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Quando percorremmo a piedi il Po gelato

Torna finalmente Furio Dutto con la sua rubrica Calamitates, che ripercorre i disastri naturali che riguardarano l'area del Po nel corso della Storia. In questo lungo capitolo abbiamo valicato l'anno Mille, e le notizie si fanno sempre più dettagliate e diffuse

In questa diciassettesima puntata, dopo una lunga pausa di cui mi scuso, proseguiamo nel racconto degli eventi calamitosi che accaddero nel secolo XII nel nord Italia.

L’abbondanza delle notizie raccolte ci impone, da questo momento in avanti, una selezione che sarà ancora più necessaria nei secoli a venire. Chi fosse interessato ad approfondimenti e a notizie bibliografiche più precise può contattarmi. In calce i miei contatti.

Nel 1118 nel mese di gennaio un fortissimo sisma interessò il territorio veneto e il bresciano. Le cronache giunte sino a noi riportano di edifici distrutti, di monti franati e di emissione di acque sulfuree. Danduli, cronista veneziano, e Cavriolo, bresciano del ‘500 potrebbero forse aver riportato questa notizia in modo errato: non ho trovato corrispondenza nei cataloghi dei sismi se non al gennaio 1117. Resta un fatto che entrambi riferiscono in quest’anno quanto descritto. Credo che una ricerca più approfondita che non ho fatto potrebbe risolvere.

Il 1119 viene ricordato per un grande freddo nel modenese e una successiva pestilenza. Siamo in pieno “periodo caldo medioevale” e dalle notizie qui raccolte non si vedono per ora chiari segnali. Affronteremo l’argomento alla fine del secolo XIV cercando nelle cronache raccolte segnali chiari di questo periodo climatico controverso. Resta ferma la considerazione che una notizia non fa tendenza di lungo periodo. Anche attualmente nulla vieta alla luce del riscaldamento globale in cui viviamo, ormai ampiamente assodato e documentato, il verificarsi di periodi molto freddi e che ciò non sia dissonante all’interno di un chiaro trend positivo. È chiaro che assistiamo nei periodi di grande riscaldamento climatico all’insorgere di comportamenti estremi e alla loro alternanza all’interno del trend complessivo.

Nel 1120 Niccolio, cronista veneto della seconda metà del ‘500, riporta di una grande piena dell’Adige: “L’Adige per la soverchia crescimonia dell’acqua, rompendo gli argini era novellamente uscito dal suo alveo naturale, & haveva di già fattosi un ramo, il quale discendendo a Salvaterra, & indi a Lendinara, poscia alle confine del terrotorio di Rovigo, e in Villa nova si divideva in due parti; una delle quali volgeva a man destra verso il mezzogiorno, facendo il fiume Gaibo, che a Bragola, & alla Fratta traversando il corso alla fossa Filistina, correva nell’alveo del Tartaro; & l’altra parte seguendo pure inanzi verso l’Oriente, costeggiava le fosse di Rovigo dalla parte Settentrionale; & quivi ancora trapassando la Filistina fendeva la terra, & il terrotorio di Rodige, fino alle confini di Cavargine, ove ritornando nel seno dello stesso Adige, faceva in questa maniera un sito fra l’Adige, & questo suo ramo per miglia XXX per la qual cosa, né l’acqua della Filistina, né quella parte del Tartaro, che scolava in essa, poteva più correre, & men bagnare la fossa di Rovigo; il quale ramo fu prima chiamato Atriolo, poscia Adigetto; nel qual tempo, secondo, che accusa il Vescovo di Bagnarca fu un verno rigido, & aspro, che cagionò la morte di molti animali; & huomini ancora.” L’instabilità planimetrica dei corsi d’acqua padani nei secoli passati era ricorrente e suggerisce che fossero corsi d’acqua poco incisi e con strutture instabili intrecciate dell’alveo principale. Gli interventi umani soprattutto a partire dal 1700 hanno portato all’attuale assetto monocursale e perlopiù rettilineo dei corsi d’acqua in generale e in special modo del Po e dei suoi affluenti.

Nell’anno successivo, 1121, una importante piena del Po, con conseguente rottura degli argini provvisori di allora, invase il territorio di Parma. Si narra che Bernardo degli Uberti, Cardinale della Diocesi di Parma dove morì nel 1133, non essendovi alcuna speranza di fermare le acque che esondavano la campagna e minacciavano la città, si recò nel luogo dell’apertura della falla nell’argine e si prostrò sul terreno invocando la grazia di Dio. In quel momento si racconta che le acque rientrarono nell’alveo principale e la città e gran parte delle campagne con i relativi raccolti furono salvi. Curiosa vicenda che ne ricorda una analoga in cui Bernardo salvò Forlì da un catastrofico incendio. Miracoli e rischi naturali: una strategia molto efficace a quei tempi per rafforzare il potere della Chiesa. Altri numerosi  autori attribuiscono gli avvenimenti al 1122.

