Marea nera: la BP ha utilizzato vecchi solventi, prodotti da una sua consociata, particolarmente tossici per piante e animali marini

Disastro ecologico nel Golfo del Messico: è già costato 10 miliardi di dollari, ma nemmeno la Bp potrà pagare il conto presentato dall'Ambiente

Che l'incidente della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon abbia creato il più devastante disastro ambientale della storia degli Statii Uniti è ormai assodato e già questo basterebbe a far maledire gli uomini che, inseguendo il denaro, non si curano delle possibili conseguenze delle loro azioni; il fatto che non si siano seguite tutte le norme di sicurezza che l'attuale tecnologia rende disponibili fa molta rabbia, ma sapere che anche a disastro avvenuto non si è fatto tutto il possibile, ne fa venire ancora di più. Oltre che dal petrolio, che con le sue componenti più tossiche (come gli idrocarburi policiclici aromatici) interferisce nel ciclo vitale e riproduttivo di tutti gli organismi, il delicatissimo ecosistema marino è stato soffocato ed avvelenato anche da tutte le sostanze chimiche comunemente usate per contrastarlo: per accelerare l'eliminazione del petrolio, oltre ad alcuni incendi pilotati, si è fatto un uso particolarmente intenso di solventi, ma invece di ricorrere a sostanze di ultima generazione, la BP ha utilizzato vecchi solventi, prodotti guarda caso da una sua consociata, particolarmente tossici per piante e animali marini, tanto che la direttrice dell'Agenzia di protezione ambientale statunitense (Epa) Lisa Jackson ha dovuto intimare alla società petrolifera di impiegare prodotti migliori e di limitarne l'uso allo stretto necessario.

Obama ha sempre dichiarato che la Bp avrebbe pagato tutti i danni, ma a questo punto nemmeno l'enorme  disponibilità economica della compagnia  inglese basterà a ripagare il conto presentato dall'ambiente. Oltre agli undici operai uccisi dallo spaventoso incendio che ha avvolto in un attimo la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon alle 9 e 45 dello scorso 20 aprile al largo delle coste della Louisiana, (mentre gli altri 115 operai venivano tratti in salvo dalle scialuppe e dagli elicotteri della Guardia Costiera statunitense), sono centinaia gli animali marini, tra cui delfini e tartarughe rimasti vittime della marea nera, senza contare i pesci di cui è impossibile fare una stima. Il pozzo aperto a 1.500 metri di profondità, che ha continuato a pompare a getto continuo, aveva prodotto già ad inizio giugno una chiazza di petrolio vasta 10 mila chilometri quadrati: otto volte la città di Roma, 50 volte Milano. La  pellicola soffocante ha coperto un quarto del Golfo del Messico, avvelenando interi ecosistemi  a ridosso di una delle coste più pescose e ricche di biodiversità del mondo.
Nella zona che va dal  Texas alla Florida, si trovano infatti le più importanti aree umide e i parchi naturali degli Stati Uniti: paludi si avvicendano a foreste di mangrovie, dove hanno i loro habitat centinaia di specie rare, vi nidificano aironi, sterne, gabbiani, mestoloni, pellicani. Inoltre la coltivazione di ostriche e la pesca di gamberetti, granchi e pesci d'ogni genere dava da vivere a 250 mila pescatori, che ora tentano di salvare il salvabile mettendosi al servizio della Guardia costiera.

Benché la quantità di petrolio misto a gas che fuoriesce da quella breccia a 1.500 metri sotto il mare sia ancora oggetto di dibattito, secondo il gruppo di tecnici che misura la fuoriuscita del flusso di petrolio dal pozzo esploso, ogni giorno vengono pompati in mare da 10 a 20 mila barili di greggio, pari a 2-3 milioni di litri e il "tappo" installato sul pozzo argina solo in parte la fuoriuscita. L'Agenzia federale per la salvaguardia dell'oceano e dell'atmosfera (Noaa) ha progressivamente vietato alla pesca industriale e amatoriale buona parte del Golfo del Messico, pari a 100 mila chilometri quadrati, con un danno economico stimabile intorno ai 3 miliardi di dollari, a cui si aggiungno 2,5 miliardi di dollari di mancati introiti dal turismo per le spiagge listate a lutto dal catrame. Le risorse mobilitate per le operazioni di contenimento dei danni e il tracollo degli ecosistemi marini e costieri si porteranno via altri 5 miliardi di dollari.

