Vajont - "Ossessionato dal vento" opera d'arte permanente

Vajont: la memoria viva a mezzo secolo dal disastro

Sono passati 49 anni dal disastro del Vajont, ma per il Veneto resta una ferita aperta. Impossibile dimenticare

La sera del 9 ottobre del 1963 una frana lunga 2 km di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra si stacca dalle pendici del Monte Toc. Scivola ad oltre 30metri al secondo nel bacino artificiale provocando un'onda di piena che scavalca il grande manufatto di cemento - la diga più alta d'Europa all'epoca - e si riversa nella valle del Piave, distruggendo quasi completamente il paese di Longarone e i comuni limitrofi. I morti sono 1917, di cui 1450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 in altre piccole frazioni.

Da quel giorno nulla sarà più come prima in questa valle. La ricostruzione a base di cemento armato e architetture anni '70 cambierà per sempre l'immagine di questi paesi di montagna, a ricordare, se ce ne fosse bisogno, una delle stragi più feroci causate dall'uomo. Sì, perché i processi dimostreranno che la diga del Vajont lì proprio non si doveva fare, e che il Monte Toc, che in friulano significa "marcio", era tutt'altro che un pendio sicuro. I pochi geologi che dettero l'allarme prima della frana furono tacciati di allarmismo, come la coraggiosa giornalista Tina Merlin che denunciò "l'esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. Sul monte il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno che abbracciano una superficie d'interi chilometri non possono rendere certo tranquilli".

Nel febbraio 2008, nel corso della presentazione dell'Anno internazionale del pianeta Terra delle Nazioni Unite, il disastro del Vajont fu citato - assieme ad altri quattro - come un caso esemplare di "disastro evitabile" causato dalla scarsa comprensione delle scienze della terra e - nel caso specifico - dal "fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare". Oggi siamo nel 2012 e la diga, intatta, è ancora lì.

''Sono passate più di due generazioni dal disastro del Vajont", ha detto in occasione dell'anniversario il presidente del Veneto, Luca Zaia. Quarantanove anni che non devono farci dimenticare quella tragedia e la necessità di rispettare ogni giorno il territorio". ''Io non ero ancora nato - ha sottolineato Zaia - ma il Vajont non appartiene per questo al passato. Continuo a imparare anche oggi da quei morti, che sono lì a insegnarci come la difesa del territorio sia fondamentale, sempre e per tutti: nessuno può avere la superbia di essere più forte della terra e di poterla domare".

In questa valle è impossibile parlare di memoria, di ricordo, nonostante l'anniversario e quasi cinque decenni di distanza dal disastro. La memoria è viva, com'è vivo il dolore.
Micaela Coletti, una dei leader dei sopravvissuti, proprio in questi giorni ha denunciato che "numerosi abitanti, sono colpiti da carcinomi, forme gravi di tumore. E da frequenti anomalie comportamentali che spaziano dalla difficoltà nell'ingerire sorsi d'acqua ad attacchi di tachicardia". Secondo Micaela Coletti ci sono gli estremi perché lo Stato e le istituzioni debbano farsi carico di un risarcimento.

Il sindaco di Longarone, Roberto Padrin, frena e punta invece a costruire una rete ancora più forte fra i sopravvissuti, all'epoca bambini, attraverso una serie di incontri pubblici. Intanto l'associazione dei superstiti, che ha annunciato di voler cambiare nome in "Vajont, il futuro della memoria", ha invitato il Dalai Lama. Il carismatico leader del buddhismo tibetano potrebbe arrivare nella Valle del Piave l'anno prossimo, in occasione del cinquantenario della strage.

Anche a Casso, in Provincia di Pordenone, dall'altra parte del lago artificiale, si è lavorato perché la strage del Vajont non resti solo un fantasma del passato: la vecchia scuola che porta ancora i segni evidenti dell´ondata catastrofica, è rinata a nuova vita come spazio per l´arte contemporanea, dopo un restauro durato sette anni. E' stata chiusa per cinquant'anni. Oggi c'è un'opera d'arte permanente, "Ossessionato dal vento", realizzata dall´architetto veronese Oscar Pivetti.




Walter Milan