Fonte Ufficio Stampa CRI

Coronavirus, psicologo della Cri racconta la sua esperienza con chi ha sofferto

Aiutare a far esprimere il dolore e normalizzare le emozioni, dare un nome a ciò che si prova. Ma anche invitare ad informarsi solo due volte al giorno e preparare il programma della giornata. Sono gli strumenti utilizzati da chi nel periodo del lockdown ha risposto alle chiamate al numero di sostegno psicologico “CRI per le persone”

Fabio Specchiulli è uno dei 21 psicologi e psicoterapeuti che fa parte del team di “CRI per le Persone”, il numero verde 800 065510, nato a fine giugno del 2019, inizialmente rivolto alle persone anziane e che poi, con l'emergenza coronavirus, in tempi di lockdown, si è esteso come strumento di sostegno psicologico alla popolazione, agli operatori sanitari e agli agenti di polizia penitenziaria.

Nei turni effettuati dagli operatori, dal lunedì alla domenica dalle 8 alle 20, dall'inizio del lockdown nazionale, lo scorso 11 marzo fino alla fine di aprile, la squadra di psicologi ha effettuato in tutto 5mila colloqui rispondendo a 1900 richieste di aiuto (ogni persona aveva a disposizione dai 3 ai 5 colloqui gratuiti). All'apice della chiusura emergenziale arrivavano sino a 100 richieste d'aiuto al giorno. Fabio Specchiulli ha condiviso con il nostro giornale la sua esperienza negli ultimi mesi.

Chi chiamava nei giorni di lockdown il numero verde?
Per quanto riguarda la popolazione a telefonare erano soprattutto donne (66%), mentre gli uomini rappresentavano il 34% delle chiamate. Lo stesso vale per gli operatori sanitari, e quindi Oss, infermieri, medici, (83% donne, 17% uomini), diverso il caso degli agenti penitenziari che erano solo uomini. Chiamavano soprattutto persone tra i 45 e i 65 anni (40% della popolazione e il 54% degli operatori sanitari).

E siete riusciti ad aiutarli?
La cosa interessante è che dopo un numero di 3-4 colloqui, l'80% degli operatori sanitari ha dichiarato di aver avuto un miglioramento delle condizioni emotive e il 70% della popolazione generale ha dichiarato di stare meglio. Ci siamo quindi resi conto che se fin da subito si attiva un servizio di supporto psicologico si possono accogliere e contenere le reazioni emotive e psicologiche che sono normali in momenti di emergenza. Questo è dovuto al fatto che in situazioni di emergenza l'organismo risponde con disagio emotivo e sintomi psicologici che però se vengono da subito trattati regrediscono. Questo è quello che fa la psicologia dell'emergenza: esserci subito, fin dai primi momenti. In caso contrario questi sintomi possono acutizzarsi e portare allo sviluppo di disturbi psicologici.

Che problemi manifestava chi chiamava?
Le persone che si rivolgevano al telefono appartengono a tre gruppi: persone con disagi psicologici o psichiatrici pregressi, che con l'emergenza, con il fatto di dover stare a casa per forza, hanno visto aggravarsi la loro condizione. Poi ci sono le persone che vivono un disagio direttamente legati al coronavirus e al lockdown: prima non avevano avuto problemi psicologici, ma con la chiusura presentavano sintomi di una risposta emotiva all'emergenza come ipocondria, controllo maniacale, conflitti relazionali, problemi nella gestione dei figli. Infine c'è il gruppo più nutrito che si è rivolto al servizio della CRI è cioè quello di chi è stato coinvolto dal contagio: chi ha contratto il virus, chi ha avuto familiari che lo hanno contratto e chi ha perso un familiare.

Quali sintomi avevano?
In questo ultimo caso, ovviamente si riscontrava un'angoscia di morte. Il fatto di essere in pericolo di vita, l'isolamento in quarantena per chi si era ammalato. Chi aveva familiari in terapia intensiva chiamava con forte angoscia dettata dal fatto che non si avevano notizie per molti giorni e non si poteva stare vicino al familiare. Nei casi di morte per coronavirus si sono scatenate altre reazioni emotive dovute al fatto di non aver potuto accompagnare il familiare e soprattutto di non aver potuto celebrare un rito funebre. In questo modo sono nate relazioni interotte, senza il rito di chiusura, una situazione che merita attenzione anche oggi. Servirebbero dei servizi di elaborazione del lutto per queste persone organizzati dalle Asl e dai servizi territoriali.

Come si opera a distanza? Si riesce a dare un aiuto concreto?
È importante una presenza attiva ed empatica, che significa esserci senza giudizio, aiutando una persona a riconoscere ed esplicitare le emozioni che sta vivendo, dandole la possibilità di sentire quello che sente senza giudizio. Poi occorre normalizzare questi sintomi: la psicologia dell'emergenza ci insegna che in una fase emergenziale tutte le reazioni che ha una persona sono normali rispetto a un evento anormale, l'organismo attraverso questi segnali e sintomi si sta adattando a una nuova situazione emergenziale. L'altra cosa importante è dare informazioni chiare semplici e vere, perché quello che è successo in questa emergenza è che molti sintomi psicologici ed emotivi sono stati alimentati da una comunicazione istituzionale e dei media confusa, pressante ma soprattutto contraddittoria. In queste situazioni le persone si sentono smarrite. Per questo motivo consigliavamo alle persone di informarsi solo due volte al giorno e solo su canali ufficiali come il Ministero della Salute o l'Istituto superiore di sanità per evitare di alimentare il cervello di informazioni emotive (vd. Carri funebri, bare, conta dei morti). Questo perché la mente di fronte alle informazioni negative si prepara organicamente a rispondere a una situazione di minaccia che poi in realtà non c'è. Il problema è che quella paura si trasforma in terrore. Per aiutare le persone cercavamo di fargli costruire un cronoprogramma con le attività della giornata per ridare all'organismo e alla mente un messaggio di normalità attraverso dei riti che si ripetono quotidianamente. Ad esempio: dalle 9 alle 10 leggo il giornale, dalle 10 alle 11 faccio esercizio fisico, etc.

C'è una storia che l'ha colpita?
Mi piace ricordare la storia di una Oss, una signora che alla prima chiamata piangeva disperata: provava angoscia di morte perché erano settimane che vedeva solo persone morire. In più aveva paura di contagiare i fratelli con cui viveva e temeva anche per sé perché all'inizio non le facevano nemmeno il tampone. Non si sentiva protetta. Attraverso l'ascolto e la possibilità di andare fino in fondo a questa angoscia di morte e paura, attraverso il poter piangere liberamente al telefono e sentire i suoi sintomi normalizzati, la persona si è ripresa perché è riuscita a normalizzare la sua situazione e a vedere le cose da un punto di vista più realistico. È stato molto utile anche darle degli esercizi: nei momenti di angoscia prendeva un quaderno e scriveva i suoi sentimenti e tramite una chiamata ogni due giorni con lei la situazione è migliorata, complice il miglioramento della situazione pandemica: l'arrivo dei dispositivi di protezione individuale, il calo dei malati, etc. Un altro strumento utile per la signora è stato il debriefing psicologico. In pratica ho chiesto alla signora di raccontarmi le storie, le facce delle persone che aveva visto morire: è una tecnica di lavoro che aiuta la persona ad affrontare l'angoscia. Si tratta di poter dare un nome a quello che ci capita.

Claudia Balbi