Trieste, Piazza Unità d'Italia (Fonte foto: Pixabay)

Eventi meteorologici estremi: ha ancora senso parlare di "tempi di ritorno"?

Parlando di piene, alluvioni e altri eventi eccezionali, si fa spesso riferimento ai "tempi di ritorno" per indicarne il carattere inconsueto e innaturale. Ma quanto sono utili queste statistiche? Lo abbiamo chiesto a Nicola Berni, responsabile del Centro Funzionale della Regione Umbria

La sera del 12 novembre, 187 centimetri di acqua sommergono Venezia. È la seconda marea più alta dal 1966, quando l'acqua granda arrivò toccare i 194 centimetri. Ma se l'evento del 1966 è stato un caso isolato, quello di quest'anno "va collegato piuttosto alla tempesta Vaia dell’anno scorso". Nello stesso giorno, in Puglia, a Porto Cesareo, un vortice d'aria d'aria sradica un pontile di 60 metri. Sempre il 12 novembre, il Friuli Venezia Giulia viene colpito da violente mareggiate, a Napoli si apre una voragine in strada e 15 mila persone rimangono senza elettricità in Alto Adige. In alcune di queste notizie si fa spesso riferimento ai tempi di ritorno degli eventi di maltempo per indicarne il carattere inconsueto e innaturale. "Si è trattata di una situazione eccezionale che in alcuni casi può verificarsi ogni duecento anni", avvisava il capo della Protezione Civile della Regione Siciliana, Calogero Foti, parlando delle piene che avevano interessato la Sicilia centro-sud orientale tra il 25 e il 26 ottobre 2019. Ma quanto ha senso parlare, oggi, dei tempi di ritorno? Lo abbiamo chiesto a Nicola Berni, responsabile del Centro Funzionale della Regione Umbria.

Innanzitutto, cosa sono i tempi di ritorno?
Il tempo di ritorno di un evento è il periodo in anni in cui mi aspetto che il tale evento, come un'alluvione o una piena, venga ripetuto o superato. È un metodo usato nella pratica dagli ingegneri per dare una caratterizzazione statistica a un evento: se voglio costruire un argine o un ponte, è necessario sapere se una determinata piena avviene ogni 200 anni, ogni 100, ogni 50. Partendo dai dati osservati, posso ricavare delle formule statistiche. È chiaro che, pur partendo da una raccolta di 50 anni di dati, possiamo avere statistiche di tempi di ritorno che si riferiscono a 200 anni di tempo. Questo può suonare come una forzatura, ma aiuta a capire l'utilità pratica del concetto.

Quali sono i limiti di queste statistiche?
Il problema principale è che i tempi di ritorno si estrapolano da informazioni limitate, che non concedono la possibilità di gestire fenomeni più complessi. Dipendono da molti fattori, come la morfologia di un territorio o il cambiamento climatico. Inoltre, per calcolare i tempi di ritorno abbiamo bisogno di situazioni stabili, e i dati stessi sono in continua evoluzione. 

Nella statistica servono almeno 30 osservazioni, e in Italia fortunatamente c'è una trattazione piuttosto robusta grazie alle reti di monitoraggio. Ma queste reti di monitoraggio esistono solo da pochi decenni, e la loro efficacia varia dalla densità sul territorio. Inoltre, sebbene siano efficaci per prevedere i grandi eventi frontali, non lo sono per i fenomeni temporaleschi – cioè quei forti temporali improvvisi che sembrano sempre più frequenti negli ultimi anni.

Che differenza c'è tra eventi frontali e fenomeni temporaleschi?
Gli eventi frontali sono quelle perturbazioni che riguardano grandissime parti del territorio, come 200 o 300 km², per esempio quella pioggerellina noiosa che ricopre tutta una regione. Mentre i fenomeni temporaleschi sono quei temporali intensi che colpiscono una zona più piccola, anche di un km², come la frazione di una città, e dipendono dal riscaldamento intenso estivo. Gli eventi frontali sono più facili da prevedere; i fenomeni temporaleschi invece possono essere previsti soltanto con i  radar. Questi ultimi sembrano essere più frequenti, per via della maggiore alternanza tra ondate di calore, siccità e fenomeni alluvionali, ma non abbiamo ancora abbastanza dati per dirlo con certezza.

I tempi di ritorno possono essere utilizzati per la Protezione Civile?
Non è semplice usare i tempi di ritorno per finalità di Protezione Civile, anche parlando di prevenzione sul territorio. Certo, i tempi di ritorno sono ancora utili per la realizzazione di opere idrauliche, ma non possiamo prevedere effettivamente quanta pioggia cadrà, perché non abbiamo gli strumenti adatti. Immaginiamo un'alluvione che c'è stata nel 1905 o nel 1910: in quei casi non possiamo certo estrapolare i dati da immagini satellitari. Inoltre non possiamo tenere conto di quanto un territorio si sia effettivamente trasformato nel corso del tempo. Uno stesso evento di piena nel 1950 o nel 2011 può avere conseguenze diverse, anche se ha una forzante simile, perché può esserci una diversa conformazione del territorio: gli argini di un fiume possono essere più stretti, ad esempio. Dobbiamo analizzare molti dati, compresi quelli sulla manutenzione delle campagne. Parliamo di tanti fattori che, sommandosi, vanno a far perdere alla semplice statistica il suo significato. Anche riuscendo a prevedere con precisione un evento frontale, la stessa pioggia su un territorio molto vasto può colpire vulnerabilità diverse e causare pericoli diversi.

In Italia dopo l'alluvione di Firenze del '66 è iniziato un percorso normativo fondamentale, ma i nostri territori continuano ad avere una combinazione di tutti i tipi di rischi, oltre a un tessuto edilizio fragile e a un'alta vulnerabilità territoriale. Lo strumento dei tempi di ritorno in questo caso evidenzia la sua debolezza nelle zone dove ci sono pochi dati – per esempio nella zone del Mezzogiorno, dove la mappatura delle aree allagabili è molto meno densa rispetto al Nord Italia. 

Facciamo un esempio. In Piemonte, nell'Alessandrino, il 13 ottobre del 2014 è avvenuta una piena eccezionale, con un tempo di ritorno stimato di 200 anni; quest'anno, sempre nell'Alessandrino, il 21 ottobre è stata registrata una piena con un tempo di ritorno stimato di circa 100 anni. Come vanno letti questi dati?
Questo è il caso tipico, l'esempio classico, in cui le previsioni dei tempi di ritorno si sono rilevate sbagliate. Ma esiste anche l'esempio opposto: piena del fiume Tevere, anno 1937; tempo di ritorno stimato: 20 anni. Anche in questo la previsione è stata sbagliata, perché tutt'oggi, quasi cento anni dopo, una tale piena non si è ancora ripetuta. Quindi l'indicazione data da queste statistiche non è più corretta, o forse non lo è mai stata. Per analizzare questi dati dobbiamo tener conto di tutte le variabili in gioco. Ma cosa è cambiato? Il suolo? Le infrastrutture? Il clima? Anche la crisi climatica potrebbe aver modificato tutti i parametri.

Il clima quindi sta effettivamente cambiando?
La crisi climatica esiste. Ci sono delle prove a livello globale e anche a livello regionale. Come Regione Umbria avevamo fatto uno studio sulla disponibilità di risorse idriche e idropotabili in relazione ai cambiamenti climatici. Il trend è stato evidente: negli ultimi 20 anni qualcosa è cambiato. Quanto è cambiato? È difficile da dire. Non abbiamo gli strumenti per poterlo calcolare, ma l'impatto di questi fenomeni cresce in forza e frequenza. 

Giovanni Peparello