Terra magra

Quattro produttori ci raccontano come sta cambiando il mestiere di chi lavora la terra e quali emergenze devono fronteggiare a causa degli eventi meteo estremi

Quando pensi al ciclo delle stagioni, non devi pensare solo ai calendari. Se vai nei campi domani mattina, vedi il bianco della brina e la foschia che ristagna alle caviglie. I germogli scrocchiano sotto i tuoi passi. La terra a volte è gelata, è dura e nera e non si può lavorare. Le piante vengono macellate dal freddo. Ma la terra a volte è dura anche d’estate, quando i campi sono polverosi e gialli, e secchi, e sono percorsi da crepe. Quando piove, se piove, perché non sai se pioverà, piove tutto insieme, e l’acqua scivola via sul campo come su un piatto di coccio - niente penetra e niente si inzuppa. Le piante vengono macellate dal caldo. Se l’acqua ristagna, nell’umido attecchisce la muffa. Se l’acqua manca, raccontano gli agricoltori, le foglie rattrappiscono come una carta di caramella, per conservare più acqua possibile. E da questo teschio di foglia dovrà comunque nascere un fiore, un frutto, o una spiga: e quando nascono sono anch’esse rattrappite e scheletriche come tutte le cose affamate. Sempre più spesso però capita che il ciclo delle stagioni esca fuori dalle pagine dei calendari. Allora la terra nera si accompagna a quella gialla, le estati torride sono funestate dagli acquazzoni autunnali, e la primavera si porta dietro il gelo dell’inverno, con le sue brine e le sue grandinate.

La prima delle piaghe
Una delle cose più spaventose è proprio la grandine, perché per la grandine non c’è rimedio. “Quando arriva - racconta Luca Vangelista, che ha l’azienda agricola Nojà nelle Marche - puoi solo chiuderti dentro casa, prenderne atto e pregare il Signore”. Vangelista coltiva grano e farro, ma ha anche un oliveto di un migliaio di piante e un viscioleto. Questa estate, quando mancavano un paio di giorni alla raccolta delle visciole, faceva un caldo bestiale. L’aria era secca e la terra polverosa. All’improvviso il cielo si è annuvolato, e in dieci minuti è venuta giù una grandinata terribile, con chicchi di ghiaccio “grandi come ciliegie". Altri dieci minuti e la grandinata è finita, le nuvole sono passate e sono tornati i quaranta gradi insieme alle cicale. Se ti fossi fermato a guardare solo il cielo, avresti detto che non fosse successo niente. Ma le visciole erano quasi tutte da buttare. “Anche il grano ne ha risentito - racconta Vangelista - perché la grandine butta giù la spiga”. E se la spiga rimane giù, in poco tempo viene attaccata dalle muffe e dai funghi. Se questa cosa avviene quando manca poco alla raccolta non è un grosso problema, perché il grano è già maturo, non gli succede niente e si raccoglie lo stesso. Ma se la grandine arriva prima, allora non c’è niente da fare. Devi solo sperare che capiti il più tardi possibile o non capiti affatto. “Solo prenderne atto e pregare il Signore”, dice Vangelista. Perché la grandine è una vera piaga, e come per tutte le piaghe non ha una vera soluzione: “C’è poco da fare, perché quando grandina devi pensare a metterti al riparo tu”, racconta Tommaso Fiore, che produce olio extravergine di oliva in provincia di Bari, con la sua azienda Olio Infiore. Forse l’unica cosa che può riparare il raccolto sono le reti antigrandine. Ma le reti antigrandine hanno un difetto: sono costose. E se sei un piccolo agricoltore, se come Fiore hai fino ai venti ettari di terra, le reti antigrandine semplicemente non te le puoi permettere. Da una prospettiva consorziale forse è diverso: se la grandine colpisce solo alcuni campi, alcuni frutti sono da buttare, ma il resto si sarà salvato. Se invece sei un piccolo agricoltore e il raccolto di un viscioleto viene dimezzato, l’intera produzione è azzoppata. Come per ogni altra cosa, anche in agricoltura il nocciolo della questione è materialissimo: servono soldi, soldi, soldi.



