Vajont: il 6 ottobre a Longarone foto inedite e un libro di accusa

Domenica 6 ottobre, la Convention Nazionale sul Vajont organizzata Consiglio Nazionale dei Geologi sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica. In quell'occasione verrà allestita per la prima volta la mostra delle foto scattate subito prima della tragedia e verrà presentato un libro accusa destinato a suscitare polemiche

Testimonianze, racconti, storie e un libro, duro, di accusa, destinato a suscitare polemiche: domenica 6 ottobre a Longarone, 50° anniversario della tragedia del Vajont, oltre 500 geologi si sono dati appuntamento a Longarone, alla Conferenza Nazionale sul Vajont voluta ed organizzata dal Consiglio Nazionale dei Geologi proprio in quei luoghi colpiti da una delle più grandi catastrofi italiane. All'evento, che si terrà al Palazzetto dello Sport, parteciperanno anche i sindaci dei comuni colpiti: Vajont, Erto e Casso, Castellavazzo e Longarone. Sarà presente Pietro Semenza, geologo come lo fu il padre, Edoardo Semenza, che denunciò il pericolo frana documentandolo con foto scattate prima della tragedia, immagini esposte al pubblico per la prima volta in una mostra appositamente allestita. E si ascolterà anche un altro geologo, Valerio Spagna, che racconterà la notte del Vajont.
Testimonianze dure, importanti, come quella del libro, pubblicato per la prima volta dalla Fondazione Centro Studi del CNG e che verrà presentato alla Conferenza: 
"9 OTTOBRE 1963 - Che Iddio ce la mandi buona - LA FRANA DEL VAJONT - Memoria storica di una catastrofe prevedibile" di Alvaro Valdinucci e Riccardo Massimiliano Menotti.

"Un libro crudo nella sua esposizione - lo ha definito Vittorio d'Oriano, Presidente della Fondazione Centro Studi del CNG - che senza troppe perifrasi e al di là della verità processuale esamina le responsabilità di quanti a vario titolo ed in misura diversa si occuparono della progettazione e della costruzione della diga senza dimenticare tutto l'apparato degli organismi pubblici preposti al controllo ed al collaudo dell'opera".
"Per onorare la memoria dei quasi duemila abitanti che persero la vita e di quanti ebbero, da quel momento, la vita stravolta - ha proseguito D'Oriano - a cinquanta anni di distanza riteniamo si possa e si debba poter affermare che quella fu una tragedia figlia della troppa sicurezza di chi pensava di essere in grado di dominare gli eventi, della superficialità di coloro che magari intuirono lo sviluppo e la progressione della frana e fecero poco o nulla per arrestare i lavori, del fatalismo di coloro che pur avendo la consapevolezza della tragedia imminente poco o nulla fecero per allertare le popolazioni".
"Ma fu anche figlia del contesto politico di quei mesi - prosegue il presidente della fondazione - con la nazionalizzazione dell'energia elettrica che nel contesto specifico significava assumere la proprietà e la gestione degli impianti di produzione compresa la grande diga idroelettrica del Vajont. Bisognava far presto per arrivare, a tutti i costi, all'appuntamento con l'opera finita e collaudata.
"Sappiamo bene - conclude D'Oriano - che il libro solleverà polemiche. E' la prima cosa a cui abbiamo pensato dopo la prima lettura del testo. Ma abbiamo pensato anche alle 2000 vite spezzate".



red/pc

(fonte: CNG)