"Terremoti in pillole": la conoscenza passa dai social

Un progetto a lungo termine, fatto di brevi video su singoli argomenti, estremamente divulgativi nei contenuti e nei linguaggi: Stefano Solarino, sismologo, divulgatore e ricercatore INGV ci presenta il suo progetto "Terremoti in pillole"

Quanti terremoti ci sono in un giorno nel mondo? La magnitudo ha valori massimi e minimi? Come si registra un sisma? Conoscere i terremoti partendo dalle "generalità" per scoprirne frequenza, distribuzione, storia e curiosità: è il progetto "TERREMOTI IN PILLOLE" che, grazie a una serie di brevi video domanda-risposta (meno di due minuti ciascuno), intende sciogliere dubbi e dare riscontro ai tanti quesiti sul terremoto sui quali si fa ancora molta confusione.
Ideatore e curatore dell'iniziativa Stefano Solarino, sismologo e primo ricercatore senior dell'Osservatorio Nazionale Terremoti dell'INGV, non nuovo a progetti in tema di resilienza ai rischi di origine naturale, fra questi il libro "I rischi naturali cominciano dal basso: l'educazione nella prevenzione delle catastrofi naturali" (Ed. Liberodiscrivere), due diverse petizioni indirizzate a MIUR e Dipartimento Protezione civile per portare la prevenzione e la preparazione alle catastrofi naturali nelle scuole italiane facendone materia di insegnamento e altre iniziative correlate.
"Terremoti in pillole" è una pagina facebook, aperta lo scorso 15 luglio e collegata al relativo canale youtube,

Solarino, sono già tante le iniziative di divulgazione in tema dei terremoti, perché questa nuova pagina facebook?
E’ noto che l’informazione, e quindi anche la divulgazione scientifica, nell’ultimo decennio hanno sperimentato vie alternative all’editoria classica (stampa e tv) e moderna (siti web) affacciandosi al mondo complesso, ma dall’elevato potenziale in numero di contatti, dei social network. Si sono così moltiplicati canali youtube e pagine facebook su argomenti via via più specializzati. Le Scienze della Terra non fanno eccezione, con un buon numero di canali e pagine dedicate. Manca però un fil rouge. In molti casi le varie iniziative rispondono ad esigenze puntuali, come la descrizione di questo o quel fenomeno o le caratteristiche di un dato evento catastrofico. In pratica, queste fonti seguono “la cronaca” interessandosi degli argomenti “in voga”, secondo un meccanismo tipico dei social che prevede la ricerca del clic da una parte e l’offerta di tali argomenti ad un pubblico altrimenti distratto da altre questioni apparentemente più accattivanti. La mia è una scelta diversa, che prevede un progetto a lungo termine, raramente o affatto legato al contingente. Favorito dal grande interesse che negli ultimi anni i terremoti hanno suscitato nel pubblico, le mie pillole vogliono essere parti di un insieme ad ampio respiro. Una specie di conferenza in pezzi, fruibili senza impegno sia per la brevità del singolo argomento sia per il carattere estremamente divulgativo dei contenuti e del linguaggio. Si può scegliere un argomento, trattato nel singolo video, per rispondere ad una domanda o seguire un percorso in cui ogni pillola è il tassello di un discorso più esaustivo. La sequenza di video è il fil rouge a cui accennavo.

Come è strutturato il progetto?
“Terremoti in pillole” prevede quattro grandi raggruppamenti e quindi quattro categorie di argomenti. Gli aspetti scientifici sono l’argomento dei primi video (dal numero 1 al numero 15). Si parte dalle cause del fenomeno per passare alla distribuzione dei terremoti nel mondo e alla descrizione della propagazione delle onde. Per invogliare la partecipazione e l’interesse del pubblico, il linguaggio tecnico è ridotto al minimo indispensabile. A costo di attirare critiche da parte dei colleghi, nel fare la scelta di una “volgarizzazione” dei tecnicismi, intendo sottolineare che l’utilizzo di un certo vocabolario nelle discussioni scientifiche porta gli addetti ai lavori a credere che i nostri argomenti siano chiari al pubblico. Spesso non è così. Un bravo medico non si limita ad enunciare il risultato della sua analisi, ma tenta di far comprendere con parole semplici di quale malattia soffriamo, nonostante sarebbe assai più semplice e rigoroso utilizzare la cruda nomenclatura medica. La seconda tranche di video riguarda le risposte sulle curiosità e su aspetti molto pratici (video dal numero 15 al numero 30) dei terremoti come, ad esempio, se esiste un valore massimo per la magnitudo. Alcuni video di questo gruppo sono concepiti anche per combattere alcune false credenze. Il terzo gruppo riguarda lo studio dei terremoti. L’idea è quella di informare il pubblico su quale sia il lavoro del sismologo per portare a comprendere le incertezze che sono legate ai dati utilizzati e, di conseguenza, ai risultati ottenuti. La quarta serie di video si propone di elencare i comportamenti da adottare per essere preparati e per sviluppare una resilienza degna di tale nome. Seguendo l’intero percorso lo spettatore potrà conoscere i diversi aspetti del fenomeno come se avesse, appunto, assistito ad una lezione o ad una conferenza.

