Luca Calzolari e Titti Postiglione (fonte foto: profilo Facebook Festival della Partecipazione)

Durante le emergenze un cittadino informato è un cittadino coinvolto

Al termine del Festival della Partecipazione, con la giornata dedicata a come raccontare le emergenze in modo efficace, si sono avvicendati Titti Postiglione, vice Capo Dipartimento, insieme ad altri ospiti

Quando abbiamo a che fare con un’emergenza che coinvolge la cittadinanza, non basta affrontarla e raccontarla bene se non si rendono protagonisti cittadini. E i cittadini si coinvolgono solo attraverso un’informazione chiara e precisa, in modo che possano rivendicare il diritto alla partecipazione. Anche di questo si è parlato all’interno del Festival della partecipazione, nel corso dell’ultima giornata, ieri domenica 26 giugno a Bologna, insieme a Titti Postiglione, vice Capo del Dipartimento di Protezione Civile, Riccardo Saporiti, giornalista free-lance, Roberta Villa, giornalista scientifica, Annalisa Camilli, giornalista per Internazionale, Cristiano Maugeri di Action Aid, e Luca Calzolari, direttore del Giornale della Protezione Civile.it.

Di emergenza in Italia si è sempre parlato, anche troppo. Ma negli ultimi anni è tornata alla ribalta anche più del solito, con la pandemia e la guerra in Ucraina. Ma cosa sia un’emergenza dipende anche da come viene raccontata dai media, nelle parole che vengono usate e negli aspetti che vengono selezionati. Di questo aspetto e dei nuovi paradigmi della comunicazione con cui affrontare le nuove emergenze si è parlato ieri 26 giugno a Bologna. In un incontro aperto al pubblico e agli addetti ai lavori, gli esperti e le esperte hanno dibattuto su come fornire informazioni affidabili, come risultare credibili e soprattutto come fare a non spingere i cittadini verso l’infodemia. In che modo? Coinvolgendoli. Perché questo è l’aspetto più importante per ogni comunicazione del rischio e delle emergenze: rendere i cittadini soggetti in prima persona, coinvolgerli sia attraverso la conoscenza dei rischi sia attraverso un’informazione chiara e precisa.

I nuovi paradigmi delle emergenze e della comunicazione
Negli ultimi due anni, abbiamo affrontato delle nuove emergenze che sono andate oltre agli aspetti classici che associamo alla Protezione Civile. Il rischio vulcanico, sismico e idrogeologico non sono più le caratteristiche tipiche della gestione del rischio. Gli aspetti più recenti entrati prepotentemente in gioco sono stati la pandemia e la guerra in Ucraina, che hanno costretto a cambiare i paradigmi di intervento. “Il nostro campo d’azione è ora connesso a campi diversi”, spiega Titti Postiglione, vice Capo Dipartimento. E questa novità ha fatto cambiare molte cose. “Un esempio è il volontariato” – spiega Postiglione – “Negli ultimi due anni abbiamo chiesto ai volontari molte cose in relazione al cambiamento di modalità e di approccio”. E per ognuno dei soggetti coinvolti serve un approccio diverso. “La Protezione Civile è composta da tanti soggetti diversi, portatori di storie e identità diverse, con obiettivi diversi. Per questo parlare dei temi di Protezione Civile fa bene non solo a chi ascolta e partecipa ma anche agli addetti ai lavori” – prosegue Postiglione. “E l’emergenza è anche una questione problematica: dobbiamo stabilire cosa è emergenza e cosa non lo è, anche perché nel nostro Paese si tende un po’ a inseguire il tema emergenza, perché una crisi è più facile da gestire e da raccontare rispetto a un lavoro quotidiano sulle strutture, su cui si può intervenire per tempo e con i modi giusti. Oggi, per via di pandemia e guerra, che sono state un’enorme sfida anche comunicativa, siamo stati costretti a cambiare paradigmi ai quali eravamo abituati”. In questo si inserisce il tema della comunicazione. Non solo perché abbiamo nuovi strumenti e metodologie: “Pensiamo a quello che è avvenuto con il terremoto del Centro Italia nel 2016” – racconta Postiglione – “se paragono ciò che è successo allora con ciò che succederebbe adesso con un evento simile, sarei molto disorientata. Perché allora riuscivamo a governare la comunicazione sui social, ora ne siamo controllati”. Adesso alla base del modo di fare comunicazione è entrato prepotentemente il tema del dato: soffriamo la lettura della realtà da parte di voci diverse. E su questo stesso tema si è specializzato Riccardo Saporiti, giornalista free lance, che avevamo intervistato proprio su una sua interessante ricerca sui pazienti dimenticati dalla pandemia. “Il dato va prima di tutto visualizzato, per questo mi sforzo di fare grafici immediatamente comprensibili” – racconta Saporiti – “anche perché in molti hanno paura o non riescono a leggere bene i numeri”. Dati da raccogliere, correlare e rendere disponibili che sono anche al centro del lavoro di Action Aid, che durante gli ultimi anni ha colmato dei veri e propri vuoti, soprattutto in tema di accoglienza all’immigrazione - troppo spesso ricordata come emergenza, anche se di emergenziale ha solo il modo in cui viene gestita: male e con strumenti superficiali. “Una volta dovevamo andare prefettura per prefettura a raccogliere dati, oggi possiamo averli direttamente dal Ministero dell’Interno” – spiega Cristiano Maugeri, a proposito del vuoto informativo che è stato colmato da Action Aid.

