Mappa della probabilità del passaggio del flusso piroclastico (nube ardente) in caso di eruzione pliniana. Per gentile concessione della Dott.ssa Pappalardo, INGV, Osservatorio Vesuviano - sezione di Napoli

Vesuvio, piani d'evacuazione:
la Zona Rossa va allargata?

Intervista alla Dott.ssa Lucia Pappalardo dell'Osservatorio Vesuviano

Un articolo pubblicato sulla rivista Nature e ripreso da National Geographic dedicato alla vulcanologia ha definito il Vesuvio “la bomba ad orologeria d'Europa”, ponendo l'attenzione anche sui piani di evacuazione previsti per la popolazione che vive all’ombra del vulcano. L'articolo riprende gli studi di Lucia Pappalardo e di Giuseppe Mastrolorenzo pubblicati sul Journal of Geophysics Research, che evidenziano la possibilità che un'eruzione di tipo pliniano possa colpire gli abitanti anche al di là della cosiddetta "zona rossa", l'area dei 18 comuni vesuviani che, secondo il piano di emergenza della Protezione Civile, sarebbe evacuata qualora il vulcano dovesse dare segnali evidenti di un'eruzione imminente. I due studiosi auspicano un'estensione della zona rossa all'intera area urbana di Napoli, il che imporrebbe un'evacuazione di tre milioni di persone invece delle 600 mila attualmente previste. La Dott.ssa Pappalardo ci spiega cosa è emerso dai suoi studi.

Dott.ssa Pappalardo, da quanto emerge dai vostri studi, ripresi dalla rivista Nature, sarebbe plausibile che la prossima eruzione del Vesuvio sia più distruttiva di quella del 79 d.c.

"I nostri studi dimostrano che l'ultima eruzione pliniana, avvenuta circa 4000 anni fa, duemila anni cioè prima di quella del 79 d.c., chiamata l'eruzione delle 'pomici di Avellino', distrusse un'area molto ampia, occupata al giorno d'oggi dalla metropoli di Napoli, fu ancora più devastante e catastrofica di quella che distrusse Pompei. Quello che mettiamo in evidenza non è tanto che certamente la prossima eruzione del Vesuvio sia distruttiva come questa, ma che non possiamo escludere che lo sia. E dato che non possiamo escludere che la prossima eruzione sia di tipo pliniano, dobbiamo prepararci a difenderci anche da un evento estremo. Queste sono le nostre conclusioni".

E qui il legame con il piano di evacuazione..
"Certo, se noi non possiamo escludere che eventi così catastrofici si ripetano in futuro, se dobbiamo fare un piano di evacuazione con lo scopo di difenderci da un rischio eruzione, dobbiamo farlo difendendoci dall'evento massimo che noi sappiamo potrebbe verificarsi, anche se non è detto che succeda, dobbiamo considerare la massima potenza".

Qualora si verificasse l'ipotesi più estrema non sarebbe quindi sufficiente l'evacuazione della sola zona rossa, che prevede l'allontanamento solo di una parte degli abitanti, quelli residenti più vicini al cratere?

"La zona rossa è quella che verrebbe evacuata prima dell'eruzione perché sarebbe quella distrutta dai "flussi piroclastici": nubi ardenti che si formano nella fase intermedia delle eruzioni esplosive, vere e proprie valanghe di gas e cenere che si muovono ad altissima velocità e temperatura. Poiché la velocità è elevata, si parla di centinaia di km all'ora, non ci sarebbe il tempo di evacuare quest'area ad eruzione in corso, perciò l'evacuazione viene fatta preventivamente. Se consideriamo lo scenario intermedio sappiamo che questi flussi possono raggiungere distanze dal vulcano fino ad 8-10 km, quindi l'evacuazione preventiva riguarderebbe un'area intorno al vulcano nel raggio di 10 km. Se invece lo scenario non è quello intermedio, ma quello estremo, cioè se avvenisse un'eruzione pliniana, questi flussi sarebbero in grado di raggiungere 20 km dal vulcano, per capirci Napoli da una parte e Castellamare dall'altra. In questo caso la popolazione non verrebbe evacuata ma lasciata esposta agli effetti devastanti e mortali delle nubi ardenti. Per questo noi suggeriamo di ampliare la zona rossa anche a queste aree"

Quanto è monitorata l'area vesuviana? E' vero che il Vesuvio è uno dei vulcani più monitorati al mondo?

"La rete di monitoraggio del Vesuvio è molto avanzata, il Vesuvio, come i Campi Flegrei, è monitorato 24 ore al giorno dall'Osservatorio Vesuviano con una rete di monitoraggio molto avanzata, perché prima dell'eruzione si presume che ci siano dei segnali premonitori come terremoti, deformazioni del suolo, variazioni di temperatura o del chimismo delle fumarole. Grazie al sistema di monitoraggio, potremo avere dei segnali premonitori che dovrebbero fare scattare il piano di emergenza. Il problema è che questi segnali ci dicono che qualcosa sta cambiando e il vulcano sta entrando in eruzione, ma non possono indicarci il tipo di eruzione, cioè ci possono dire che avverrà un'eruzione, ma non di che tipo. Per questo suggeriamo di difenderci dall'evento peggiore, che copre anche quello intermedio e quello inferiore. Se siamo pronti per l'evento più catastrofico, siamo comunque tutelati da quelli minori. Questo non succede solo per il Vesuvio, ma per tutti i vulcani: per fortuna le eruzioni quasi sempre danno segnali premonitori, a differenza di quello che avviene per i terremoti che avvengono all'improvviso; purtroppo però non siamo ancora in grado di trovare un collegamento tra segnali premonitori e tipo di eruzione: i nostri studi stanno andando proprio in questa direzione".

Né il tipo di eruzione né il quando...
"Il quando preciso no. Se iniziasse una crisi adesso del Vesuvio, l'eruzione potrebbe avvenire nell'arco di ore, giorni, settimane, mesi od anni. Siamo allertati ma non possiamo sapere quando succederà".

I piani di evacuazione sono stati aggiornati negli anni. Dei vostri studi viene tenuto conto?

"Dovrebbe essere così, ma non sempre viene fatto. Il piano dovrebbe essere aggiornato sulla base dei nuovi studi. Per quello che io vedo non è così, almeno personalmente non sono mai stata interpellata. Per questo esiste una Commissione Grandi Rischi, di cui fanno parte universitari e componenti dell'Ingv, che dovrebbe fare da intermediario tra la Scienza e la Protezione Civile".



Julia Gelodi