La foto vincitrice del contest #veroVOLTO del mese di settembre 2018 (foto di Stefano Solarino)

Alluvioni, resilienza e solidarietà: Genova, un occhio al cielo e uno alle allerte

"A Genova ormai viviamo per una buona parte dell'anno con il naso all'insù nella paura che la pioggia si trasformi in una minaccia", afferma Stefano Solarino, autore della foto vincitrice del contest #veroVOLTO di settembre. E aggiunge: "La speranza è che la prossima alluvione ci trovi preparati"

Evocativa, silenziosa, immediata: non è l'immagine di una catastrofe quella che ha vinto il contest #veroVOLTO del mese di settembre. Eppure è stata la preferita fra tante, probabilmente perché il collegamento all'evento è immediato, non occorrono spiegazioni, titoli o didascalie.
L'immagine infatti parla da sé e mostra, nella sua quasi scarna sobrietà, l'emblema di una città troppe volte ferita a morte. Ne racconta la forza, la determinazione dei cittadini e dei soccorritori accorsi da ogni parte d'Italia. Ricorda il ripetersi di una tragedia dovuta all'incuria e alla sciagurata opera dell'uomo: l'alluvione. E Genova di alluvioni ne ha vissute sin troppe, nel 1970, nel 2010, 2011 e 2014, giusto per citare le più catastrofiche.

La foto, quasi un primo piano che inquadra il cartello stradale "VIA ANGELI DEL FANGO" è stata scattata da Stefano Solarino, sismologo genovese e primo ricercatore del Centro Nazionale Terremoti dell'INGV, da sempre attivamente impegnato per la comunicazione e la divulgazione della scienza, per la diffusione della consapevolezza e della cultura del rischio partendo dai bambini, affinché già dalla scuola primaria si imparino il rispetto del territorio, la convivenza con i rischi e le sfide che la natura presenta. Solarino è anche l'autore del libro "I rischi naturali cominciano dal basso: l'educazione nella prevenzione delle catastrofi naturali" (Ed.Liberodiscrivere) e gestisce l'omonima pagina facebook su cui si discutono questi temi  con notizie, osservazioni, suggerimenti e consigli.

Dott. Solarino, quando e perché ha scattato questa foto?
«Era l'inizio della scorsa primavera e tirava il vento. A Genova non è una novità, ci siamo abituati. Meditavo sul fatto che ormai viviamo per una buona parte dell'anno con il naso all'insù nella paura che la pioggia si trasformi in una minaccia. Pensavo però che, guardando il calendario, la stagione della paura, quella in cui statisticamente si contano il maggior numero di alluvioni, fosse ormai alle spalle. Di solito, infatti, i parossismi meteo si verificano tra settembre e dicembre, anche se non mancano eccezioni. Guardavo i semafori e la segnaletica agitarsi ad ogni soffio di vento. E' allora che ho notato questo cartello; lo avevo sicuramente visto altre volte ma non lo avevo realmente notato. Quel giorno, però, mosso dal vento e alimentato dai miei pensieri, sembrava voler richiamare la mia attenzione. Ho preso il cellulare e con la goffaggine che contraddistingue un cinquantenne alle prese con una tecnologia troppo veloce, ho scattato. Un solo scatto, nella speranza che in quel momento il vento si quietasse. Non pensavo certo di proporre quella foto per un concorso, l'avevo scattata per me; ma quando è capitata l'occasione ho deciso di pubblicarla».