Gli obiettivi?
Se dovessi definire i tre aspetti più importanti del progetto sceglierei i termini modularità-finalità-utilità. Ogni video dura tassativamente meno di due minuti ed è a sé stante, pur facendo parte di un discorso: pone una domanda e trova la risposta in brevi argomentazioni. Per inciso, per il mondo di internet questa è già una durata limite ma è un giusto compromesso tra la brevità e la completezza dell’informazione.
Il secondo aspetto è la finalità, ovvero appassionare il pubblico ad argomenti che sono spesso di interesse solo nelle situazioni di emergenza ma che hanno un enorme importanza anche nella vita di tutti i giorni. Ad esempio, come può non essere interessante capire come facciamo a conoscere con tanto dettaglio l’interno della Terra senza avere avuto mai la possibilità di indagarlo direttamente ? (la perforazione più profonda arriva a soli 13 chilometri di profondità contro un raggio del pianeta di circa 6400!).
Il terzo aspetto è quello dell’utilità, ovvero evidenziare che lo studio dei terremoti può aiutare a conoscere meglio il fenomeno, le sue conseguenze e ad aumentare la nostra capacità di convivenza con il fenomeno.

Quindi video brevi e social come strumenti per comunicare in modo efficace i terremoti...
Il video “breve” costringe l’autore a concentrare il messaggio e quindi a selezionare solo l’essenziale. Allo stesso modo l’ascoltatore viene condotto direttamente al nocciolo del problema ed è meno soggetto a distrazioni. Inoltre, essendo ridotta la quantità di informazione veicolata, essa è più facile da assimilare. E’ noto che il video breve (lo spot, si dice talvolta) è la forma più utilizzata dalla pubblicità, in cui per motivi di costi, gli spazi temporali assegnati sono ridotti ma a fronte di ciò la capacità persuasiva, proprio perchè costretta in messaggi brevi ed essenziali, è molto alta. Inoltre, come già detto, il video surfer vuole vedere molto in un tempo breve; non ama perdere tempo in caricamenti lunghi; tende a passare ad altre visualizzazioni nel caso in cui l’argomento sia prolisso o non particolarmente interessante. La durata limitata diventa dunque una necessità.
Infine, quanto all’importanza dei video sui social per finalità divulgative, ricordo che da qualche anno il Premio Divulgazione Scientifica, tradizionalmente dedicato ai libri, ha introdotto una categoria di premiazione per i migliori video pubblicati su youtube.

Un progetto rivolto a quale pubblico?
So che è scontato dirlo ma ovviamente al pubblico dei social, inteso però non solo come quelli che “si interessano” a questi argomenti, e che probabilmente già “frequentano” canali e pagine specializzate. Mi piacerebbe coinvolgere anche coloro che non hanno mai considerato l’idea di guardare un video scientifico perché lo hanno ritenuto inutile, non adatto o troppo distante dalla loro cultura. Per questo i video assomigliano, nella forma, a quelli elaborati per altri argomenti (alcuni avranno la doppia immagine come quelli pubblicati per i video giochi) per cercare, almeno per questo aspetto, di superare lo scalino tra la società e il mondo della scienza. Elencando categorie di possibili spettatori, penso agli insegnanti che vogliano disporre di materiale da proporre ai propri studenti, ai giornalisti che dovendo trattare sia la cronaca che gli aspetti più specifici dell’argomento potrebbero trovare nelle “pillole” qualche ausilio al proprio lavoro, agli studenti che debbano condurre una ricerca o preparare un’interrogazione, agli amministratori e ai politici che debbano applicare le leggi elaborate sulle base di studi scientifici perché comprendano la necessità e la motivazione per la loro applicazione. Strizzando naturalmente l’occhio anche al singolo che voglia la risposta ad una domanda o a un dubbio per magari sentire anche la versione “degli esperti”, in contrapposizione al grande vociare di pseudo esperti che si inventano tali sulla rete.

Pare che nel nostro Paese, molto più che in altri, si tenda a dimenticare troppo in fretta le tante catastrofi naturali e le loro conseguenze: è così? Perchè?
Anche se negli ultimi anni si è notata una minima flessione verso una maggiore consapevolezza, tuttavia quella della preparazione alle catastrofi naturali non è certo una priorità per i nostri concittadini. Ci sono numerosi fattori da considerare. Ne cito alcuni, pur consapevole del fatto che l’analisi non è esaustiva. Il fatalismo, ovvero la rassegnazione nell’accettare i capricci della natura come se non vi fosse alcuna possibilità di mitigarne gli effetti. La scarsa rilevanza attribuita dal mondo della scuola o dai media all’educazione ai rischi e all’insegnamento delle pratiche di autoprotezione. Anche la relativa bassa frequenza degli eventi sismici importanti certamente non aiuta. Invece è il limitato numero di vittime per fenomeni frequenti come le alluvioni che porta talvolta a trascurare la prevenzione. Infine, l’assistenzialismo dello Stato non contribuisce alla presa in carico di responsabilità del singolo, facendo mancare un importante paletto nella costruzione dei una società resistente e resiliente. In conclusione,

In definitiva, per la cura di quale “malanno” sono pensate le sue pillole?
Purtroppo le mie pillole non curano il male, soprattutto se il malato non si impegna a fondo per aumentare la prevenzione e la sicurezza del proprio ambiente e del proprio nucleo famigliare. In questo senso preferisco pensare alle mie pillole, come per altre attività che ho svolto fino ad ora, come un vaccino. Non danno la certezza di non ammalarsi, ma nel caso ciò accadesse potrebbero aver aiutato a capire il fenomeno e aver aumentato la preparazione ad affrontarlo e mitigarne le conseguenze.

patrizia calzolari