Gli esperti della Noaa prevedono inoltre una stagione molto attiva di uragani nelle acque dell'Atlantico (ne sono attesi una decina da giugno a dicembre, con venti superiori ai 150 chilometri all'ora), che potrebbero far piovere tonnellate di petrolio, prelevato dal mare, sulle piantagioni e le aree naturali della terraferma. Gli uragani atlantici potrebbero anche infliggere danni alle numerose piattaforme e alle condutture dei campi petroliferi del Golfo del Messico, con ulteriori perdite di petrolio. Bisognerà inoltre fare i conti con la Corrente del Golfo, che, secondo Robert Weisberg, dell'Università della Florida del Sud, trasporterà  la marea nera  fino all'arcipelago di isole coralline della Florida (il santuario marino delle Key) e oltre, al largo della Sud Carolina. La quantità di greggio che poi non è ancora venuta in superficie fa venire i brividi: secondo le prospezioni eseguite nelle scorse settimane dalla nave Pelican, dell'Università del Mississippi del Sud, fra i mille e i 500 metri di profondità si troverebbero vere e proprie colonne di petrolio misto a gas naturale larghe decine di chilometri. Probabilmente a causa dei solventi riversati in grandi quantità dai tecnici della BP anche vicino alla perdita sottomarina, il petrolio sarebbe stato ridotto in molecole più piccole che ora restano in sospensione sotto la superficie del mare, contaminando con i suoi veleni pesci, zooplancton e coralli di profondità. Inoltre, come spiega  la biologa marina della nave Pelican Samantha Joye: "Il petrolio sottomarino viene lentamente degradato da popolazioni di microbi, che per far ciò consumano ossigeno, infatti in corrispondenza di queste zone abbiamo trovato un deficit di ossigeno anche del 30 per cento, che può mettere in difficoltà questa straordinaria varietà di vita sottomarina, interferendo con la catena alimentare".

Eppure l'allarme era stato lanciato nel 2003 da un rapporto del National Research Council dedicato agli incidenti petroliferi,
che avvisava che spesso le piattaforme sono ferrivecchi che difettano delle più elementari norme di sicurezza e che  bisogna intervenire presto al riguardo. In particolare il rapporto si soffermava sulle prospezioni petrolifere a grandi profondità, dove una perdita di petrolio è difficilmente arginabile, e può fare danni spaventosi a un'ambiente marino prezioso, e in buona parte ancora inesplorato. Proprio quello che è successo nel Golfo del Messico. Frattanto il presidente Usa Barack Obama ha convocato il presidente della British Petroleum, Carl-Henric Svanberg ad una riunione sulla ''marea nera'' che si terra' mercoledi' prossimo a Washington alla presenza di altri importanti esponenti dell'Amministrazione, dopo che  il Primo Ministro britannico David Cameron ha espresso la sua volontà a voler discutere con Obama della gestione della marea nera da parte della Bp e i politici e i manager londinesi hanno esternato  i loro timori che ''la retorica antibritannica'', che sta prendendo piede negli Stati Uniti, possa danneggiare anche altre imprese britanniche. Il Dipartimento di Stato Usa in risposta a questo ha fatto sapere che il disastro non sara' ''una fonte di tensione'' tra i due paesi e non incidera' sui loro legami. A pagare sarà come sempre solo la Natura.

(Julia Gelodi)


Foto realizzate dal fotografo  APTN Rich Matthews nei fondali del Golfo del Messico