(Fonte foto: Mezzaluna Rossa palestinese. Tutte le foto di questo articolo provengono dal profilo Twitter @PalestineRCS, della Mezzaluna Rossa palestinese)

Gaza, da inizio conflitto uccisi 18 volontari: "Violenza senza precedenti"

Tommaso Della Longa, portavoce della Federazione Internazionale della Croce Rossa, ci ha raccontato le condizioni terribili della Striscia di Gaza

Dopo mesi dall’inizio del conflitto in Palestina, ieri il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiede il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi, con quattordici voti a favore, nessun contrario e un solo astenuto, gli Stati Uniti. Poche ore prima che venisse raggiunto questo accordo, veniva ucciso un altro volontario della Mezzaluna Rossa palestinese, il diciottesimo dall’inizio di questo conflitto.

“Ogni attacco agli operatori sanitari, alle ambulanze e alle strutture mediche è inaccettabile”, ha scritto la Federazione Internazionale della Croce Rossa in un tweet, comunicando la notizia della morte di Ameer Sobhi Abu Aysha, 23 anni, ucciso mentre lavorava all’ospedale Al-Amal, a Khan Yunis. In queste ore in cui finalmente sembra possibile poter immaginare il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi, non bisogna dimenticare che le operazioni umanitarie di associazioni come la Croce Rossa sono essenziali per la vita delle persone. Ne abbiamo parlato con Tommaso Della Longa, Portavoce della Federazione Internazionale di Croce Rossa, che ci ha raccontato delle terribili condizioni a cui sono sottoposti i civili e gli operatori sanitari negli ultimi mesi.


In che condizioni si trovano i volontari e i soccorritori della Croce Rossa?
La situazione è molto difficile. Dall’inizio del conflitto abbiamo già perso 18 colleghi, 15 della Mezzaluna Rossa palestinese e 3 della Stella di Davide Rossa israeliana: questi numeri sono il simbolo del livello di violenza raggiunto dal conflitto. Neanche gli operatori umanitari, i volontari, le ambulanze e gli ospedali hanno il rispetto e la protezione che dovrebbero avere secondo le leggi internazionali. Ricordiamo che non è solo un obbligo morale difendere i soccorritori, ma è anche e soprattutto un obbligo legale – che tutte le parti in conflitto dovrebbero rispettare. Purtroppo questo non sta avvenendo. Viviamo una situazione drammatica, in cui il black out delle comunicazioni sta andando avanti da giorni. 

Quali sono i mezzi a disposizione della Mezzaluna Rossa palestinese?
La Mezzaluna Rossa palestinese gestisce i servizi di emergenza, cioè sostanzialmente le ambulanze, sia in Cisgiordania che nella striscia di Gaza. Ha inoltre una serie di cliniche mobili, e poi aveva – e già usare il passato è scioccante – due ospedali, di cui uno era a Gaza City. Quell’ospedale è stato chiuso alcuni mesi fa per mancanza di accesso, per mancanza di sicurezza e per mancanza di medicine, ma anche perché nell’area circostante si continuava a combattere. L’ultimo ospedale è stato invece di fatto chiuso l'altro ieri [il 24 marzo, ndr], dopo quest’ultimo attacco in cui il nostro collega è stato ucciso. I combattimenti sono andati avanti nell’area circostante, finché l’ospedale non ha smesso di funzionare. E questo è molto preoccupante, perché ogni volta che un ospedale smette di funzionare significa che migliaia di persone non hanno più accesso alle cure mediche. 



In che modo riuscite a ricevere informazioni dai volontari?
Non riusciamo quasi a parlare con i nostri colleghi di Gaza. Se e quando riusciamo a contattarli, non sappiamo mai se riceveremo una notizia tragica. Le comunicazioni vanno avanti per la maggior parte grazie ai collegamenti VHF – cioè via radio. I collegamenti arrivano a Rafah, subito dopo il confine. Da lì, attraverso i colleghi della centrale operativa di Ramallah, riceviamo informazioni fino a Ginevra. A volte i cellulari funzionano, ma molto raramente, soprattutto nella zona di Rafah, verso sud. Anche questo tipo di collegamenti però ha i suoi limiti: proprio ieri anche le linee VHF sono state oscurate. Tuttora riceviamo notizie molto frammentarie, per cui sappiamo soltanto che un nostro collega è stato ucciso, e che anche una delle persone che avevano cercato rifugio all’interno dell’ospedale è stata uccisa, ma non siamo a conoscenza dell’esatta entità degli avvenimenti. Questo ovviamente è un grande problema anche dal punto di vista operativo, perché senza avere informazioni dirette è difficile pianificare gli interventi. La situazione a Gaza è disperata e catastrofica: non c’è alcun posto né alcun accesso sicuro. E, senza sicurezza, non esiste azione umanitaria. 