Lei è di Genova, perché ha scelto proprio questa immagine per rappresentare il dramma che la sua città e i suoi concittadini hanno vissuto per così tante volte?
«Ci sono almeno tre motivazioni. La prima è la riconoscenza che la città deve alle persone che si sono spese per gli altri. Una foto da sola non può certo raccontare il dramma delle ferite né tanto meno la solidarietà delle persone; solo chi queste sensazioni le ha vissute le ritrova nell'immagine, nei suoi colori ma soprattutto nelle emozioni che questa suscita nella memoria e nel cuore. Ma per chi non c'era, una foto può e deve ricordare che, mentre la città soffriva, nasceva un senso di comunione alimentato da ogni singolo volontario, e ricordare la presenza di tanti cittadini tra la gente ferita da una natura che si riprende quello che è suo è un modo di dire grazie e soprattutto di non dimenticare. La seconda è che, a differenza di molti altri contributi fotografici che vogliono raccontare la catastrofe e quindi gli aspetti negativi dell'evento, io ho voluto lanciare un messaggio di speranza: la resilienza comincia anche dalla solidarietà. L'ultima motivazione consegue dalla mia esperienza di divulgatore. Il concorso #veroVolto, a differenza di una normale competizione fotografica, non vuole premiare la fotografia tecnicamente o emotivamente più valida ma si pone l'obiettivo di far meditare su una emergenza che troppo spesso si presenta nelle nostra vita di tutti giorni. Ho notato che, in generale, tendiamo ad ignorare le immagini troppo forti, perché evocano in noi paure con le quali non vogliamo confrontarci. Così può succedere che una immagine ottenga l'effetto opposto a quello voluto. Anziché rimanere impressa, viene cancellata immediatamente. La mia fotografia invece, pur evocando un ricordo terribile, ricorda anche azioni positive, viene forse accettata con maggiore obiettività e può quindi servire da veicolo per non dimenticare».

L'ultima pesante alluvione nel 2014: cosa è stato fatto da allora di concreto e tangibile per contrastare e prevenire il rischio idraulico a Genova?
«E' stato fatto molto, ma non è ancora abbastanza. Sono ripresi i lavori per la costruzione degli scolmatori, sono state potenziate le forme di comunicazione ai cittadini via web e sms, è stato regolamentato il sistema delle allerte, è stata fatta una discreta campagna di informazione. Tutto il sistema di prevenzione è però imperniato esclusivamente sulle allerte, che a loro volta dipendono dalle previsioni. Purtroppo non sempre queste sono precise; ci sono troppe variabili di cui tenere conto, soprattutto per una regione difficile, sia dal punto di vista orografico che per la presenza del mare. I modelli fanno quello che possono, ma i risultati si applicano a bacini grandi. Succede spesso che quello che è vero per una parte del bacino è completamente disatteso in un'altra, creando così false allerte (e una conseguente diminuzione di fiducia da parte della popolazione) oppure mancate allerte (con paradossalmente lo stesso risultato, una diminuzione di fiducia verso i previsori). Talvolta, inoltre, si ha l'impressione che il ricorso all'allerta sia abusato, ed anche questo non gioca a favore di una crescita di fiducia del cittadino verso il sistema di prevenzione. Un altro punto debole è che si fa ancora poco uso dei dati raccolti in tempo reale. Nel 2014, un paio di ore prima dell'evento alluvionale, se si fosse posta maggiore attenzione alle informazioni fornite dai pluviometri si sarebbe capito che la situazione era di grave emergenza, e si sarebbe forse potuti intervenire. Ma così non è stato. Infine, la manutenzione dei fiumi (pulizia degli alvei e delle sponde) è ancora condotta a macchia di leopardo, talvolta solo da cittadini volontari e soprattutto sui fiumi principali. Le opere di bonifica andrebbero condotte anche (e forse soprattutto) sugli affluenti minori».

I genovesi hanno ripetutamente pagato costi elevatissimi alle alluvioni, sia in termini di vite umane sia di danni: come si è modificata nel tempo la consapevolezza del rischio idraulico e idrogeologico che insiste sulla città?
«Purtroppo sono ancora presenti un certo fatalismo ed una certa insofferenza verso le allerte. In parte, a mio parere e come già detto, ciò è anche dovuto all'utilizzo improprio di queste ultime. Tuttavia, e forse anche in conseguenza del fatto che negli ultimi anni gli eventi alluvionali sono più frequenti sia localmente che a livello nazionale, rilevo una certa, seppur modesta, "crescita" di coscienza».

