Il terremoto in Centro Italia, due anni dopo


Quello del 30 ottobre 2016 è stato il sisma più forte dopo l'Irpinia. Migliaia di cantieri ancora aperti, ma la gente ha abbandonato le montagne e la politica chiede strumenti per semplificare la ricostruzione  

Sono ormai passati due anni da quel 30 ottobre. Un giorno lungo, lunghissimo. Seguito da altri giorni difficili e preceduto da giorni altrettanto drammatici. Dalle ore 7 e 40 di quella mattina d'autunno i giorni sono diventati settimane, poi mesi. Ventiquattro, per l'esattezza. E con lo spettro (e le macerie e i morti) di un altro terremoto alle spalle, quello del 24 agosto.

Un centro Italia martiorato e vessato, inginocchiato ma non distrutto.
Non nello spazio più profondo dell'anima, almeno. Perché quella scossa di magnitudo momento 6.5, percepita in gran parte della penisola, alla fine è stata la più forte in Italia dal sisma dell'Irpinia del 1980.

Oggi nelle Marche ci sono ancora più di 1.500 cantieri aperti, sia nel pubblico che nel privato, per la ricostruzione degli edifici, delle attività produttive e delle infrastrutture. Sono al lavoro per restituire alle popolazioni gli spazi e le condizioni che stanno consentendo di tornare nei territori di appartenenza.

«A due anni dal sisma si sta concludendo lo stato di emergenza, previsto fino a dicembre e che probabilmente verrà prorogato. La Regione ha ora lo sguardo rivolto alla ricostruzione» spiega il governatore Luca Ceriscioli.

Su un totale di 348 milioni di contributi assegnati alle quattro Regioni terremotate, le Marche hanno assunto impegni finanziari per 240 milioni di euro. «Quella delle Marche è stata un'emergenza di carattere eccezionale» aggiunge Ceriscioli, ricordando che ha coinvolto un terzo del territorio. Delocalizzazione delle attività produttive (322 cantieri aperti) e edilizia scolastica sono ritenuti i fattori che favoriscono il ritorno delle popolazioni. Ma secondo il governatore «servono strumenti per semplificate la ricostruzione».

Stamani, alle 7 e 41, anche Norcia si è fermata. Raccolta in un momento di riflessione e preghiera in piazza San Benedetto, per ricordare il 30 ottobre. Sono stati i monaci benedettini a guidare con i loro canti il raccoglimento sotto una pioggia battente. Il priore padre Benedetto Nivakoff e l'intera comunità religiosa, insieme al sindaco Nicola Alemanno, alla presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, al vicario generale della diocesi Spoleto-Norcia, monsignor Luigi Piccioli, e alcuni cittadini che hanno voluto essere presenti al toccante momento, si sono riuniti sotto la statua del santo, al cospetto della facciata ingabbiata della Basilica.

Ricordare è importante. Anzi, fondamentale.
Ma importanti sono anche i numeri che riporta oggi La Stampa: "riparate lo 0,5% delle case inagibili, quasi 3mila persone hanno abbandonato la montagna e mancano ancora il 90% delle domande per la ricostruzione mentre la politica sta affrontando l'ennesima modifica alle regole". Nell'articolo si legge che «sono rimaste ferme per mancanza dei requisiti, per confusione rispetto a una normativa che ha quasi settanta ordinanze all’attivo e che ancora è materia di discussione in un decreto che sta modificando ulteriormente le richieste e le misure necessarie». Per non dimenticare, appunto.