Nello stesso anno in Friuli vi fu un gran freddo e gelarono le lagune. Ancora una notizia di gran freddo.

Per restare in argomento nell’inverno del 1125 gelò il Po che si poteva percorrere a piedi, molti alberi perirono e vi fu di conseguenza una grande carestia a causa della perdita dei raccolti in particolare nel Cremonese.

Il Canonico Barili, storico della prima metà dell’800, così racconta nelle sue Notizie di Casalmaggiore: “In questa indicata medesima epoca tale e tanta si fu la rigidezza della jemale stagione, che rimase congelato il Po in guisa che non solo i viaggiatori varcavano franchi e sicuri il fiume alla Parmense sponda, ma eziandio le mandre di buoi, cavalli e carri di pesanti some onusti, pel cui eccessivo straordinario freddo e gelo perirono molte persone, e andarono a male le piante fruttifere, e le campestri sementi con notabilissimo danno dei possidenti e coloni.”

Anche nell’inverno dell’anno successivo, 1126, gelarono le acque del Po. Così descriva Poggiali nelle sue Memorie storiche di Piacenza: “Fu si rigido il verno del presente Anno, se crediamo al Locati, e ad altri Scrittori, che per la grandissima, esrema asprezza del freddo morì grandissima quantità d'uomini, come d’animali; e per aver portato danno inestimabile non solamente agli arbori fruttiferi, ma agli frumenti ancora, seguitò una ‘grandiſſima fame nel vegnente Anno 1126. Di questo orribil freddo parla anche il Sigonio all’Anno stesso, dicendo, che agghiacciossi per tal maniera, e sì fortemente il Po, che sicuramente, e con qualsivoglia peso camminavano sopra di esso i carri, e i cavalli.” Numerosi autori riportano tale notizia a conferma della sua veridicità.

Ancora nel 1133 un inverno molto freddo. Il Po ghiacciò da Cremona sino al mare e l’estate fu umida e piovosa con inondazioni non meglio specificate. Le gelate di Po e affluenti erano probabilmente facilitate dalla profondità del battente d’acqua che era, per via del suo assetto planimetrico molto ampio, molto ridotta rispetto all’attuale profondità delle acque. Questo fatto rende complesso utilizzare la frequenza delle gelate come indicatore climatico. Ma vedremo un tentativo di tale comparazione nei secoli successivi quando il campione di eventi dal punto di vista numerico si farà più consistente.

Nel 1137, più precisamente il 3 gennaio, vi fu un terremoto risentito da Milano a Venezia. Meneghini, autore ottocentesco, riporta che: “…fracassò la Cattedrale in Padova e molti edifìzj in altri luoghi, massime a Verona. Franarono insino i monti onde l'Adige si arrestò impedito dalle macerie di essi.”

Interessante notizia troviamo per il 1143. Così riporta Scarabelli, storico ottocentesco: “E perchè le piene de' torrenti impedivano spesso i passaggi o cagionavano qualche morti, fu conceduto (1143) a' Benedettini di Montevergine l'amministrazione del ponte che era sulla Trebbia rotto e conquassato perchè lo ristorassero e conservassero; premio la quarta parte dei beni di Gossolengo con patto che se manchino al debito siano lor tolte le terre, salvo tre mansi e la chiesa di Quartazzola dove furono messi; e ad un pietoso eremita che per raccolte limosine fabbricò (1170) un ponte sul Taro fu data la chiesa e l'ospedale di S. Nicolò che ivi era dappresso perchè dell'opera fatta avesse perpetua cura. A cui si posero de' compagni che poi furono della regola degli Spedalieri di Altopascio, preti, cavalieri, conversi, uomini e donne, che poco dopo eressero i ponti attraverso l'Enza sull'Emilia e a Sorbolo.” 

Per noi è scontato l’attraversamento dei fiumi con le molte centinaia che collegano le opposte sponde dei fiumi padani. Questo racconto ci riporta a un’epoca in cui il valore di questi manufatti era molto differente e aveva un valore strategico, economico, militare insomma geopolitico molto importante. Una vaga percezione del valore dei ponti la viviamo oggi quando sui nostri itinerari abituali in occasione di piene i ponti subiscono danni o sono totalmente distrutti causando difficoltà nei trasporti e modificando le nostre abitudini. Gli eventi estremi sovente, forse da e per sempre, ci riportano al valore reale delle cose e degli affetti personali. Io, come molti di voi, abbiamo vissuto in prima persona tutto ciò.

