Vajont, studio del Monte Toc:
il 'modello tecnico-geologico'

A distanza di quasi 50 anni dalla tragedia del Vajont che provocò quasi duemila morti, il corpo del Monte Toc, dal cui versante si staccò la frana gigantesca nel 1963, e alcuni settori della valle saranno oggetto di uno studio da parte dei ricercatori dell'Ogs, l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste e dell' Università di Padova, nell'ambito di una convenzione da poco sottoscritta della durata di 12 mesi

Il progetto di studio della frana del Monte Toc si inserisce in un progetto avviato e coordinato dal Dipartimento di Geoscienze dell'Università di Padova. Abbiamo chiesto chiarimenti al Prof. Rinaldo Genevois, responsabile del Dipartimento.

Prof. Genevois, ci può spiegare in cosa consiste il progetto tecnicamente e quali sono le applicazioni?
"Insieme all'Ogs di Trieste abbiamo dato vita a questo progetto per studiare la Frana del Vajont. Lo scopo fondamentale è capire il meccanismo di innesco della frana e soprattutto quali sono le cause dell'alta velocità che ha raggiunto nel suo movimento. Questo deriva da una considerazione su tutti i lavori pubblicati sul Vajont, che abbiamo raccolto in un database e dai quali risulta sostanzialmente che il modello geologico-tecnico iniziale della frana non è mai stato definito con la necessaria precisione. Per cui il nostro scopo fondamentale, e siamo a buon punto, è realizzare il modello geologico iniziale. E' stato un lavoro lungo e difficile, perché la situazione è abbastanza complessa, però adesso abbiamo un punto di partenza preciso. Il secondo passo sarà quello di attribuire ai materiali presenti le caratteristiche tecniche, quindi geomeccaniche, per poter fare una simulazione numerica del fenomeno franoso in se stesso. Per la realizzazione del modello stiamo collaborando con la Simon Fraser University di Vancuver in Canada. In seguito, le simulazioni numeriche saranno necessarie per cercare di capire il fenomeno in sè e non penso diano grandi sorprese; le novità per me emergeranno dalla dinamica del fenomeno, cioè dalla velocità che ha assunto. Il nostro scopo non è fare uno studio generico su un episodio di 50 anni fa, ma è quello di cercare di capire questo tipo di fenomeno: le grandi frane in roccia. Ciò può essere utile non tanto per prevedere, ma per capire dove sono i versanti che possono dare luogo a fenomeni simili e stabilire delle procedure di indagine e di studio per valutare possibili fenomeni franosi in altre aree delle nostre Alpi che potrebbero dare luogo a fenomeni analoghi, anche in assenza di un lago o di un bacino artificiale".


Quindi lo scopo è creare una sorta di 'mappa di pericolosità'?
"No, lo scopo è la procedura di indagine e di analisi. Se si studiano le condizioni di stabilità di un versante in roccia, si applicano le regole conosciute. Il Vajont ci deve invece insegnare che esistono altri aspetti che vanno presi in considerazione, cioè imparare la lezione dal Vajont in tutti i suoi aspetti: situazione geologica iniziale, situazione idrogeologica iniziale, caratteristiche geomorfologiche e caratteristiche geomeccaniche, quindi modellazione numerica del versante con particolare attenzione alle caratteristiche meccaniche o alle particolari condizioni che potrebbero provocare un'alta velocità nel movimento della massa. Le masse si possono anche muovere lentamente, anche se nel caso delle rocce è po' difficile, ma perlomeno si possono muovere con una velocità meno drammatica: nel caso del Vajont si parla di circa 30 metri al secondo. Il punto è
imparare dal Vajont per il futuro. Io sono un po' critico sulla realizzazione della mappe di pericolosità, che vengono fatte di solito solo sulla base geomorfologica, cioè sulla base di quello che si vede e basta. Io dico che quello che si vede è un aspetto che deve essere considerato, ma il punto d'arrivo deve essere un'analisi numerica, e come tale non si può fare su un'area ma su un singolo versante. Certo posso prendere un'area e fare l'analisi numerica di ogni singolo versante, ma non è quello lo scopo, che è invece tirare fuori una procedura d'analisi e d'indagine, che sia la base per lo studio completo delle condizioni di stabilità di altri versanti in roccia".

Verrà realizzato un modello tridimensionale. Con quali strumenti?
"Abbiamo dei software che consentono di generare il modello 3D del corpo della frana anche sulle basi delle indagini che stiamo facendo con l'Ogs, che ci permettono di definire i limiti geometrici e le caratteristiche dell'ammasso roccioso del corpo di frana e della montagna. Questa è la prima analisi che ci consente di vedere in 3D l'oggetto: in natura si vede solo la superficie ma non quello che c'è in profondità. Questo modello ci consente di vedere anche altri punti di vista. Nella simulazione numerica poi ci sono dei modelli di valutazione delle condizioni di stabilità che considerano lo stato tensionale, gli spostamenti, la presenza di superfici di debolezza e le superfici di rottura".


Quando è partito il progetto?
"Siamo in un ambiente che si sta burocratizzando all'infinito. La proposta dell'Ogs è partita a novembre dello scorso anno, l'Università di Padova ha consegnato la convenzione firmata dal nostro Dipartimento solo qualche giorno fa. Ci sono delle 'lungaggini' tipicamente italiane. L'Ogs è già andato avanti con le indagini, ha quasi concluso il lavoro anche se non c'era la convenzione firmata direttamente 'fidandosi di me', altrimenti avremmo dovuto cominciare adesso".


Quante sono le persone coinvolte?
"Il gruppo di ricerca è composto dal settore di Geologia Tecnica del Dipartimento di Geoscienze dell'Università di Padova, di cui io sono il Professore Ordinario, ma ci sono anche due professori associati, uno di Idrogeologia e uno di Idraulica, due ricercatori, uno di Idrogeologia e uno di Geologia Applicata. Il lavoro sostanziale lo fanno comunque i dottorandi e i laureandi".




Julia Gelodi