20 anni del metodo Augustus. Intervista a Elvezio Galanti (seconda parte)

Abbiamo chiesto a Galanti di fare un bilancio sulla bontà del metodo, alla luce delle tante sperimentazioni sul campo e della continua evoluzione sia culturale che tecnologica della protezione civile

La seconda parte dell'intervista a Elvezio Galanti, che, negli anni in cui è stato responsabile della Pianificazione di emergenza presso il Dipartimento Nazionale della protezione civile, ha teorizzato il “Metodo Augustus”. Qui trovate la prima parte dell'intervista.

Galanti lei ha detto che il nemico del metodo Augustus è la rigidità. Da questo punto di vista ci ricorda quali sono le indicazioni su come deve essere organizzato un piano di protezione civile?

Sì, nell'Augustus c'è l'indicazione di come deve essere strutturato un piano tenendo presente il concetto di progetto e del filo logico che lo tiene in piedi, suddividendo il piano in A, B, e C più gli allegati. La parte A è legata agli scenari e al monitoraggio degli eventi; la parte B, che si basa sugli scenari di rischio definiti nella sezione A, individua i soggetti e le strutture operative che sono sul territorio e che fanno parte del piano, cioè gli attori che partecipano; la parte C è il “copione” dove sono elencati i luoghi e le azioni previste per rispondere ad una criticità; gli allegati infine sono la parte con tutte le variabili che possono essere cambiate in via ordinaria. Così strutturato il piano di protezione civile è una razionalizzazione logica di un percorso che obbedisce a un concetto di progetto, vale a dire descrivere quello che si può ragionevolmente fare e non quello che si vorrebbe fare.

Quindi torniamo al progetto, e al piano, come realizzazione dell’opera possibile?
Sì. Il concetto di progetto è proprio, ribadiamolo ancora, “la realizzazione dell'opera possibile”. 
Lo abbiamo applicato al piano di protezione civile per evitare pianificazioni omeriche del territorio, organizzazioni dei centri operativi non corrispondenti alla reale gestione, ad attività e concorso di uomini e mezzi che mai si realizzeranno. Applicando il concetto di progetto alla pianificazione, abbiamo dato una solida base per essere realizzati piani degni di questo nome. L'esperienza ci ha insegnato che i piani di protezione civile sono di fatto piattaforme di relazione fra le varie strutture operative e verifiche civiche nei confronti dei cittadini. Noto con piacere che prevale, grazie a Dio, sempre meno l'approccio burocratico della loro realizzazione. Oggi è certamente importante sapere se un Comune ha il piano di protezione civile, ma è fondamentale sapere se i cittadini lo conoscono. 

Il piano di protezione civile però deve essere tenuto vivo, perché il territorio cambia e oggi anche la crisi climatica lo impone.
Nel Metodo Augustus il piano è considerato un “living document”. In base a ciò e alle esperienze internazionali abbiamo declinato come si organizzano le attività addestrative. Nei piani devono essere inserite in modo strutturato e non occasionale queste attività, interne ed esterne, rivolte sia all'ente che ai cittadini come attività ordinarie. Un piano di protezione civile, specialmente comunale, se non contiene questi indirizzi non è un piano. 

Come si può conseguire un successo di un'operazione di protezione civile?
Nel Metodo vengono individuati tre parametri: coordinamento, comunicazione e gestione delle risorse. Se questi tre parametri vengono soddisfatti si può ragionevolmente aspettarsi un successo, definendo così le differenze tra un'operazione di protezione civile e un intervento tecnico urgente. La discriminante è proprio il coordinamento, infatti, in un'attività di protezione civile concorrono, a prescindere dal numero delle vittime e dall'estensione territoriale, numerose strutture operative e corpi specializzati, mentre l'intervento tecnico urgente si apre e si chiude all'interno di una struttura o con una collaborazione limitata di un'altra struttura. Un buon esempio: 1980 terremoto dell'Irpinia e Basilicata, un territorio vasto come il Belgio, 2700 morti, l'anno successivo un metro quadro e una vittima, un pozzo artesiano e un bambino chiamato Alfredino Rampi precipitato dentro. Per quest'ultimo, nonostante fosse una sola persona e un territorio limitato, il concorso fu di tante differenti specializzazioni che necessitavano comunque di un coordinamento.

Sin dalla nascita il metodo Augustus prevede dieci domande che bisogna porsi per verificare l’efficacia del piano di protezione civile. Sono cambiate nel tempo? E ci sono funzioni che sono state integrate?
Alcune domande nel tempo le abbiamo modificate o aggiornate. Quello che è certo è che oggi non bisogna più fare la domanda ai comuni per sapere se hanno il piano comunale ma chiedere invece se il Piano è conosciuto dalla popolazione. Si supera così con questa semplice richiesta il concetto del Piano Comunale, che tra l’altro è l’unico piano di protezione civile che parla ai cittadini, come adempimento burocratico e si passa alla nuova cultura del Piano di protezione civile come verifica Civica! 

Dopo oltre 20 anni di applicazione è ancora necessario oggi mantenere lo statuto di metodo o bisognerebbe pensare a una direttiva?
Ancora oggi è molto importante che sia un metodo poiché anche il Nuovo Codice della protezione civile ribadisce il concetto di “servizio” composto da un sistema estremamente complesso di soggetti pubblici e privati e con richiami fortissimi alla partecipazione dei cittadini. Inoltre, la nuova normativa accentua ancora di più il concetto che l'attività di protezione civile non eroga servizi, ma fa sì che i servizi funzionino. L'attività di protezione civile non si sostituisce alle singole responsabilità dei servizi specialistici che vengono erogati sia nelle singole amministrazioni pubbliche che private. 

Infine, in una frase il bilancio di questi venti anni di Metodo Augustus?
Possiamo dire che il Metodo Augustus in questi anni ha dato la possibilità in tutto il territorio nazionale di condividere un metodo di lavoro sul quale ogni realtà ha potuto creare e innovare i propri piani di protezione civile nel rispetto dei Governi Regionali e delle Autonomie Locali.
Potremmo parafrasare per spiegare il contributo del Metodo Augustus in questi anni nel sistema della Protezione civile, quello che Federico Fellini diceva dei suo cinema “...i miei film ti portano alla stazione, poi da lì ognuno prende il binario che gli serve”.

Luca Calzolari, Giada Stefani