Quanto valgono i soldi

Servono soldi per le reti antigrandine, servono soldi per le assicurazioni, servono soldi per l’irrigazione - che a volte fa la differenza tra una buona annata e un’annata tremenda. E i soldi non ci sono. “Fare un sistema di irrigazione su dieci o venti ettari di terra non ti conviene” - racconta Vangelista, il marchigiano. “L’unica cosa che conviene è coltivare le varietà di grano che sono più resistenti alle intemperie”. Tommaso Fiore, il produttore di olio pugliese, dal canto suo riesce a sfruttare l’irrigazione. Ma, oltre a esserci il solito problema di costi, l’irrigazione non è utile quanto l’acqua piovana. Se l’ulivo non viene bagnato dalla pioggia, infatti, le foglie della pianta iniziano ad accartocciarsi: è una forma di difesa per evitare la traspirazione. A quel punto però il frutto non cresce, rimane piccolo - e la produzione di olio può arrivare a calare del 50%. E poi succede anche un’altra cosa. Quando piove poco, l’olio subisce una forte alterazione a livello organolettico: perde di gusto e diventa un olio impoverito, cattivo. Stessa cosa accade per l’uva, come racconta Filippo Cattaneo, che produce vino in Emilia-Romagna, nell’azienda agricola Inula. Filippo fa questo mestiere con vera passione, ha poca terra ma tanto lavoro da fare. Segue le sue piante una a una, dal ciclo vegetetativo fino alla vendemmia, ed è estremamente preciso quando racconta della siccità. “Quando c’è la siccità - spiega Cattaneo - l’uva viene cotta dal sole. Ma non solo: le piante iniziano a risentirne anche in termini fisiologici”. Di solito intorno a settembre le piante iniziano a lignificare, cioè passano dalla parte verde alla parte secca, con un fenomeno che si chiama agostamento. Negli anni siccitosi, però, questa cosa non inizia a settembre ma a fine luglio. Quando succede, si subisce una perdita di parete fogliare. Vale a dire che la vite inizia a perdere foglie intorno all’uva, perché va in stress idrico. A quel punto la pianta non solo si scotta, ma continua a subire le conseguenze della scottatura anche negli anni successivi. Perché anche quelli delle piante sono corpi, e come tutti i corpi si feriscono e si ammalano.



Come irrigare se non c’è acqua?
Ma anche dove l’irrigazione c’è, in aziende più grandi o consorziate, come per il caso della società agricola Melavì in Valtellina, le cose non scorrono lisce. Melavì, che riunisce più di trecento agricoltori, per l’irrigazione sfrutta il consorzio Sponda Soliva, che è stato fondato negli anni settanta proprio con l’obiettivo di irrigare seicento ettari di frutteti, quasi esclusivamente meleti. Fin dagli anni settanta, però, l’irrigazione di questi frutteti ha seguito un sistema soprachioma per caduta, che capta l’acqua direttamente dal fiume. Questo sistema ha un difetto: consuma molta, molta acqua. E con le ultime estati siccitose, i consorziati hanno pensato innanzitutto di ridurre la durata dei turni di irrigazione, passando da dieci-dodici ore a cinque-sei ore per turno. Ma non basta. “Quest’anno in particolare, così siccitoso - spiega Sandro Bambini, presidente di Sponda Soliva - ci ha confermato ancora una volta che la direzione da prendere è un’altra, quella dell’irrigazione a goccia”. L’irrigazione a goccia funziona in modo diverso: si compone di piccoli tubi disposti lungo i filari paralleli del meleto, da cui escono goccioline d’acqua che cadono al suolo nei pressi delle radici, rifornendo la pianta dell’acqua di cui ha bisogno, mantenendo  il terreno umido in modo omogeneo. Il sistema è automatico e praticamente tutti i giorni eroga una piccola quantità d'acqua. A differenza del sistema precedente, che distribuiva quantità maggiori una sola volta a settimana, non ci sono nemmeno sprechi. L’obiettivo del consorzio Sponda Soliva, per i prossimi tre anni, sarà quello di irrigare con il sistema a goccia centoventi ettari di frutteti - centoventi ettari su seicento disponibili. In una situazione di stress idrico può non essere abbastanza. E quando la mela ha sete e fame, si comporta come l’oliva, come tutte le cose affamate: rimpicciolisce, perde peso, perde sapore. Da una prospettiva umana: diventa invendibile. In tutto l'arco alpino, tutti i produttori di frutta che hanno incontrato difficoltà di irrigazione hanno stimato un calo di produzione del 20/30%.



