandi del mondo" si è concluso con un nulla di fatto sulla prima voce dell'agenda. La questione siriana spacca a metà il mondo, fra chi vorrebbe un attacco, e una "punizione esemplare" per il regime di Assad - fra loro tanti Paesi Arabi - e chi invece chiede prudenza -ed è il caso dell'Italia -.

Il monito di Putin. Fra USA e Russia, nonostante un dialogo di 20 minuti fra Obama e Putin, è gelo profondo. "Nel caso di un attacco a Damasco, Mosca sarà pronta a portare i suoi aiuti in difesa della Siria", ha confermato Putin. Che ha aggiunto: "stiamo già aiutando, inviamo armi, cooperiamo nella sfera economica, auspichiamo di estendere tale cooperazione al settore umanitario, che include l'invio di aiuti umanitari e il sostegno delle persone e dei civili. Chi agisce senza mandato Onu si mette nell'illegalità".

Obama non arretra. Nessun tentennamento da parte americana. Il presidente Usa Barack Obama, parlando al G20 di San Pietroburgo, ha detto di essere fiducioso sul voto favorevole del Congresso all'intervento armato e di "poter convincere gli americani che l'uso di armi chimiche da parte del regime di Bashar Assad". Azioni che "richiedono una risposta militare". A difesa dell'azione militare in Siria Obama ha ricordato il Rwanda: "Quando le persone dicono che il Rwanda ha lasciato una terribile macchia su tutti noi...immaginate se il genocidio nel paese africano fosse ancora in corso". Gli Stati Uniti all'epoca, con la presidenza di Bill Clinton, furono accusati di immobilismo. Ora si attende solo il voto del Congresso, che potrebbe avvenire entro la prossima settimana.

L'Italia non attacca, ma firma un documento di condanna. C'è anche l'Italia nella lista degli 11 Paesi che hanno firmato un documento, diffuso in una dichiarazione diffusa dalla Casa Bianca al termine del G20, che "condanna l'attacco con armi chimiche avvenuto a Damasco il 21 agosto e di cui il regime di Assad viene ritenuto responsabile". Roma si posta al fianco di Australia, Canada, Francia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Arabia Saudita, Spagna, Turchia, Gran Bretagna e Stati Uniti, in una decisa condanna al regime siriano. Ma l'Italia esclude categoricamente il coinvolgimento in un intervento armato senza il mandato dell'ONU. Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, è ancora convinto "che una soluzione negoziale sia ancora possibile".

Non si fermano i profughi siriani in Italia. Mentre la politica discute in Sira, ammassati lungo i confini, ci sono più di 4 milioni di profughi. Chi ha potuto ha tentato il viaggio verso la salvezza. Sono circa 20mila i profughi siriani arrivati in Europa dall'inizio del 2013. Il sistema d'accoglienza è già al collasso, in tutto il continente. "Non ci sono posti a sufficienza nei centri d'accoglienza", sostiene la portavoce dell'Unhcr (l'Alto commissariato Onu per i rifugiati) dell'Europa centrale Ariane Rummery. E nessuno può prevedere che numeri avrà l'ondata di profughi da Damasco nei prossimi mesi. In crisi soprattutto l'Italia: attraverso la rotta del Mediterraneo centrale tra luglio e agosto sono sbarcati 7.500 disperati. E le strutture di accoglienza sono al collasso.




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