Croce di Visso (Fonte: Commissario Ricostruzione Sisma 2016)

Amatrice, cinque anni dopo: l'evoluzione del monitoraggio sismico

Cinque anni dopo la sequenza di Amatrice-Norcia-Visso, il presidente dell'Ingv, Carlo Doglioni, fa il punto sulla ricerca scientifica e sul monitoraggio dei terremoti

Il 24 agosto 2016, alle ore 3.36, con il terremoto di Amatrice di magnitudo 6.0 è iniziata una delle più importanti sequenze sismiche che ha colpito il territorio nazionale in questo secolo. La sequenza, detta “di Amatrice-Norcia-Visso” per l’estensione territoriale delle faglie attivate in quella notte, è stata particolarmente funesta, coinvolgendo un’area di circa 8000 km quadrati, 140 Comuni e circa 600.000 persone - in particolare ferendone 388 e uccidendone 299. 

L'importanza della memoria dei terremoti
L’Italia, per sua natura, è un territorio dove i terremoti sono un elemento naturale che si interseca imprescindibilmente con la storia delle società locali. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha la missione del monitoraggio e della sorveglianza sismica in Italia, oltre che lo studio dei meccanismi che generano i terremoti. Il presidente dell’Ingv, Carlo Doglioni, ha spiegato a che punto siamo con la ricerca scientifica e il monitoraggio. Perché il terremoto, cinque anni dopo Amatrice, fa ancora troppi danni in Italia. Dobbiamo imparare a conoscerlo per difenderci meglio. Anche perché, soprattutto, di fronte al rischio sismico, non dobbiamo mai chiederci se ci sarà un terremoto, ma solo quando esso si verificherà. Secondo Doglioni, è importante ricordare i terremoti, perché “la memoria di questi eventi terribili ci aiuta a porre in essere tutte le possibili strategie difensive dagli eventi futuri che inevitabilmente torneranno”. Le nostre armi sono, secondo il presidente dell'Ingv, innanzitutto la possibilità di avanzare nelle conoscenze scientifiche, “per poter costruire una società resiliente alle catastrofi, come quella di Haiti di pochi giorni fa”, e in secondo luogo la diffusione della cultura della prevenzione, “che si deve basare su quanto la ricerca scientifica è riuscita a comprendere per dare alla società civile gli strumenti per potersi difendere sempre meglio”. E ogni evento, anche il più tragico, porta con sé la possibilità di nuove ricerche, permettendoci di affrontare al meglio nuove catastrofi in futuro.

L'esperienza derivata da 5 anni fa
Da quel 24 agosto 2016 la rete sismica nazionale dell’Ingv ha registrato oltre 124.000 eventi. Nell’area epicentrale si è mobilizzato un volume crostale di circa 6.000 km³ in un’area di circa 1.000 km², ma i danni si sono risentiti su un territorio almeno otto volte più grande. Per i ricercatori, ricorda il Presidente dell'Ingv, ogni nuovo terremoto è un esperimento, “che studiamo con strumenti sempre più diffusi ed efficaci, per cui le conoscenze di oggi sono di gran lunga migliori di quelle che potevamo avere solo 10 o 20 anni fa”. I dati satellitari e terrestri delle deformazioni e degli scuotimenti associati a un terremoto sono sempre più abbondanti, permettendoci di comprendere sempre meglio come e perché si manifesta un evento sismico: un gradiente di pressione nella crosta terrestre che raggiunge lo stato critico limite che porta al movimento tra due lembi di terra, quando il respiro della Terra diventa violento. La Terra, secondo Doglioni, è un corpo vivo, continuamente in movimento: “basti pensare che il pavimento delle nostre case si alza e si abbassa ogni giorno di circa 40 cm; non ce ne accorgiamo perché la lunghezza d’onda di tale oscillazione dovuta alle maree solide è di alcune migliaia di km”. La sequenza sismica iniziata il 24 agosto 2016 è stata generata da un volume crostale che, per effetto dell’estensione perpendicolare alla catena appenninica di circa 4-5 mm/anno, attiva da milioni di anni, è scivolato anche di qualche metro verso il basso lungo dei piani di faglia cosiddetti distensivi: l’attrito sviluppatosi con questi movimenti ha generato le onde sismiche che hanno devastato tanti comuni del Centro Italia, come Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, Pescara del Tronto, Norcia, Visso, ecc.