Quando il ghiaccio non piove dal cielo
La mancanza d’acqua può essere sistematica e strutturale, quindi può essere affrontata in modi sistematici e strutturali. Altri eventi però sono meno sistematici. Uno, la grandine, lo abbiamo già visto: è il tipo di evento verso cui non hai riparo. Un’altra piaga è quella delle gelate tardive. Come per la grandine, per le gelate tardive non c’è rimedio. Una gelata tardiva avviene quando la temperatura di notte si abbassa in modo sensibile, fino a far gelare il terreno, al di fuori dall’andamento stagionale. Una gelata tardiva può avvenire a marzo, ma anche ad aprile o addirittura a maggio. Quando vai nel campo, la mattina dopo, lo vedi bianco di brina, con la foschia che ristagna alle caviglie e i germogli che scrocchiano sotto i tuoi piedi. Quando pensiamo alle gelate tardive, abbiamo spesso negli occhi quelle immagini scenografiche e quasi pubblicitarie che vengono dalla Francia, dove dei candelotti vengono accesi in mezzo alle vigne per non far gelare il terreno. I candelotti sembrano tanti lumini di un cimitero, o le lucciole d’estate in fondo a una valle, o i dannati danteschi del canto dei traditori, che passavano l’eternità dentro una fiamma e all’una e all’altra cosa assomigliavano.



Ma questo metodo per contrastare le gelate, esteticamente stupefacente, inquina in modo esagerato. Anche se al posto dei candelotti accendessimo naturalissimi fuochi in mezzo ai filari. “Non è sostenibile - spiega Fiore, il produttore d’olio barese - perché l'accensione di fuochi, anche se si tratta di rami dello stesso campo, produce inquinamento. La combustione va a mineralizzare tutto quello che incontra”. “Dipende dall’attenzione che hai per il tuo territorio” - spiega invece Cattaneo, che le vigne le ha in Emilia-Romagna, e che sa cosa significa avere a che fare con le conseguenze di queste azioni. Per le gelate tardive non c’è rimedio. Come la grandine, quando capitano ti rovinano tutto il raccolto. Se una gelata arriva quando non dovrebbe arrivare, si arresta lo sviluppo vegetativo della pianta - un arresto che può far diminuire la produzione fino al 40%, come racconta Fiore. Perché una pianta, un fiore o un frutto sono come dei bambini. Questo lo spiega bene Luca Vangelista: se questi eventi avvengono quando la pianta è in fase di accrescimento, “è come se a un bambino non dai più da mangiare: rimane piccolo e indifeso, non cresce più e si ammala”. Anche in questo caso puoi fare poco. Devi solo sperare, prendere atto e “pregare il Signore”.

