L'importanza di essere geologo:
"Il nostro sapere trascurato"

Intervista al nuovo Presidente Nazionale dei Geologi Italiani, Gian Vito Graziano, che fa un bilancio della professione nelle istituzioni e spiega cosa è necessario fare per 'uscire dal ghetto'

Gentile Presidente, perchè è necessario porre maggiore attenzione alla figura del geologo?
"E' importante sotto diversi punti di vista. Abbiamo la sensazione che alcuni dei nostri saperi, nel senso più generale del termine, non vengano opportunamente presi in considerazione e valutati per quello che possono essere le istanze di sicurezza del territorio. La sensazione che abbiamo avuto, ad esempio dopo gli ultimi accadimenti disastrosi (dal caso siciliano di Giampilieri, al Veneto e la Toscana l'anno scorso) sembrava quasi che l'opinione pubblica si svegliasse da un torpore e si rendesse conto che il nostro territorio è piuttosto fragile. Fin quando non siamo riusciti per la prima volta a far passare questo messaggio a livello mediatico, sembrava quasi che il problema non esistesse. Noi rivendichiamo un ruolo non corporativo ma di supporto, di "servitori dello Stato" (come viene detto in alcuni ambienti); possiamo dare una mano in maniera forte e consapevole per quanto riguarda quelle che sono le istanze di sicurezza del territorio in sé e delle costruzioni.
Un altro aspetto, che poi è una conseguenza, che noi vediamo è la poca presenza di geologi nei gangli vitali dell'amministrazione statale ma anche di quella regionale; insomma dell'amministrazione pubblica. L'esempio più evidente: l'Istituto superiore dei lavori pubblici, massimo organismo dello Stato in questo settore, presenta un solo geologo al suo interno su 110 componenti, questo fa notare come la figura e le competenze del geologo vengano ancora viste in maniera un po' marginale rispetto a quelle che sono le emergenze del dissesto idrogeologico in primis ma anche di rischio sismico. Al Forum della scorsa settimana a Firenze abbiamo sottolineato queste realtà in quanto aspetti di grandissima importanza sociale per il Paese oltre che di affermazione professionale del geologo stesso".


Quanto sono aggiornati i dati e le statistiche a nostra disposizione e quanto c'è di allarmante negli studi effettuati?
"Il dato sul dissesto, che è uno di quelli che per certi versi allarma di più, è  un dato aggiornato. Sappiamo che su 8000 comuni italiani, l'82% ha almeno una zona a rischio R4, quindi molto elevato. Questo dato, rispetto a quello del 2008 pari al 73% è in aumento, quindi abbiamo un dissesto che si espande piuttosto che contrarsi. Non è un dato allarmistico, tutt'altro, il problema è che noi continuiamo a consumare suolo e a costruire. Rincorriamo le emergenze, adottando solitamente fondi per la manutenzione del territorio, ma ciò che manca è una legge organica di difesa del suolo e di governo del territorio".

Quindi il presupposto allarmante non è l'aumento dei territori a rischio ma la mancanza di normative e leggi adeguate?
"Nella tavola rotonda del Forum, come Presidente ho raffermato che la ricerca dei fondi è ovviamente utile. E' chiaro che per mettere in sicurezza questo gran numero di comuni (si tratta di una bella cifra, oltre 5000 comuni che hanno almeno un problema) andrebbe fatta una scala di priorità non semplice per poi cominciare a metter mano al consolidamento di queste situazioni. Tuttavia è pur vero che se noi continuiamo di contro a progettare come abbiamo progettato, soprattutto a pianificare come abbiamo pianificato, questo dato, che è già in crescita, è destinato ancora ad aumentare. Si aggiunga poi il cambiamento climatico. Se è vero che stiamo andando verso una forma di tropicalizzazione del clima (io non sono in grado di accertare questo fatto), questo dovrebbe essere un ulteriore elemento per farci riflettere e dire: abbiamo necessità di legiferare, non soltanto di trovare i denari per consolidare".

Ma ci sono delle leggi a cui fare riferimento ad esempio per il rischio idrogeologico?

"Non c'è neanche una normativa. L'unica prima legge organica di difesa del suolo fu la 183 del 1989 ( L. 18/05/1989 n.183, norme per riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo), una legge nazionale che però non venne adottata da tutte le regioni italiane. Ad esempio quelle a statuto speciale come la Sicilia non la recepirono (l'Assemblea regionale aveva la possibilità di decidere e per non so quale strano meccanismo non la recepì mai). Dopo questa legge che oggi non esiste più, è stato varato un decreto post emergenze, il DL 180/98 (Decreto Sarno, convertito con la Legge 3 agosto 1998 n. 267) che imponeva a tutti i comuni di dotarsi di un piano quantomeno straordinario di rischio idrogeologico; oggi esiste di fatto una legge in difesa del suolo che è incardinata in una legge ambientale che è il decreto legislativo 152 (norme in materia ambientale). Ciò è poca cosa rispetto a quello che è il pericolo, perché l'emergenza riguarda anche la gestione di queste situazioni di rischio".

"Quello che voglio dire - continua Graziano - è che abbiamo una situazione molto parcellizzata: a chi compete la  difesa del suolo? Non si è mai stabilito bene chi fa che cosa. Faccio degli esempi: dopo l'emergenza Giampilieri in Sicilia sono intervenuti la Provincia, il Genio civile, la Protezione civile... io mi chiedo se ci sia una vera comunicazione fra loro. Anche questo è uno dei problemi. Oltre a legiferare bisognerebbe capire chi e come interviene - ovviamente in prevenzione non soltanto in emergenza, in questo ultimo caso il compito è affidato alla Protezione civile - e soprattutto dentro un'ipotetica e auspicata legge dovrebbero esserci degli aspetti di pianificazione.
La legge urbanistica nazionale è una legge del 1942, le leggi regionali sull'urbanistica sono tutte abbastanza datate, dovrebbero in qualche modo parlarsi tra loro, è in questo senso che manca l'organicità".

"L'Ordine dei geologi regionali e il Dipartimento regionale di Protezione civile in Sicilia hanno stipulato una convenzione volta alla prevenzione piuttosto che all'intervento in situazioni di emergenza. Stamattina (25 gennaio 2011 ndr) due nostri consiglieri nazionali, tra cui il dottor Michele Orifici (colui che in qualche modo è stato testa di ponte tra l'ordine della protezione civile regionale e che oggi è diventato consigliere nazionale) sono alla Protezione civile nazionale per cercare di sviluppare una convenzione che riguardi l'intero territorio nazionale. Questa sinergia, l'ho sempre definita come un'embrione di coscienza politica. Siamo ancora lontani dai grandi risultati, però cominciare a parlare anche in sede di Protezione civile - l'organismo che interviene sempre "dopo" - di prevenzione e intervento "prima" ha un significato politico, secondo me anche più importante".

Sara Anifowose