(Fonte foto: profilo Twitter @crocerossa)

Incendi in Sardegna: cosa è mancato nella prevenzione?

Per gestire meglio altri eventi simili in futuro, bisogna migliorare sulla prevenzione del rischio. Ne abbiamo parlato con Davide Ascoli, scienziato forestale, e Giuseppe Mariano Delogu, ex Corpo Forestale Regionale

Venerdì 23 luglio 2021, a causa di un incidente stradale, un veicolo ha preso fuoco nell’Oristanese, in Sardegna. Da questo innesco casuale, imprevedibile, in poco tempo è scaturito un incendio che in tre giorni ha bruciato più di 20.000 ettari di territorio, portando all’evacuazione di più di 1.500 persone. La macchina della Protezione Civile si è attivata immediatamente, ma nonostante la vasta flotta di canadair e il dispiegamento degli operatori sul campo le fiamme sono state impossibili da domare.

La Sardegna non è nuova a questo tipo di eventi, ma la portata dell’incendio e il contesto storico-climatico in cui sta avvenendo invitano a riflettere su alcuni aspetti. Innanzitutto: perché si sviluppano incendi di questo tipo? Perché, nonostante il dispiegamento di forze, una volta che si sono innescati non riusciamo a contrastarli? E infine: se sappiamo che storicamente questo territorio è incline agli incendi, perché non riusciamo a prevenirli? Le risposte a queste domande non possono essere fornite solo dai meccanismi di protezione civile, perché riguardano anche lo studio della vegetazione e l’analisi del clima - e sono direttamente correlate alle dinamiche umane del territorio. Per questo motivo ne abbiamo parlato con il dottor Davide Ascoli, scienziato forestale e professore presso l’Università di Torino, e con Giuseppe Mariano Delogu, ex Corpo Forestale della Sardegna, esperto del territorio e delle dinamiche di lotta agli incendi, ora professore presso l’Università di Sassari. Per immaginare un futuro in cui gli incendi in Sardegna possano essere contrastati più facilmente. Nonostante la crisi climatica.

Cause particolari e cause generali
Secondo Davide Ascoli dell’Università di Torino, le ragioni degli incendi che stanno colpendo la Sardegna stanno nel fatto che quello dell'isola “è un territorio unico, uno dei meno antropizzati, con grande estensione di superfici agricole e pascoli, con molte aree naturali”. “Per fare un confronto”, prosegue Ascoli, “prendiamo l’esempio dell’incendio intorno al Vesuvio nel 2017: in quell’occasione le fiamme bruciarono tutto il parco, ma non poterono andare oltre perché non c’era altro da bruciare. In Sardegna questo non è possibile, quindi un incendio può benissimo superare i 20.000 ettari e diventare il più esteso degli ultimi 40 anni. La Sardegna inoltre è esposta a condizioni climatiche particolari. Attualmente c’è un quadro meteorologico di bassa pressione che riguarda tutto il centro Europa, con un cuneo di caldo che arriva dal Sahara e staziona nella costa ovest della Sardegna. In più, geograficamente l’area mediterranea è composta da arbusti molto infiammabili che connettono campi, pascoli e foreste. La Sardegna, come paesaggio e infiammabilità della vegetazione, è simile all’Australia, che è stata di recente teatro di incendi spaventosi. In entrambi i territori alcune piante sono facilmente infiammabili, e utilizzano il fuoco come strategia di competizione con altre specie. La vegetazione è altamente resiliente: fra un anno magari in alcune zone non ci si accorgerà nemmeno che c’è stato un incendio di questa portata. Erba, arbusti e alberi ricresceranno, e il problema rimarrà tutto sulle attività umane e le infrastrutture sensibili. A tutto questi fattori va aggiunto che stiamo vivendo in una fase particolare. La Sardegna non solo oggi ha un territorio che si è rimboschito e inselvatichito, ma sta subendo anche le conseguenze del cambiamento climatico in atto. Il 23 luglio a queste cause generali si è unito l’innesco dell’incendio. Tutto questo è difficile da governare. Chiaramente dobbiamo adattarci a ripensare e risolvere il fenomeno: non è sufficiente dispiegare flotte aeree e operatori in campo”. Anche perché le cause degli incendi arrivano da molto lontano.