Il tempo è fuori di sesto
“Da qualche anno stiamo subendo queste gelate in periodi che normalmente dovrebbero avere altre temperature. In questi ultimi tre anni abbiamo subito questi abbassamenti di temperatura a marzo” - racconta Tommaso Fiore. E marzo dovrebbe essere già primavera, la pianta sta sviluppando. “Ho chiesto a mio padre se le gelate tardive avvenivano anche prima, ma lui ha sempre detto che erano fenomeni molto rari”. “Che io mi ricordi - aggiunge - non ci sono mai state nel periodo primaverile”. Invece, negli ultimi tre anni, in provincia di Bari sono state registrate minime di -7 gradi centigradi. La terra è nera e secca, è dura e fredda quando dovrebbe essere già grassa e umida. Una cosa del genere ti taglia le gambe. “Nell’annata 2017 - racconta Filippo Cattaneo, il produttore di vino emiliano - ricordo una gelata tardiva a fine aprile, seguita da un’estate torrida e secchissima. Nel 2018, al contrario, c’è stata un’estate non fresca ma piovosissima, con conseguenti problemi anche dal punto di vista fitosanitario”. Il 2021, poi, è stato la fotocopia del 2017: “C’è stata un'altra gelata tardiva, addirittura a ridosso di maggio, una gelata che ha colpito tutti, seguita da un caldo estremo, con siccità forte e zero precipitazioni. La conseguenza è stata un raccolto scarsissimo”. Cattaneo ha iniziato a lavorare in proprio con la sua azienda nel 2019, ma il lavoro di agricoltore lo fa dal 2007. “Ricordo le prime vendemmie più equilibrate da un anno all’altro - racconta - mentre negli ultimi anni abbiamo notato un’alternanza di annate siccitose da un lato, e annate estremamente piovose dall’altro. Oppure, come negli ultimi due anni, un’infilata di estati torride. Anche quest’anno - spiega - abbiamo avuto delle temperature inaffrontabili”. Seguendo queste testimonianze, è chiaro quanto nel mestiere dell’agricoltore, un mestiere millenario, sia altissimo il valore del ricordo e della tradizione. Quando non ci sono dati, o quando i dati non sono abbastanza per raccontare una storia, si torna indietro “a memoria d’uomo”. Già prima del 2017, però, racconta Cattaneo, c’erano avvisaglie di “qualcosa di strano”. Un qualcosa di diverso, un qualcosa di inaspettato “a cui ci dovremo abituare” - secondo le parole di Vangelista. E questo qualcosa che sta accadendo, è lo stesso qualcosa che costringe i produttori di mele a cambiare il sistema di irrigazione per ovviare all’esaurimento delle scorte d’acqua dai ghiacciai. “Questa estate del 2022 è stata particolarmente siccitosa - racconta Adriano Gadaldi di Melavì - e rispetto al 2021 la situazione climatica è molto peggiorata. A parte in aprile e giugno, negli altri mesi è piovuto veramente troppo poco”.

Fioriture fuori fase
Qualcosa sta accadendo, dicono gli agricoltori. Lo vedono nei segni lasciati sulle piante, nelle grandinate sempre più frequenti, nelle piogge improvvise, nelle gelate marzoline. Ma anche nel caldo costante, che dall’estate estende il suo dominio fino all’autunno inoltrato. Ad avvertirne le conseguenze sono anche i produttori di castagne. In Valchiavenna, a Nord del Lago di Como, nelle ultime settimane sono state notate numerose piante di castagno in piena fioritura. E questa cosa è molto, molto preoccupante, perché la fioritura del castagno normalmente avviene in giugno. L’evento è stato notato a fine settembre, quando un gruppo di studiosi e di membri delle comunità montane sono andati in quelle zone per altri scopi. Il loro obiettivo era quello di analizzare il patrimonio genetico di alcuni castagni lombardi, particolarmente rilevanti sia per pregio che diffusione. È stato allora, sui pendii della Valchiavenna, che hanno notato la fioritura settembrina di alcune piante. Non a giugno, quindi, ma a settembre, quando in teoria i frutti si preparano alla maturazione, con varietà precoci che già aprono i ricci e fanno cadere le castagne a terra. Oltre a questo, l’analisi dei rami ha fatto capire come questa fioritura anomala sta avvenendo sulla vegetazione formata nella primavera del 2022, coinvolgendo quindi le gemme che dovevano essere dormienti e che sarebbero dovute fiorire durante il prossimo anno. Il problema, quindi, è che questa fioritura non comporterà una seconda produzione primaverile, ma rimarrà solo un dispendioso spreco delle sostanze di riserva delle piante - una sorta di sparo a vuoto che prende il nome di “fioritura fuori epoca”. In sostanza le gemme che sono fiorite adesso non fioriranno il prossimo anno: sono andate sprecate, insieme alle castagne che non vedranno la luce. Eventi simili erano stati già notati in altre piante, o anche in alcuni castagni nel Centro Italia, ma mai a memoria d’uomo era avvenuto su quel ramo del Lago di Como che volge a settentrione. “Gli anziani castanicoltori non ricordano un evento simile”, afferma la dottoressa Laura Donin del Consorzio Forestale Prata Camportaccio. E il problema non è tanto l’evento in sé, ma il fatto che, insieme ad altri eventi simili, sta facendo registrare una tendenza. E questa tendenza è quel qualcosa che sta arrivando, quel qualcosa che gli agricoltori vedono nelle piaghe delle piante e della terra.