Le sfide del presente e del futuro
“Per questo le sfide ora sono rappresentate dalla necessità di conoscere approfonditamente strumenti che abbiamo a disposizione” – spiega Titti Postiglione. Oltretutto i nostri gestori di comunicazione invecchiano. Nella pubblica amministrazione i vertici soffrono: c’è dissonanza tra chi deve fare comunicazione e chi si nutre di una comunicazione ad alta veloce”. La pubblica amministrazione sicuramente avrebbe bisogno di un ricambio generazionale importante, sia perché i giovani sono più attrezzati al cambiamento, sia perché il rinnovamento tecnologico richiede una maggiore adattabilità. Ma come si fa? “Servono nuovi piani e nuovi concorsi” – spiega Postiglione – “Noi abbiamo da poco attuato un piano attraverso cui abbiamo coinvolto tredici nuovi dirigenti, con una fascia d’età più giovane. Certo” – specifica – “non è solo questa la strada. Un’altra è colloquiare con i giovani anche laddove siano fuori dalla pubblica amministrazione, con uno scambio che potrebbe portare elementi di novità”. Coinvolgerli, dunque, seguendo come traiettoria ideale quella stessa parola Partecipazione che è stata la chiave di questo festival. Un’altra parola chiave nella comunicazione è Affidabilità: “Nella comunicazione d’emergenza servono tempi strettissimi” – racconta Postiglione –“e la verifica del dato è tutto. Noi dobbiamo presentarci come affidabili durante il momento dell’emergenza e per questo scopo l’unico strumento possibile è costruire la comunicazione in tempo di pace”. Bisogna comunicare in modo affidabile, costruendosi come un soggetto affidabile, a cui si può perdonare anche un certo ritardo nella notizia, se si sa che questa notizia sarà sicuramente affidabile. E per costruire questa autorevolezza serve un rapporto di fiducia con i cittadini.
 
Per costruire un rapporto di fiducia in sostanza serve trasparenza, che vuol dire capacità di raccontare le cose così come stanno, anche presentando le proprie difficoltà, criticità o incertezza. “Essere in grado di chiarire ai cittadini quali sono i limiti dell’informazione è fondamentale per unire credibilità all’autorevolezza”. Lo stesso procedimento operato da Roberta Villa, giornalista scientifica e direttrice di Uppa, che durante la pandemia ha affinato un modo di divulgare informazione capace di fare leva sull’empatia e la franchezza. “Dico quello che non so e che so” – spiega Villa – “Indico la complessità, ma allo stesso tempo cerco di semplificare per rendere comprensibile. Non dobbiamo pretendere che ogni cittadino sia esperto di tutto”. E a questo va aggiunta l’empatia, che è fondamentale per raccontare alcune emergenze che altrimenti rischiano di venire polarizzate, come racconta Annalisa Camilli, che scrive per Internazionale: “Il motivo per cui la guerra in Ucraina almeno nelle prime settimane è stata accolta con sensibilità dai cittadini è che sono state raccontate molte storie diverse”. 

Prossimi paradigmi e prossime emergenze
Così come la pandemia non è arrivata del tutto inaspettata, prevista dagli avvisi di scienziati troppo spesso trattati come profeti o cassandre, anche il futuro ci porterà nuove emergenze – e le nuove emergenze porteranno con sé nuovi paradigmi di comunicazione. “Non c’è dubbio che siamo già pienamente dentro la crisi climatica”, spiega Titti Postiglione. In questi giorni si parla molto di emergenza siccità ma, come sottolinea la stessa Postiglione, “Perché dovremmo parlare di emergenza siccità quando è un fenomeno arrivato da lontano? Allo stesso modo in futuro, accanto alle emergenze classiche, dato che il nostro territorio continuerà a essere vulnerabile, c’è sicuramente una possibilità sempre più elevata che si aggiungano emergenze nuove. Penso soprattutto al tema infrastrutturale e dei trasporti, oltre ai campi dell’energia e della cyber sicurezza. Nella speranza che si smetta di vivere nella costante ricerca della parola emergenza: noi abbiamo bisogno di cura quotidiana. Questo è il cambio vero di approccio cui dobbiamo abituarci. A conoscere profondamente vulnerabilità e territori”. La prevenzione è ciò che dobbiamo raggiungere con la comunicazione. 

E, proprio a proposito della comunicazione, il direttore del Giornale della Protezione Civile Luca Calzolari ha avuto modo di illustrare la sua visione del mondo. “Noi abbiamo scelto di non fare quasi più cronaca spicciola, ma di cercare di raccontare le emergenze attraverso approfondimenti. Serve il tempo della riflessione: non possiamo farci fregare dall’ansia dell’immediatezza. Oltre a questo, cerchiamo di decodificare sempre il linguaggio tecnico. Pensiamo alle parole nuove, come spillover, o agli slittamenti semantici come tamponare, che ora ha tutto un altro significato rispetto a pochi anni fa”. Ma soprattutto, conclude Calzolari, “L’altra cosa che bisogna tenere in mente quando si parla di emergenza è che bisogna pensare al linguaggio inclusivo, perché le emergenze riguardano tutti e tutte: questo è un aspetto molto importante e credo che sia un tema su cui bisogna lavorare molto. Perché in queste situazioni abbiamo davvero a che fare con la vita delle persone. Se noi non riusciamo a raccontare e a far partecipare le persone, non riusciremo a raggiungere l’obiettivo che cerchiamo di raggiungere anche dopo la fine dell’emergenza stessa, che è quello di coinvolgere attivamente tutti e tutte”. 

Giovanni Peparello