Il caso sardo nel contesto mondiale 
La catastrofe sarda di questi giorni è avvenuta in un momento particolare: di fronte alle immagini delle lingue di fuoco che avanzano incontrastrate, non possiamo non pensare a ciò che è accaduto in Canada a inizio luglio 2021, con un’ondata di calore che ha raggiunto i 49,6° C, causando la morte di 486 persone in soli cinque giorni e distruggendo quasi del tutto la cittadina di Lytton. E secondo Davide Ascoli, ci sono dei tratti in comune tra i due eventi - oltre che con altri eventi climatici estremi dell'ultimo mese. Secondo Ascoli, “sia per quanto riguarda il Canada che la Germania, negli ultimi due mesi si è parlato molto del rallentamento della corrente a getto, che è una corrente d’aria molto veloce. Se rallenta, invece di avere una corrente come un fiume che va dritto, abbiamo un fiume che si allarga e si espande, da cui si staccano delle anse di alta e bassa pressione che agiscono sui territori. E in alcuni territori sono sempre più presenti situazioni di blocco atmosferico: in Canada alta pressione, in Germania bassa pressione, in Sardegna bassa pressione che sta ristagnando. E quindi la bassa pressione in centro Europa è collegabile alla stessa causa dell’ondata di calore che c’è stata in Canada. Magari in un’altra situazione la cellula di bassa pressione si sarebbe spostata, ma il suo persistere ha reso la vegetazione sempre più secca e l’aria sempre più calda”.


Lo storico del territorio: analisi degli incendi ciclici
Montiferru ha già conosciuto fenomeni di questo tipo”, specifica Giuseppe Mariano Delogu, ex Corpo Forestale Regionale della Sardegna, “già nel 1983 e nel 1994, dove io sono stato direttore delle operazioni di estinzione. Mi ricordo che fu una bonifica molto difficile. Il territorio dopo il 1994 non ha più avuto azioni di silvicultura significative: è stato sì oggetto di molti approfondimenti e divulgazioni ambientali ma non ha subito alcun lavoro di motosega, che ha lasciato un bosco particolarmente denso. E così quest’anno a Montiferru l’incendio ha colpito con particolare virulenza. Nel 1983 erano stati bruciati 5.000 ettari, nel 1994 7.500, mentre questa volta in soli tre giorni sono stati bruciati più del doppio - ma manca ancora una cartografia esatta e definitiva. Da questi dati capiamo che l’incendio si sta manifestando con una certa ciclicità, cioè con un regime di incendio di 12-15 anni. Per quanto riguarda l’incendio sul Monte Arci, già nel 2009 c’era stata un’analoga superficie bruciata. C’è da dire che il nostro territorio è storicamente particolarmente infiammabile, con capacità biologiche di ricostituirsi. Addirittura alcuni studi dei sedimenti degli strati lacustri litorali in Sardegna mostrano come già 8.000 anni fa, quindi prima dell’età del bronzo, il fuoco avesse una grande presenza sul territorio. Non è una novità quindi che il fuoco si manifesti così - la novità è che vada a colpire situazioni che hanno un certo peso anche per la risposta culturale delle persone”.


(Fonte foto: profilo Twitter Viminale)

La perdita di consapevolezza del territorio
Secondo Delogu, una parte della popolazione e il territorio non sono preparati a fronteggiare questo tipo di emergenze. Non tutti hanno una chiara percezione del rischio. “C’è un po’ la tendenza ad aspettare che arrivi la Protezione Civile a salvarci. Ma se manca la preparazione, non basta aspettare che arrivi il canadair e che spenga tutto. Un esempio di questo comportamento per me è quello dei fusti di birra che abbiamo visto in alcune immagini, completamente bruciati, ma che erano stati posati sopra molti strati di fieno secco. Oppure a Nuoro nel 2007 c’era stato il caso di un deposito di vernici plastiche che confinava con l’aperta campagna, attaccato agli arbusti. Questi sono tutti casi di una mancata percezione del rischio, che dipendono anche dal fatto che qui il verde viene sempre percepito come qualcosa di bello che non può costituire un pericolo. E questo è un problema, perché di fatto costituisce un pericolo”. Non è oggi che nasce il problema, ma è oggi che esiste un problema strutturale nel nostro territorio.