A memoria d’uomo, a memoria di pianta
Anche in questo caso, parlando dei castagni, gli studiosi stessi si affidano alla memoria umana. La memoria umana è lunga quanto una vita, ben poca cosa in confronto alle vicissitudini del clima su questo pianeta. Che tempo faceva in Toscana un milione di anni fa? Non interessa granché agli agricoltori. Ma l’agricoltura stessa, un mestiere millenario che si è sempre nutrito della memoria umana, nasce insieme all’umanità. Le piante stesse, quelle che coltiviamo e che mangiamo, si sono evolute insieme all’uomo, sfruttando insieme all’uomo un periodo di relativa stabilità climatica. E l’evoluzione è un movimento lento, che ha bisogno di tempo e calma per progredire. Di conseguenza, ciò che ci preoccupa di questi stravolgimenti climatici è che la capacità di adattamento delle piante è troppo lenta per riuscire a resistere a lungo. Già oggi abbiamo iniziato a selezionare le piante più resistenti tra quelle che coltiviamo, nella speranza che possano sopravvivere dove nient’altro sopravvive. Questo è il metodo di Luca Vangelista, che con la sua azienda agricola Nojà coltiva grani antichi, farro di cocco, farro monococco e grano khorasan, piante rustiche, capaci di resistere alle intemperie e alle malattie. Ma Vangelista spiega anche come, per esempio, “Per un piccolo agricoltore non conviene coltivare un campo di pesche”. Perché le pesche, con una grandinata, sono tutte da buttare. La scelta di cosa coltivare determina la differenza tra la sopravvivenza e la tragedia. E determina anche cosa finisce nei nostri supermercati e nei nostri piatti. Perché alla fine è di questo che stiamo parlando: di cibo. E il cibo costa. Costa a chi lo produce e a chi lo compra. E quando inizia il viaggio che lo porta dalla campagna ai nostri tavolini, oltre a queste dinamiche entrano in gioco le mille logiche del mercato. Questo aspetto forse meriterebbe tutta un’altra storia, tutta un’altra analisi. Un’analisi che parta dai costi alti che sono costretti a sostenere i piccoli produttori, che spesso come unico modo per sopravvivere possono stipulare un’assicurazione contro gli eventi estremi. O dal costo del lavoro nei campi, dove le grandi aziende sfruttano masse di lavoratori con paghe da fame. O dalle dinamiche del mercato, che, come racconta Adriano Gadaldi di Melavì, “Ci impongono di produrre più mele di quante ne vengano consumate, di rinnovare la produzione sulla base delle mode del momento, o aumenti di produzione solo per fare bilancio”. Il tutto per avere una liquidazione al produttore di trenta centesimi al chilo, per quei prodotti che il consumatore troverà sugli scaffali del supermercato e che pagherà fino a tre euro al chilo. “Ma questo non succede solo a noi - spiega Gadaldi - in tutti i settori dell’ agricoltura non c’è equità, non c’è dignità economica, nonostante l’agricoltura sia alla base della nostra alimentazione”. Proviamo a immaginare un supermercato senza prodotti di provenienza agricola: cosa rimarrebbe?