In questo contesto, come riescono i volontari della Mezzaluna Rossa a compiere il loro lavoro?
Prima di tutto, quando parliamo dei colleghi della Mezzaluna Rossa palestinese dobbiamo parlare anche dei medici e degli infermieri che sono a Gaza, che per me sono dei veri e propri eroi. Noi abbiamo dei protocolli che sono stati pensati prima di questa crisi, ma drammaticamente i volontari della Mezzaluna Rossa palestinesi e della Stella di Davide Rossa israeliana hanno una grande esperienza in contesti simili, perché purtroppo questa situazione va avanti da tempo, non è nata negli ultimi mesi. Detto questo, riusciamo ad andare avanti anche grazie ai colleghi del Comitato Internazionale di Croce Rossa. Bisogna sapere che la famiglia della Croce Rossa è formata da tre componenti: uno è rappresentato dalle società nazionali – in questo caso la Mezzaluna Rossa palestinese, un altro siamo noi, la Federazione Internazionale di Croce Rossa, che è l’organizzazione internazionale che fa da ombrello a tutte le società nazionali del mondo, e il terzo è il Comitato Internazionale di Croce Rossa, che si occupa delle zone di guerre e delle negoziazioni. Il Comitato Internazionale tenta, in casi come questo, di instaurare un dialogo aperto tra le parti per coordinare i vari interventi. In una situazione normale quando si coordina un intervento ci si aspetta che i volontari e le ambulanze non vengano prese di mira. Purtroppo, come abbiamo visto negli ultimi mesi, questo non avviene sempre. D’altra parte ci sono anche i casi in cui i volontari vengono chiamati in caso di bisogno per soccorrere feriti, e in più di un’occasione i nostri colleghi semplicemente salgono sulle ambulanze e partono, cercando di salvare vite in condizioni estreme. E qui torniamo a parlare del loro eroismo, che abbiamo avuto modo di vedere anche in tantissimi video, che sinceramente sono anche scioccanti. Questo è il meccanismo con cui funzionano le ambulanze e i convogli umanitari, un meccanismo che però negli ultimi mesi ha mostrato dei limiti evidenti, perché senza un accordo tra le parti non c’è nemmeno possibilità di accesso. In questo momento il nord della Striscia di Gaza è completamente inaccessibile: questo significa che migliaia di persone non riescono a ricevere cibo, cure e assistenza. 

Era già capitato altre volte che i volontari venissero presi di mira durante un conflitto?
È già successo, ma il livello che è stato raggiunto in questo contesto non lo avevamo mai visto: nell’intera Striscia di Gaza non c’è un posto sicuro, il nord di Gaza praticamente non esiste più, il sistema sanitario è collassato, acqua e cibo sono quasi impossibili da trovare. Purtroppo la Mezzaluna Rossa palestinese ha pagato un tributo di sangue anche nei conflitti precedenti. Era già successo più di una volta che le ambulanze della Mezzaluna Rossa palestinese venissero prese di mira, anche se non con questi numeri. Se però il livello di questa violenza è senza precedenti, eventi di questo tipo sono già avvenuti e stanno avvenendo tuttora in altre situazioni e in altri conflitti. Il Diritto Internazionale Umanitario è stato scritto per dare speranza e luce durante i momenti più bui, cioè nei conflitti. Purtroppo però stiamo vedendo in più di un’occasione che queste regole non vengono più rispettate. E, se l’uccisione di volontari e colleghi è un evento scioccante, non avere più un’ambulanza e non avere più un ospedale significa che se qualcuno avrà bisogno di aiuto non avrà più nessuno a cui possa chiederlo. Nella Striscia di Gaza, al netto dei feriti di guerra, non si può avere accesso all’insulina, alla dialisi, alla chemioterapia e via dicendo. Questo fa la differenza tra la vita e la morte per migliaia persone che hanno un diritto fondamentale: l’accesso all’acqua, al cibo e alle cure mediche. Questo è un diritto sancito, ma nella Striscia di Gaza non è così.

Cosa possono fare i volontari ma anche i cittadini italiani in generale per aiutare le persone di Gaza?
La Croce Rossa Italiana sta già facendo quello che può, supportando i volontari della Mezzaluna Rossa palestinese con raccolte fondi ma anche con beni che sono stati coordinati con le istituzioni. Proprio in questi giorni sono entrate dentro Gaza svariate tonnellate di farina – farina che è diventata pane. Noi in questi casi diciamo sempre che il supporto economico e diretto ai nostri attori locali è il modo più veloce e più efficiente per aiutarli, a Gaza come in qualunque angolo del mondo. Quindi in questo caso la richiesta sarebbe quella di supportare i nostri apparati di emergenza, disponibili sul nostro sito internet, o anche di cercare direttamente quelli della Mezzaluna Rossa palestinese, dove è disponibile la loro raccolta fondi, continuando ad aiutare i colleghi palestinesi. Un’altra cosa che ci viene detta è di non smettere di parlare di Gaza. Perché ciò che sta succedendo a Gaza porterà dei bisogni umanitari immensi, non per le prossime settimane e nei prossimi mesi ma negli anni che verranno. Ci sarà bisogno di mantenere il supporto alla popolazione di Gaza da parte della comunità internazionale.



Come valuta la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, nella quale si chiede il cessate il fuoco, il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi e la garanzia dell’accesso umanitario?
La decisione del Consiglio di Sicurezza è molto importante. Dobbiamo considerare positivamente ogni sforzo diplomatico che miri ad arrivare a una soluzione sostenibile, con il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. La vera questione però sarà capire come questa risoluzione sarà implementata sul terreno. Perché le persone di Gaza, gli ostaggi e i familiari degli ostaggi non hanno più tempo. Sembra un cliché, ma davvero non hanno più tempo: il limite è stato già oltrepassato, come ci mostrano i fatti. Parliamo di bambini che muoiono di fame, con livelli di malnutrizione catastrofici, inimmaginabili nel 2024. Parliamo di migliaia di persone senza accesso alle cure mediche, parliamo di ostaggi che devono essere riuniti ai loro familiari. Ma parliamo anche di aiuti umanitari che non riescono a entrare, oppure che entrano con il contagocce. C’è bisogno di un’azione immediata. Perché la più grande frustrazione, quando sentiamo i nostri colleghi palestinesi, è sentirci dire: “Noi sappiamo come salvare vite, sappiamo come alleviare la sofferenza, ma non abbiamo le possibilità e l’accesso per farlo”. Noi ora dobbiamo dare loro i mezzi, dobbiamo fermare il conflitto. Per cui la speranza è che le parti riescano a implementare la risoluzione Onu, in modo da raggiungere una soluzione sia nel medio che nel lungo periodo.

Giovanni Peparello