Il 1150 è un anno fondamentale per le vicende che interessarono il Po. In quest’anno avvenne la Rotta di Ficarolo su cui moltissimo è stato scritto. Non mi addentro in questioni legate agli aspetti idraulici su cui migliori menti hanno approfondito questa grande trasformazione del fiume e del territorio e vi riporto i commenti di un autorevole autore.

La lunga citazione è tratta da appunti storici sulle rotte del basso Po di Antonio Bottoni storico ottocentesco: Rotta di Ficarolo. Anno 1150 circa. 1. Siamo giunti ai tempi in cui il Po, pervenuto a Ficarolo, non deviava, come ora verso la Venezia, ma sotto il nome di Po di Ferrara pel letto oggidì occupato dal Panaro, giungeva a Bondeno, e di là per Senetica e Vigarano arrivava sotto le mura di questa città. Qui si bipartiva; e l'un ramo col nome di Primaro entrava nella bassa Romagna, poscia sul letto, ora occupato dal Reno, sboccava in mare per la bocca che conserva tuttora il suo nome, dividendo in questo modo le valli salse del Comacchio da quelle della provincia di Ravenna; l'altro col nome di Volano, seguendo il corso, lungo la linea dell'attuale naviglio, divideva le valli salse da quelle della bonificazione ferrarese, e quindi si gettava egli pure nell'Adriatico. Il Primaro prendeva fiumi a destra, mentre alla sua sinistra un ramo del Volano, ch'altro non era che il vecchio Sandalo, deviato alcun pò dall'antico corso per la rotta del 702, bagnate le mura di Voghiera, veniva ad unirsi seco in Consandolo (Co di Sandalo). Le acque sovrabbondavano nel fiume e nei due suoi rami principali; gli argini si opponevano all'irrompere di queste; e sopra i medesimi aveano i Ferraresi stabilite le opere loro di difesa, che li salvavano dalle incursioni dei Ravennati e dei Comacchiesi gelosi dell'ingrandimento della rivale città. Grandi possessori di terre, quali ci ricorda il Frizzi nel Volume 2.º delle sue memorie, si stabilivano nel territorio, e delle inondazioni sopra accennate rimaneva, fors'anche, neppur la memoria. I nuovi lavori praticati, le recenti strade erette, le nuove fosse e i canali escavati, Volano e Primaro astretti a scorrere nel loro alveo fra gli argini e per essi a gettarsi nel Po, mettevano in sul principio del millesimo, le nostre campagne ad egual valore di quelle più alte dell'Emilia e della Lombardia. Pochi erano i fiumi che si spandevano nella valle, la più parte confluivano nel Po o si gettavano con la foce loro propria nel mare; e quei pochi già si stava per ridurre alla legge di questi ultimi.

2. Vuolsi che in allora un uomo, di nome Siccardi, ambisse fra noi la fama di Erostrato e per far le vendette di quelli di Rovina sua patria contro quei di Ficarolo, tagliato in occasione di grave piena l'argine del Po, facesse irrompere per la campagna le aque del fiume. L'accusa non è però abbastanza fondata, imperocchè, per quanto concerne la tradizione Siccardi, questa, secondo il Frizzi (Op. cit. Vol. I. XII.) non ha altro fondamento dello scambiar continuo che fa il Prisciano della rotta di Ficarolo con quella detta del Siccardi; mentre, per quanto spetta a quelli di Ficarolo (Vicus Arioli), che si pretende abbiano voluto sommergere gli abitanti di Rovina, l'autore della Cronaca Parva, che pel primo citò il fatto, non ispiegò la poca probabilità che uomini distanti per oltre 30 Kil. dovessero nutrire tanta inimicizia fra loro, da indurre taluni a portare nel campo avversario quel disastro che poteva non riuscire contro il nemico, e che traeva indubitatamente in quella vece in rovina gli abitanti dei villagi intermedi. – Probabilmente fu la sventura toccata maggiore in questi luoghi che diede il nome al paese, o quando meno fù l'uomo sempre disposto ad accusare il suo simile, quale autore di un pubblico danno, che avrà voluto ritrovare nelle piccole questioni di paesi vicini la ragione del grave disastro.