Cosa mangiamo stasera a cena?
Cosa mangiamo stasera a cena? Guardiamo cosa c’è nel frigo, passiamo a fare la spesa, ordiniamo una pizza. Ma cosa mangeremo a cena tra dieci anni? La risposta non è altrettanto semplice - e sicuramente non basterà coltivare delle varietà di grano o farro più resistenti del normale, né spolverare le piante di prodotti chimici, né considerare le pesche un bene di lusso. Perché a volte accadono eventi cui nessuna pianta può resistere, perché investono la terra stessa su cui cresce. Uno di questi eventi è il dilavamento. Quando non piove, come non è piovuto nell’estate del 2021, come non è piovuto nell’estate del 2022, come non è piovuto nell’estate del 2017, quando anche le riserve d’acqua dei fiumi e dei ghiacciai si esauriscono, la terra diventa dura e secca. Se vai nei campi, durante quei giorni, vedi solo la polvere che si alza con il vento, e l’erba gialla intorno alle radici, e il suolo nudo percorso da crepe profonde. Non è nemmeno una questione di siccità, perché la siccità l’abbiamo sempre conosciuta. Ciò che spaventa gli agricoltori è che ultimamente questa siccità sta capitando un po’ troppo spesso. E insieme a questa secca, arrivano anche le piogge improvvise, come quelle che hanno causato l’alluvione nelle Marche di poche settimane fa, dove è piovuta in poche ore la pioggia di sei mesi. Così quando piove così tanto, e il terreno è secco, duro come una lastra di cemento, l’acqua cade al suolo come cadrebbe su un piatto di coccio: niente viene assorbito, niente si impregna. “E l’acqua si porta via interi strati superficiali” - racconta Filippo Cattaneo, il produttore di vino. “Ci sono dei veri e propri ruscellamenti nei vigneti” - descrive. Il suolo allora è quasi impermeabile: quest’acqua non placa la sete, ma erode. Una soluzione può essere quella dell’inerbimento del terreno, come spiega Tommaso Fiore, che ha gli ulivi in provincia di Bari. “L'inerbimento del terreno fa sì che le radici delle piante cosiddette infestanti aiutino a mantenere il terreno ben saldo” - spiega. “Perché le infestanti, come ad esempio le graminacee, hanno una conformazione radicale ramificata che aiuta il terreno a non essere dilavato”. Ma tutto questo è appunto un aiuto o un sostegno: se piove in tre ore l’acqua di sei mesi, se i fiumi rompono gli argini, niente può salvarti. Luca Vangelista, che ha l’azienda a Pergola, in provincia di Pesaro-Urbino, l’alluvione l’ha vista da vicino. È stato fortunato: l’ha solo vista passare, il suo terreno non è stato colpito. Ma molti intorno a lui l’hanno presa in pieno. “E questo - racconta - questo è ciò a cui ci dovremo abituare negli anni futuri”. Perché l’alluvione che avveniva una volta, o la grande gelata, o la bufera di neve o di grandine, era un evento quasi generazionale, le cui tracce, quando andava bene, rimanevano solo nella memoria dei nonni: quella volta che piovve tanto, quella volta che esondò il fiume. Ma gli eventi di oggi, improvvisi e biblici quanto quelli passati, stanno iniziando ad avvenire una volta all’anno, tutti gli anni.



Così se ora scendi al campo, e trovi la terra nera quando dovrebbe essere gialla, o bianca quando dovrebbe essere verde, e trovi la polvere e il caldo, e le crepe profonde, o i fiumi scorrere fuori dagli argini, in mezzo alle radici degli ulivi, sai che questi sono i segni di qualcosa che sta arrivando. È qualcosa che si mangia i germogli giovani, che secca le piante verdi, che fa avvizzire le olive e le mele, che fa fiorire i rami mentre portano frutti. Tutto questo è il segno di un grandissimo cambiamento in atto, qualcosa che in futuro sarà tanto netto e preciso come per noi è stato il passato, a memoria d’uomo. Per questo dobbiamo prenderci cura dei nostri territori. Perché noi ci siamo in mezzo, a questo cambiamento. E dalla prospettiva di chi sta in piedi in mezzo al campo, o davanti allo scaffale del supermercato, o davanti alla porta del frigo aperta, questo cambiamento assume i contorni di una domanda inquietante: cosa mangeremo stasera a cena, tra dieci anni?

L’agricoltura apre la nostra serie di articoli sulle conseguenze degli eventi meteo estremi sulle attività umane.

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Giovanni Peparello

Con il contributo di Claudia Balbi, Patrizia Calzolari e Martina Nasso