Terremoto in Nuova Zelanda: la paura dei geologi americani

Sale purtroppo anche il numero delle vittime: sono 98 e 226 persone risultano ancora disperse, probabilmente tutte rimaste intrappolate sotto le macerie

Sale il bilancio delle vittime del terremoto di magnitudo 6.3 che ha colpito la Nuova Zelanda martedì scorso alle 12.51 ora locale: il bilancio, purtroppo provvisorio, è di 98 morti e 226 dispersi sotto le macerie, come rende noto la polizia.Il primo ministro neozelandese, John Key,ha annunciato che il numero è destinato ad aggravarsi ancora di più. Prosegue il lavoro dei soccorritori, circa 1000, accorsi da 7 nazioni tra cui Australia, Giappone e Usa, continuano a cercare sotto le macerie, ma da ieri pomeriggio è a zero la conta dei sopravvissuti. E si dispera di ritrovare in vita qualcuno dei 120 dispersi, rimasti sotto le macerie del palazzo della Canterbury Tv raso al suolo dal sisma. Il terremoto di martedì scorso, ha avuto il suo epicentro a 5 chilometri da Christchurch, seconda città del paese con 390.000 abitanti e a soli 4 km di profondità ed è stato il più tragico degli ultimi 80 anni, ma ha avuto caratteristiche molto particolari, che hanno allarmato i geologi statunitensi. Come ha spiegato Robert Yeats della Oregon State University, che si è interessato della geologia di quella regione, si è trattato di una scossa di assestamento di un più forte terremoto, di magnitudo 7,1, che aveva interessato la regione nel settembre scorso, senza peraltro causare danni o feriti, essendo più profondo rispetto all'ultimo.

"L'ultimo terremoto in Nuova Zelanda ha colpito un'area che non si sapeva essere interessata da una faglia prima di settembre: non si era mossa per migliaia di anni. Ma se si combina la profondità ridotta, la vicinanza a una città e le caratteristiche del suolo si capisce che i danni possono essere immensi", ha osservato Yeats. Ed ha aggiunto: "Le stesse caratteristiche che hanno causato questa distruzione e tanti morti a Christchurch sono simili a quelle che si ritrovano di fronte a Portland, Seattle, parte della Bay Area e molte altre città della costa occidentale degli Stati Uniti". La differenza semmai risiede nelle norme edilizie neozelandesi, tra le più all'avanguardia al mondo:" Sono molto meglio preparati di quanto lo siano molte città degli Stati Uniti."

Il rischio di faglie relativamente superficiali ha spesso attirato molta meno attenzione rispetto a quello connesso alle principali zone di subduzione della crosta terrestre, come quella del Pacifico nord-occidentale o quella di San Andreas. Ma esistono decine o centinaia di faglie di questo tipo che possono provocare gravi danni, in quanto associate al rischio di "liquefazione", che interessa particolarmente i suoli 'sedimentari' che si saturano di acqua e durante un terremoto possono comportarsi come una gelatina.


Julia Gelodi