3. Ma fosse per imprevista sventura, o per tradimento, certo è che rottosi l'argine, il fiume deviò il suo corso. E qui fra gli storici grave sorge la questione dell'anno in cui il fatto avvenne. La opinione più accreditata lo pone nel secolo XII. Vero è però che in una carta topografica d'Italia, fatta da Re Roberto di Sicilia, e dall' amico suo Francesco Petrarca nel XIV Secolo, non si riscontra l'attuale Po di Venezia. Ben altre inesattezze avea con tutto ciò questa carta, che l'Aleotti esaminò nell'Archivio Estense. Giacchè accennando questa alla gente Trigabola che teneva, come si disse, il capoluogo in Codrea, non segnava poi la linea dal Po di Volano al mare, ammessa perfino da Polibio vivente al tempo della seconda guerra punica. – Anche il Prisciano cadde in sul le prime nello stesso errore, e pose in secoli posteriori al 12° l'origine del Po di Venezia, ma ricredutosi poi, convenne esser essa avvenuta in sullo scorcio del 1150. Meno esplicito il Frizzi riporta documenti avanti la prima metà del secolo, i quali, anzichè accennare a fiumi nei luoghi dal Po occupati, alluderebbero a terreni fra altri confini e in quel luogo compresi. L'autore della Cronaca Parva, e con essa alcuni altri, senza precisar l'anno, pongono questa rotta nel principio del 12° secolo. Il Muratori, solo forse fra tutti, la vorrebbe nel primo quarto di questo, e cita in appoggio un documento dell'anno 1122 che parla di Po vecchio e di Po nuovo in terreni sul territorio di Ficarolo. In onta però a tutte queste autorità, che pongono incerto l'anno in cui avvenne la più famosa rotta di Po, io m'attengo al Lombardini che fissandone l'epoca al 1150, porta seco l'appoggio non soltanto della tradizione, ma puranche di altre autorità, delle quali, nel ristretto spazio prefissomi, sarebbe un fuor d'opera occuparmi.

4. Avvenuta la inondazione, tutto rimase coperto il paese posto fra l'argine di Volano e l'Adige, la punta di Ficarolo e il mare. Le aque scomposero i campi, disfecero i manufatti, otturarono i canali, distrussero i confini e le vie. Per due anni i Ferraresi s'affaticarono attorno alla rotta per chiuderla, e richiamarne la piena nel loro Po; ma tutto fu inutile. Nuovi confini furono tracciati alle parocchie divisione la più importante allora fra i luoghi ed alle amministrazioni locali; nuovi canali (Vedi Frizzi) sotto questo nome, o sotto quello di fosse, si formarono; altre strade dovettero praticarsi, ed altri defluenti s'avviarono al mare. Fu allora che rimase bipartita la nostra provincia dal fiume, e suddivisa in tanti polesini, ossiano spazi di paese cinti dalle aque a mò d'isole. Il porto Loreo. o porto Viro, venne in quella circostanza distrutto, e la più gran copia delle aque, abbandonato il primitivo alveo, si scavò un basso fondo, s'inalveò, e presa per quello la via, divenne l'attuale Po di Venezia.

5. Questo fiume, partendo da Ficarolo, divide oggi questa provincia dall'Emilia, e più precisamente quella di Rovigo dall' altra di Ferrara. Avvicinatosi a questa città fino a Pontelagoscuro, per tre Kil. all'incirca in linea retta, tantosto se ne allontana. Giunto poi alle Papozze si biforca, e l'un ramo da Corbola a Villaregia unito, poi in molte foci ripartito, si getta in mare; l'altro, formata un’isola del territorio d'Ariano, e divise le valli di questo da que le della bonificazione ferrarese, per il porto di Goro versa egli pure le sue aque nell'Adriatico. Il fiume percorre ora così 650 Kil. ed è per oltre 56 navi gabile. Le navi di qualche portata possono ascenderlo per la foce di Maestro del ramo di Corbola, imperocchè l'aqua vi è sufficen te, la marea non si fa sentire che a soli 15 Kil. nè questa ab bassa oltre 65 centim. il pelo d'aqua del fiume. L'area del bacino fluviale è di 105 Kilom. quadrati, e dal Ticino alla sua bifor cazione presso le Papozze ha una larghezza media di 500 metri, ed una profondità da 4 a 12. Da questo confluente al mare (296 Kil.) la sua caduta è di 100 metri, e in media non pende in tutto questo tragitto che 3 decimetri per chilometro.

