La piattaforma Kulluk

Piattaforma petrolifera alla deriva in Alaska, rischiato il disastro ambientale

La Kulluk, del colosso petrolifero Shell, è rimasta stretta nella morsa dei ghiacci del Polo, rischiando di riversare in mare milioni di litri di greggio

Ancora una trivellazione, ancora il petrolio, ancora un rischio ambientale enorme. In Alaska una grande piattaforma petrolifera semovente, usata per estrarre il greggio in una delle più grandi aree petrolifere del pianeta, ha rotto gli ormeggi e si è incagliata tra i ghiacci vicini al polo. L'impianto, di cui la società svizzera Noble Corp. è operatore contiene 541.000 litri di diesel e 45.000 litri di oli e fluidi idraulici. Dopo la rottura dei cavi che la tenevano collegata a due rimorchiatori si è arenata davanti alla costa sud-orientale dell'isola disabitata di Sitkalidak, che si trova di fronte al parco dell'isola Kodiak nel golfo dell'Alaska.

Per diverse ore centinaia di migliaia di litri di carburante si sono trovati in bilico tra la stiva della nave e l'acqua, con il rischio concreto di uno sversamento colossale nel mare, in grado di compromettere il delicato ecosistema artico. Fortunatamente l'allarme sembra rientrato, e da sabato pomeriggio, ora americana, sono in atto i tentativi di mettere in sicurezza e recuperare il relitto.

La mente corre all'incidente avvenuto nel Golfo del Messico nel 2010, quando la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, in seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo, posto a oltre 1.500 m di profondità, ha riversato in mare milioni e milioni di barili di petrolio. Si tratta del disastro ambientale più grave della storia americana, iniziato il 20 aprile e terminato 106 giorni più tardi, il 4 agosto 2010. Ancora oggi sulle coste di Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida, si possono trovare le tracce nerastre del greggio spiagge, oltre alla frazione più pesante del petrolio che ha formato ammassi chilometrici sul fondale marino.


L'America ha rischiato un nuovo, tragico incidente. Nel caso della Kulluk il rischio legato alle operazioni di trivellazione era particolarmente alto. Difficili le condizioni del mare, estreme quelle dei ghiacci. L'incidente è avvenuto in uno dei posti più impenetrabili per l'uomo, con venti che raggiungono i 100 km/h e onde alte anche 12 metri. Senza parlare del ghiaccio, tanto ghiaccio. Ci sono voluti due giorni per evacuare la piattaforma dal suo personale e far arrivare un'altra nave per trainare il relitto in salvo. La Shell, l'azienda proprietaria dell'impianto ha diffuso un comunicato per rassicurare cittadini e autorità: ufficialmente non ci sono stati danni né alla piattaforma né all'equipaggio, ma la paura è stata tanta.


Nonostante l'incidente, e il rischio corso, le operazioni di trivellazione dei ghiacci polari non si fermano. Troppo importanti gli investimenti effettuati dai colossi del petrolio, troppo poco le voci di chi avanza dubbi e paure per le popolazioni e l'ambiente.


Walter Milan