fonte: Comune di Venezia

Crisi climatica e turismo selvaggio. Come salvare Venezia?

Ne abbiamo parlato con Mattia Bertin, ricercatore presso l'università Iuav di Venezia, impegnato nel progetto Life VenetoAdapt per l'adattamento al cambiamento climatico del Veneto centrale

L'acqua alta che ha sommerso l'80% di Venezia martedì sera è un evento estremo che è destinato a ripetersi sempre più frequentemente a causa della crisi climatica in atto. Per questo motivo occorre predisporre un piano di adattamento per mettere in sicurezza la città. Di questo è convinto Mattia Bertin, ricercatore presso l'università Iuav di Venezia, impegnato nel progetto Life VenetoAdapt per l'adattamento al cambiamento climatico del Veneto centrale.

Qual è il legame tra quanto avvenuto martedì sera e la crisi climatica? 
Questo fenomeno non va visto come un evento isolato, come quello del ‘66 per intenderci. Va collegato, piuttosto, alla tempesta Vaia dell’anno scorso. All'incirca negli stessi giorni, a distanza di un anno, c’è stato un altro evento estremo in Veneto nel quale comprendiamo anche l’acqua alta a Venezia. Eventi del genere possono diventare sempre più frequenti: guardando ai dati storici le maree superiori o uguali a 110 cm sono concentrate nella seconda metà del ‘900 e, in particolare, negli ultimi 20 anni. Appare evidente l'aumento di frequenza di questi fenomeni.



Quali azioni andrebbero intraprese per garantire la sicurezza della città?
Ora bisogna fare un censimento dei danni e stiamo già predisponendo i modelli per valutarne l'entità edificio per edificio. Bisogna verificare gli impianti elettrici che comunque potrebbero aver subito danni a causa del contatto con l'acqua salata, e soprattutto bisogna verificare che non ci siano danni strutturali agli edifici. L’80% della città è andata sott’acqua. Guardando al futuro, per l’adattamento al cambiamento climatico in terraferma ci sono già strumenti validi, ma non li abbiamo acora per una città anfibia come Venezia. Ci vuole una fase di pianificazione e innovazione forte per comprendere che tipo di risposte richiede un luogo così speciale. Come diceva Alexander Langer bisogna agire "più lentamente, più profondamente, più dolcemente". Un vero “regresso” rispetto al motto olimpico del più veloce, più alto, più forte. Oggi chiameremmo questo modo di agire resilienza. 

E per quanto riguarda il Mose?
Non so dire se il Mose può funzionare oppure no, ma posso dire che sicuramente ha dei limiti intrinseci. Oltre a un certo livello di marea, ad esempio, è inefficace e se, come ci aspettiamo, avremo maree sempre più sostenute, sarà inutile. Poi, ovviamente non si può non parlare della speculazione di cui quest'opera è stata protagonista, del fatto che non siano mai stati rispettati i tempi per la sua costruzione e le altre cose note. Possiamo dire che sono stati distratti miliardi che potevano essere utilizzati per mettere in sicurezza la città negli ultimi 20 anni in maniera più efficace. Inoltre, l'utilizzo di sistemi di dighe è una soluzione che molti Stati, inclusi i Paesi Bassi e quelle aree di Europa che hanno sempre avuto problemi simili, stanno pensando di abbandonare per favorire interventi più puntuali. Si fa fatica a valutare l'efficiacia dei grandi interventi. Da una parte la speculazione che è stata fatta, dall’altra il grado di incertezza non dovrebbe spingerci a dire "finiamo presto il Mose". Dobbiamo dire invece che serve un investimento enorme, un finanziamento globale per salvare una città che è unica.

Il problema di Venezia è solo l'acqua alta?
Bisogna fare un ragionamento anche sul turismo. Se i residenti non ci sono, se non ci sono i negozi, chi vuoi che investa nella sicurezza della città, dei suoi edifici? Bisogna ripensare al modello Venezia che, ricordiamolo, non è un parco giochi. Non è possibile pensare di salvarla se non si pensa, ad esempio, a regolamentare gli affitti turistici o il passaggio delle grandi navi. Dobbiamo fare delle scelte e dobbiamo farle subito.

Martina Nasso