6. L'antico Po di Ferrara, per quanto rimasto in tal modo depauperato, non si ostrusse contuttociò, e per qualche secolo an cora restò navigabile alle navi benanche di alto bordo. Quindici galere veneziane, tratte nel 1509 per il Volano, durante le nostre tristi guerre civili, sotto le mura di Ferrara, furono depositate come preda di guerra nei nostri arsenali. Il Po di Primaro soffrì più assai di quel di Volano per quella rotta, ma non rimase nemmen esso precluso; sicchè fino al secolo XVIII potè colla sua foce e con aque sue sboccare nell'Adriatico. I fiumi circostanti ridotti, o dal naturale declivio del terreno, o dalla mano dell'uomo, confluirono a po' per volta nel fiume di Venezia, e noi vedremo quanto gli sforzi per arricchire di nuove acque Volano e Primaro diventassero inutili, al punto d'averli adesso come versanti nel mare poco più degli scoli di campagna. Nel braccio dell'antico Po, da Bondeno cioè a quel di Ve nezia, scorre oggi per inversa declinazione il Panaro, mentre il restante da Bondeno a Ferrara, raddrizzato, corretto e discostato, pri ma dal centro della città, poscia dalle sue mura, ricevute le aque di S. Giovanni di Persiceto e quelle del cavo Tassoni, s'immette nel Volano. Sul vecchio Primaro per una parte decorrono le aque del Reno, che si versa per la foce di questo nome nel mare; per l'altra, detta Po morto, raccoltesi quella della Sammartina, per de clivio contrario al primitivo si portano nel Volano sotto le mura della nostra città, poco sopra il ponte di S. Giorgio, chiamato tuttora da alcuni dei Trigaboli. I Ferraresi non si accontentarono peraltro di lavorare, come dicemmo, per due anni onde chiudere la rotta, ma anche allora ch' ebbero cinto d' argine l'attuale Po di Venezia, venendo con isgomento ad apprendere, come il contiuuo rialzo della bocca di Po grande in Volano avrebbe col tempo preclusa la via ad ogni corso d' aque pel medesimo, s'accinsero a varie opere di costruzio ne, onde ritornare nello stesso, se non tutte, una quantità almeno sufficiente alla navigazione. – Sforzi inutili ancor questi, e che la immissione del Reno in Po dovea rendere ancor più vani! – chè la stessa palizzata alla punta di Ficarolo, della quale il Mengoli si fece nel 1600 sostenitore, ebbe oppositori tali – primo fra questi l'Aleotti – da farne in breve andar dimentica la proposta. Ma se la otturazione di questi due rami dell'antico Po, e la rotta che ne fu la prima e principale cagione incominciarono l'opera d'impoverimento di una città, che sotto i Pontefici appena vegetò, e quasi perì, non è per questo che la rotta di Ficarolo non riuscisse di vantaggio sommo alla provincia. Sottratte alla navigazione, le industrie si rivolsero all'agricoltura; estesissime pa ludi rimasero colmate, livellate, fertilizzate – chè il fiume Po se trae. come dicemmo, dai monti la materia greggia e la roccia, trasporta ancora sui campi inondati l'humus, e il terriccio migliore dei piani lombardi e dell'Emilia. All'agricoltura seguì il commercio, e la provincia ferrarese presto approfittò delle relazioni e dei nuovi interessi che per quella via, abbenchè per taluni distante, ne poteva a lei derivare.

Ho riportato integralmente questa lunga citazione poiché mi pare di grande interesse per riflettere sulle incredibili mutazioni avvenute in quest’epoca.

Ci fermiamo qua e vi do appuntamento alla prossima puntata di Calamitates.

Furio Dutto

Bio:
Geologo alpino, Furio Dutto ha lavorato al Consiglio Nazionale delle Ricerche presso l’Istituto per la protezione idrogeologica del bacino del Po occupandosi di eventi estremi (frane, alluvioni, piene torrentizie, rischi glaciali) e di cambiamenti climatici. Dopo un breve impegno al Dipartimento dei Servizi Tecnici presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha seguito presso l’Autorità di Bacino del fiume Po i lavori del Piano Fasce (PFF) e del Piano per l’assetto idrogeologico (PAI). Successivamente ha diretto la Protezione Civile in Provincia di Torino. Raggiunti i limiti di età per la cessazione dell’attività lavorativa, attualmente è collaboratore associato senior del CNR IRPI di Perugia. Nella sua attività ha partecipato a numerosi progetti europei legati ai rischi ed al miglioramento della resilienza delle comunità.

Per ulteriori informazioni o domande inviare una mail a: furio.dutto@gmail.com.