Un obiettivo ambizioso
La storia sismica dell’area ci ha insegnato che sequenze sismiche di questo tipo possono dare eventi importanti per diversi mesi. E allora, nel 2016, come in altri precedenti terremoti italiani, si è visto che un aspetto importante è stata l'interazione tra faglie adiacenti. Alla luce di questo aspetto, per Doglioni la speranza è che simili eventi siano un po' più “prevedibili”, ma l’obiettivo è ancora lontano, anche se si comincia a intravederne la possibilità. “In Italia abbiamo registrato in media 20-25 terremoti distruttivi al secolo”, prosegue Doglioni, “ed è quindi ragionevole attendersi un evento ogni 4-5 anni. Questa è la statistica. Non siamo in grado di prevedere dove e quando sarà il prossimo evento sismico per la sola ragione che ancora non conosciamo sufficientemente tutti i parametri e le condizioni fisiche che portano all’enucleazione di un terremoto. Sappiamo, però, che questo obiettivo è possibile: si tratta di studiare e misurare capillarmente tutto quello che la Terra ci permette di misurare, cioè variazioni della sismicità, delle falde acquifere, delle modificazioni nel sottosuolo della velocità delle onde sismiche, delle variazioni delle velocità tra le stazioni GPS, ecc”. Anche a seguito dello stimolo della sequenza iniziata col terremoto di Amatrice, l’Ingv sta investendo moltissimo nell’implementazione e nell’infittimento delle reti multiparametriche di monitoraggio che, grazie anche all’intelligenza artificiale e l’utilizzo di grandi sistemi di calcolo, ci permetteranno forse di avere col tempo stime previsionali affidabili. Le reti di monitoraggio sono le infrastrutture di ricerca sono come dei telescopi puntati verso il centro della Terra, che consentono di osservare il suo comportamento. E in tutto ciò l’Ingv è sempre operativo, h24, con tre sale di monitoraggio a Roma, Napoli e Catania, e tre dipartimenti scientifici che, oltre allo studio, al monitoraggio e alla sorveglianza dei terremoti, si spendono quotidianamente per l’ambiente e per il rischio vulcanico.

“Comunicare è la prima forma di prevenzione”
Per promuovere la cultura della  prevenzione del rischio sismico occorre migliorare la comunicazione scientifica. “Per far ciò, l’Ingv è da sempre impegnato nelle scuole, fin dalla materna, e nelle Università affinché in tutto il percorso della propria formazione culturale, si abbia coscienza di questo aspetto del territorio”, ricorda il presidente di Ingv. “Dobbiamo in primis salvare la vita dei concittadini, ma è necessario passare di livello per tutelare le abitazioni che sono i nostri beni primari. In esse custodiamo la nostra cultura e le nostre radici che vengono azzerate da un evento sismico obbligandoci, spesso anche per un decennio, a vivere da sfollati, e quindi a perdere la libertà, determinando anche una profonda lacerazione del tessuto socio-economico della comunità colpita dal terremoto, con il conseguente impoverimento e spopolamento”. Comunicare è la prima forma di prevenzione – come dice Doglioni – e anche in questo l’Ingv ha contribuito e continua a diffondere la cultura dell’autodifesa dai rischi naturali, per esempio con la campagna Io non rischio insieme alla Protezione Civile e con varie altre manifestazioni che fungono da richiamo psicologico e culturale dell’importanza di conoscere per essere preparati al prossimo evento. Il" sisma del 24 agosto 2016 ci ha insegnato che dobbiamo essere sempre pronti al prossimo evento e quindi è necessario studiare i terremoti con sempre maggiore impegno, oltre che prepararci attraverso la dovuta prevenzione antisismica alle nostre case, ora più che mai possibile utilizzando tutti i benefici che lo Stato mette a disposizione", conclude Doglioni.

red/gp

(Fonte: Ingv)