(Fonte foto: Regione Emilia-Romagna)

Torna l'emergenza per la peste suina: quale strategia adottare?

Con il proliferare della malattia soprattutto nel Nord Italia, la strategia di contenimento della popolazione di cinghiali sarà basata principalmente sulla caccia. Ma questo metodo potrebbe essere controproducente

Si torna a parlare di peste suina, mentre la malattia si espande nelle popolazioni di cinghiali selvatici sul territorio nazionale. Nei giorni scorsi la peste suina ha colpito quattro allevamenti intensivi in Lombardia, in provincia di Pavia, attivando uno stato di emergenza che coinvolge l’industria suinicola, le Regioni e il governo. Bisogna sottolineare che la peste suina non rappresenta un pericolo per l’uomo, nemmeno in caso di ingestione della carne, ma è estremamente letale per cinghiali e maiali. 

Il piano quinquennale del governo
Nei giorni scorsi è arrivata da parte del governo la decisione di dichiarare una vera e propria “guerra al cinghiale”, sulla base di una bozza di piano redatto dal commissario straordinario per l’emergenza peste suina africana Vincenzo Caputo, che ha l'ambizioso obiettivo di risolvere la situazione in cinque anni. Il documento prevede l'installazione di barriere e misure di biosicurezza, ma la “riduzione significativa e generalizzata delle densità di cinghiale sul territorio nazionale” e punta ad abbattere nel primo anno 612mila cinghiali, su una popolazione complessiva stimata intorno tra 1 e 1,5 milioni in tutta Italia: un incremento del 96% rispetto al periodo 2019-2021. In particolare, la riduzione della “densità di cinghiale” verrebbe effettuata tramite la caccia, che però non è ritenuta una strategia efficace da parte di alcuni scienziati, che in alcuni casi la riterrebbero addirrittura controproducente.

La caccia: un metodo controproducente?
"Guardando l’esperienza di altri Paesi dell’Unione Europea, chi ha cercato di controllare la peste con i soli abbattimenti ha diffuso ulteriormente il virus”, ha detto all’Huffington Post Vittorio Guberti, esperto di peste suina africana per l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). “Vedremo se l’Italia sarà il primo Paese che riesce a eradicare il virus tramite l'abbattimento dei cinghiali”, ha detto Guberti. Il metodo della caccia secondo l'esperto dell'Ispra può essere addirittura controproducente per la diffusione della peste suina, perché in Italia si fa soprattutto tramite la cosiddetta “braccata”, ovvero con gruppi di cacciatori e cani che causa una grande movimentazione di cinghiali, che scappano in direzioni a volte incontrollabili. Inoltre, la presenza di cacciatori, cani, mezzi e spargimenti di sangue in aree dove si trova il virus, che sopravvive anche per mesi nel terreno, presenta rischi di trasporto e diffusione. “È possibile che la recrudescenza dei casi che abbiamo avuto nei cinghiali ad ovest dell’area infetta di Liguria e Piemonte sia stata determinata da attività di questo tipo”, afferma Guberti sempre all’Huffington Post:“L’areale di diffusione si è allargato tantissimo l’inverno scorso, non a caso durante il periodo di maggiore attività degli abbattimenti”. Secondo Guberti, inoltre, non esiste nessun caso di Paesi in Europa che sia riuscito a eradicare la Peste suina africana incentivando la caccia.

L’installazione di reti e il controllo del territorio
Anche l’amministrazione regionale dell’Emilia-Romagna, preoccupata per il proprio export, vuole porre rimedio all'estendersi della peste suina e chiede urgentemente una strategia nazionale. L’assessore regionale all’Agricoltura Alessio Mammi ha scritto più volte ai governi, fin dal primo ritrovamento della peste in Regione, nel gennaio 2022, mettendo in risalto la necessità di potenziare la biosicurezza negli allevamenti. Uno dei punti nevralgici delle proposte presentate da Mammi è l’adeguato finanziamento di una strategia nazionale condivisa e concreta, che contempli il prelievo di cinghiali, la posa delle reti per isolare i capi nelle zone di Parma e Piacenza vicine alla zona rossa, e la tutela dell’export per i salumi Dop e Igp. La Regione nel frattempo è corsa ai ripari, mettendo a disposizione 3,5 milioni di euro per la prevenzione dei danni da fauna selvatica, 8 milioni di euro per il rafforzamento della biosicurezza nelle aziende suinicole attraverso fondi regionali e Programma di Sviluppo Rurale, e ha inoltre ha affidato 2 milioni di euro nei mesi scorsi al Commissario per la prevenzione della peste suina e la posa di reti di protezione. La strategia del controllo del territorio era stata promessa nel 2022 dall’Italia all’Unione Europea, con il presupposto che la posa delle reti ha avuto un certo successo negli altri Paesi: in Belgio il virus è stato debellato grazie a 350 km di recinzioni; in Germania sono state circoscritte le aree infette lungo il confine con la Polonia, dove ancora prolifera il virus, con 1.500 km di recinzioni. Secondo il Piano di eradicazione della peste suina, le recinzioni in Italia avrebbero dovuto essere pronte per luglio del 2022, ma quando l'installazione era già cominciata si è deciso di percorrere un'altra strada, puntando maggiormente sulla caccia. In questi giorni è stato anche confermato che a combattere i cinghiali scenderà in campo anche l’Esercito. In accordo con il Ministero della Difesa, saranno quindi formate delle squadre di “bioselettori” per accelerare l'abbattimento dei cinghiali, a cui sono stati invitati a partiecipare anche i cacciatori abilitati. 

Le richieste dal territorio
“Siamo molto preoccupati - ha concluso l’assessore Mammi nel suo intervento - Questo ritardo crea le condizioni per scenari molto pesanti sul piano sociale ed economico. Vanno fissati obiettivi seri e concreti per la riduzione dei cinghiali: serve un forte coordinamento pubblico, compresi il coinvolgimento delle prefetture, delle polizie provinciali, della forza pubblica e personale di supporto, anche venatorio, coinvolgendo gli Ambiti territoriali di caccia. Tutti adeguatamente formati e attrezzati per evitare un’ulteriore propagazione della Psa. Serve inoltre attivare la difesa degli allevamenti attraverso interventi strutturali e formativi sulla biosicurezza in entrata e in uscita dagli allevamenti. A oggi, questo intervento, decisivo, è completamente assente”. 

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red/gp

(Fonte: Huffington Post, Rainews, La Stampa, Ansa, Corriere della Sera, Regione Emilia-Romagna)