Lei si impegna da tempo a favore dell'educazione al rischio: oltre ad aver scritto un libro, in passato ha anche promosso una petizione per l'insegnamento nella scuola dell'obbligo dei comportamenti da adottare in emergenza in caso di calamità. Cosa sarebbe stato diverso o cosa pensa si sarebbe potuto evitare se queste nozioni fossero già state patrimonio della cittadinanza in occasione delle ultime alluvioni?
«Se avessimo iniziato ad educare molti anni fa, avremmo probabilmente osservato un maggiore preparazione verso la catastrofe. Per questo ogni giorno che passa senza "educazione ai rischi" è un giorno perso».

Cosa Le ha fatto decidere di partecipare al contest #veroVolto?
Qualunque iniziativa che avvicini il pubblico ad argomenti considerati ostili è benvenuta, soprattutto quelle che si servono di tecnologie che sono proprie dei più giovani. Il contest si presta bene ai meccanismi propri dei social, ovvero la condivisione, un po' di voyeurismo, la partecipazione nella forma del commento e del voto, la fruibilità senza particolare impegno».

Il nostro è un Paese fragile, dal punto di vista sismico, idrogeologico, idraulico, per i tanti devastanti incendi e per conseguenze ormai conclamate dei cambiamenti climatici. Nei giorni scorsi fra l'altro è stata diramata la prima volta un'allerta tsunami. Eppure i rischi naturali non sono mai al centro dell'agenda politica. Perché?
«Perché la catastrofe non paga. E' triste da dirsi, ma purtroppo è così. Che fine hanno fatto quei partiti politici che facevano dell'ambiente un leitmotiv ? Evidentemente quelle tematiche non erano condivise dai più. In conseguenza, i temi ambientali sono ancora semplici addenda ai programmi di governo, e hanno scarsa priorità di esecuzione e finanziamento. Forse sta a noi, con iniziative che "partono dal basso" parafrasando il titolo del mio libro, a noi che esercitiamo il voto, chiedere con più forza una maggiore attenzione alle tematiche ambientali. Inoltre, la prevenzione non dà risultati immediati. E' frutto di un processo lungo e accidentato, che mal si sposa con la durata di una carica istituzionale. Nessuno vuole essere ricordato per aver iniziato un'opera, mentre tutti vorrebbero il merito di averla finita. In mezzo c'è tanto lavoro: chi lo fa sapendo che chi si alterna in corso d'opera non verrà mai ricordato o magari accusato di aver trascurato altre necessità?»

Infine, tornando alla Sua foto: chi erano e cosa hanno rappresentato per Genova gli angeli del fango?
Tante cose. L'amico che vorresti avere vicino in un momento difficile, il calore di una parola di conforto, la stretta di un abbraccio nel momento del bisogno, la sensazione di non essere soli, la speranza che la prossima alluvione ci trovi preparati».

patrizia calzolari
@pakal_1

Stefano Solarino è sismologo e primo ricercatore del Centro Nazionale Terremoti dell'INGV, da alcuni anni si occupa di problemi di comunicazione e di divulgazione della Scienza, è cofondatore di un gruppo di lavoro sulla comunicazione all'interno della Commissione Sismologica Europea (ESC) e ha preso parte a numerosi progetti internazionali per la divulgazione delle Scienze nella scuola (Seismology@school, O3E Osservazione dell'ambiente a fini educativi, NERA Network of European Research Infrastructures for Earthquake Risk, Edurisk, KnowRisk). Membro del Comitato di Programmazione del Festival della Scienza è stato fra gli ideatori e gli animatori di molte manifestazioni a carattere divulgativo come Vedere la Scienza, Festival della Scienza, La notte del Ricercatore, Scienza Aperta, La settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica. E' autore del libro "I rischi naturali cominciano dal basso: l'educazione nella prevenzione delle catastrofi naturali" (Ed.Liberodiscrivere).

Il contest fotografico #veroVOLTO è uno dei progetti promossi dalla piattaforma FattoreH che si occupa di educazione al rischio alluvionale.