fonte: Cop25

Cop25, negoziati falliti: un'occasione persa

Il nodo più difficile da sciogliere: la regolamentazione del mercato del carbonio. L'accordo raggiunto è solo una promessa

Un fallimento (quasi) totale. La Cop25, nonostante i due giorni di negoziati aggiuntivi (i lavori avrebbero dovuto terminare venerdì), si è chiusa con un accordo minimo e che poco incide sulla lotta alla crisi climatica. Il punto - che ha fatto saltare il dialogo tra i rappresentanti delle potenze mondiali riuniti a Madrid - è l'articolo 6 dell'Accordo di Parigi sul clima che prevede l'intervento sulle regole dei mercati internazionali di carbonio. Questo articolo dell'intesa raggiunta nel 2015 cerca di disciplinare la possibilità che uno degli Stati firmatari contabilizzi come proprie delle riduzione delle emissioni che avvengono sul territorio di un altro Stato. Sono previsti sia meccanismi di mercato (in cui c’è uno scambio di diversi tipi di certificati di riduzione delle emissioni) sia approcci non basati sul mercato del carbonio. Lo scopo di questi meccanismi è di favorire la riduzione delle emissioni dove è economicamente più conveniente, e nello stesso tempo favorire il trasferimento tecnologico fra diversi Paesi.

La Cop25 avrebbe dovuto regolare queste forme di collaborazione tra gli Stati, modificando quanto precedentemente previsto dal sistema di meccanismi flessibili per l'acquisizione di crediti di emissioni inserito nel Protocollo di Kyoto, considerato fallimentare per la riduzione delle emissioni. La novità prevista dall'Accordo di Parigi, tanto dibattuta, sta nel fatto che, ai fini degli obiettivi dei singoli Stati per la riduzione delle emissioni, solo lo Stato che acquista le riduzioni di emissioni potrà utilizzarle nella propria contabilità nazionale, mentre il Paese venditore dovrà aggiungere al suo conteggio le emissioni corrispondenti alle riduzioni vendute e mettere in pratica delle azioni di riduzione delle emissioni addizionali che permettano di ridurre le tonnellate di gas a effetto serra vendute oltre a quelle previste originariamente nel piano nazionale. Su questo i negoziati si sono impantanati.

La guida alle negoziazioni sull'articolo 6 di duegradi.eu

Durante il dibattito nella plenaria, poi, l'Unione Europea ha aperto ad allungare il periodo di transizione previsto per riconoscere i vecchi buoni di CO2 fino al 2023, mentre il Brasile ha preteso di estendere questo periodo fino al 2025.


Quello che è mancato, ancora una volta, è stato il coraggio. Servono soluzioni immediate e radicali per salvare il Pianeta, le stesse chieste a gran voce negli appelli degli scienziati e durante gli scioperi dei giovani di Fridays for Future. L'intesa raggiunta risponde, invece, a logiche di compromesso. C'è stato accordo solo su una promessa: stabilire obiettivi più ambiziosi sul taglio delle emissioni entro la conferenza del prossimo anno a Glasgow. Per raggiungere questa intesa, inoltre, si è dovuto separare la discussione sull'articolo 6 che altrimenti avrebbe fatto saltare anche questo piccolo accordo.

Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, si è detto "deluso" dall'esito fallimentare della conferenza. "Un'occasione persa", l'ha definita il capo delle Nazioni unite.

Rimandato tutto a novembre 2020, dunque. Un anno perso che il nostro Pianeta, però, non si può proprio permettere.

Martina Nasso