(Fonte foto: Arpae)

Dall'Appennino indizi sul futuro del clima

Secondo una ricerca di un team italiano, il clima del passato conferma che le precipitazioni più intense sono associate a fasi climatiche calde. Ne abbiamo parlato con Federico Grazzini, ricercatore meteorologo dell'Università di Monaco e di Arpae che ha fatto parte della squadra

Mentre gli effetti della crisi climatica si fanno sempre più tangibili, uno degli strumenti più accurati per definire il futuro climatico rimane lo studio del passato. Un team multidisciplinare di ricercatori italiani, dopo tre anni di ricerche, ha pubblicato un articolo che si propone di analizzare la storia climatica degli Appennini dell'Emilia Romagna, arrivando a confermare che nel periodo autunnale le precipitazioni più intense sono associate a fasi climatiche calde. Dalla ricerca, inoltre, emerge che la velocità del riscaldamento attuale (almeno nei mesi estivi) non trova riscontro negli ultimi 14.000 anni di storia climatica.

Il team ha studiato la piana di lago Moo, un piccolo specchio d'acqua incastonato tra i monti. La piana, fino alla fine delle ultime fasi glaciali (13.000 anni fa), era occupata completamente dal lago. Nel corso del tempo, il lago stesso è stato riempito dall'afflusso di detriti più o meno abbondanti, in relazione alle diverse fasi climatiche, diventando così una sorta di fossile contenente migliaia di anni di storia geologica. Per capire la portata di questa ricerca nel territorio italiano, abbiamo intervistato Federico Grazzini, ricercatore meteorologo dell'Università di Monaco e di Arpae Emilia Romagna, che ha fatto parte di questo team di ricercatori.

Perché la ricerca è stata condotta nella piana di Lago Moo?
Per capire la storia climatica dell'Appennino, la piana di Lago Moo è il luogo perfetto: tutto dipende da come si è evoluto. Era un lago, una conca, occupava una depressione formata nella roccia, che si è riempita progressivamente di detriti, portati dalle precipitazioni. Questo riempimento ci dice quanto sono state intense le precipitazioni nelle varie fasi. Più la precipitazione era intensa, più i materiali trasportati sono stati grossolani, come la ghiaia. Mentre nelle fasi di precipitazioni più deboli c'è stato un trasporto di materiali più fini. Misurando questi strati di materiali fini o grossolani, siamo riusciti ad associare l'intensità di pioggia alla temperatura, che era stata ricostruita con altri proxy. Abbiamo visto che più la temperatura era calda, più le precipitazioni erano intense.

Con quali metodi è stata ricostruita la temperatura?
Abbiamo utilizzato un lavoro precedente al nostro, pubblicato su Nature, che utilizzava il conteggio di fossili di zanzare trovati nei laghi di alta quota per determinare la curva di temperatura. Non avendo predatori, queste zanzare si riproducono di più quando è più caldo. Questo metodo è stato applicato per la prima volta sugli Appennini nel lago Verdarolo, permettendo di scoprire la curva della temperatura sull'Appennino emiliano. Sulla piana del lago Moo, oltre al conteggio di fossili delle zanzare, abbiamo valutato anche il dato pollinico. Attraverso i carotaggi della piana, in questo lago fossile, abbiamo misurato la deposizione dei sedimenti, datando gli spessori con il carbonio 14. Abbiamo quindi fatto un'associazione tra gli spessori e la curva di temperatura per arrivare alla conclusione: più aumenta la temperatura, più le precipitazioni si fanno intense.

 Operazioni di carotaggio e lettura dei campioni prelevati nel primo punto individuatoOperazioni di carotaggio e lettura dei campioni prelevati nel primo punto individuato (Fonte foto: Arpae)

Qual era l'obiettivo di questa ricerca?
Il nostro obiettivo era quello di consolidare il fatto che con temperature più alte ci si aspetta precipitazione più intense. Il dato sperimentale degli strumenti che abbiamo a disposizione copre solo gli ultimi 80 anni: troppo poco tempo per fare valutazioni corrette. Quindi abbiamo voluto osservare se questo fatto era vero pure nel passato. Per esempio abbiamo visto che anche nell'Olocene, 5.000 anni fa, le precipitazioni si sono fatte più intense in relazione a un aumento della temperatura – anche se era meno caldo rispetto a quanto è oggi. La velocità di riscaldamento attuale non trova riscontro negli ultimi 14.000 anni di storia climatica. 

Perché questa ricerca è importante?
Perché ci dice molto dell'Appennino, del cambiamento climatico sull'Appennino. È una ricerca specifica, locale, innovativa innanzitutto per la Regione Emilia Romagna. Tassello dopo tassello però stiamo facendo emergere un quadro più generale: se la temperatura continuerà ad aumentare (e togliamo pure il se, perché continuerà ad aumentare), aumenterà l'intensità delle precipitazioni. Grazie a questa ricerca possiamo confermare che, con l'aumento delle temperature, le precipitazioni diventano più intense nel periodo autunnale, ma non in quello estivo. Limitandoci ai dati misurati dalle stazioni, però, per via del minor periodo di studio, non possiamo ricavarne un segnale chiaro. Con questa ricerca abbiamo una visione più ampia, che si aggiunge al dato strumentale, avendo a disposizione un periodo di tempo abbastanza esteso. Possiamo anche confermare che gli stessi eventi meteorologici estremi stanno facendosi più frequenti rispetto al passato.

Giovanni Peparello