Spegnere oggi gli incendi che avverranno tra vent’anni
In un articolo scritto di recente, Delogu ha parlato del fatto che gli incendi di oggi andavano spenti "vent’anni prima" - intendendo con questo che, siccome l’incendio è un evento complesso, “spegnere un incendio 'venti anni prima' significa costruire un territorio autoprotetto”. Evidentemente, per gli incendi di Montiferru e Santu Lussurgiu, vent’anni fa qualcosa è mancato. Ma oggi come facciamo a spegnere gli incendi che avverranno tra vent’anni? Come facciamo a costruire un territorio autoprotetto per il futuro? “Dobbiamo sfruttare e migliorare gli strumenti giuridici esistenti”, afferma Giuseppe Mariano Delogu. “Ho ben presente il Testo Unico Forestale, che consente una pianificazione territoriale forestale, paesaggio per paesaggio, montagna per montagna, comune per comune, sulla base della morfologia del territorio. Possiamo sfruttare queste informazioni anche per creare simulazioni di nuovi incendi per trovare le linee di propagazione del fuoco - per esempio, come dicevo, l’incendio di Montiferru si è propagato per tre volte nella stessa direzione. Dobbiamo trovare i punti critici nei quali il fuoco può cambiare comportamento. Per esempio nel bosco si può fare silvicultura, mentre nei pascoli possono essere fatti pascolamenti intensivi per avere meno fieno secco nelle zone che possono diventare problematiche. Per esempio nel mese di maggio di quest’anno è stata fatta un’operazione con fuoco di contenimento in un’area dove c’era un carico di fieno secco di 7 tonnellate per ettaro, che in caso di incendio comporterebbe fiamme alte fino a 10-15 metri, ai limiti della controllabilità aerea. In una situazione del genere anche utilizzando il pascolamento di pecore o capre possiamo portare queste 7 tonnellate per ettaro a 2 per ettaro, per rendendo il territorio più resistente. In questo caso le normative vigenti non aiutano molto. Per esempio c’è la Legge 353 del 21 novembre 2000, la Legge Quadro in Materia di Incendi Boschivi, che ha introdotto il generico divieto di pascolo per 5 anni dopo il passaggio del fuoco. Secondo me questa legge non andrebbe eliminata ma almeno temperata, perché il pascolo può anche portare beneficio al territorio. Forse sarebbe meglio vietare il pascolo fino alla piena ricostituzione, che può avvenire anche in 2 anni. Oltretutto, spesso si pensa che il pastore sia responsabile in qualche modo degli incendi. No, sono assolutamente contrario a questa visione. Gli incendi controllati, quando venivano usati, avvenivano sempre a fine settembre, anche perché il fieno è alimento delle greggi vaganti tra luglio e agosto”. E anzi oggi i pastori e gli agricoltori sardi possono essere il primo presidio per combattere gli incendi.


L’esempio della Catalogna
E proprio in proposito di pastori e agricoltori, secondo Delogu è possibile organizzare un tipo di lavoro da compiere sul territorio per integrare la gestione del territorio e l’economia, con vantaggi per tutti: “In Catalogna per esempio usano pecore e capre come greggi antincendio per i pascolamenti intensivi di cui parlavo, e producono anche latte e formaggio con la loro etichetta. Invece per quanto riguarda le fasce taglia fuoco, che possono avere alti costi di manutenzione, in Catalogna utilizzano dei vigneti, che oltre a proteggere dal fuoco producono anche del vino. Questo tipo di azione predittiva per me è fondamentale perché non solo integra economia e concetto di protezione del territorio, ma riconosce un ruolo di agente protettivo al pastore, all’agricoltore e al contadino”. L'esempio della Catalogna, citato da Delogu, è particolarmente calzante perché i due territori hanno molti aspetti in comune, sebbene “in Sardegna abbiamo un vantaggio in più rispetto alla Catalogna”, sottolinea l'ex Forestale, “che dopo il franchismo ha conosciuto un’improvvisa urbanizzazione, con un fortissimo sviluppo edilizio e turistico lungo le coste. Al posto delle coltivazioni abbandonate si sono subito insediati boschi di pino domestico, pino d'Aleppo e pino marittimo, assolutamente disponibili alle fiamme. E infatti negli anni scorsi hanno avuto incendi fino a 10mila ettari. La Sardegna invece è una regione più mosaicata, ma si sta impoverendo, e i figli degli agricoltori si stanno trasferendo nelle città. Dobbiamo impedire che le campagne si svuotino, anche per mantenere l’uso di una cultura della gestione del fuoco e del territorio che stiamo perdendo. Dopo un secolo di criminalizzazione, il maneggio del fuoco avviene ora in modo clandestino e poco controllato: io dico che invece dobbiamo riportare il maneggio del fuoco a livello legale. Rendendolo nuovamente ciò che è sempre stato: una forza della natura che può aiutare a gestire l’ambiente”. 

Muoversi tutti insieme come cittadinanza
Agire con politiche del territorio
, combattere lo spopolamento e il rimboschimento delle campagne: sono tutte risposte che ritornano quando si pensa a come combattere situazioni simili in zone diverse, come la Sicilia desertificata, o situazioni diverse in contesti simili, come le periodiche invasioni di cavallette che funestano le campagne sarde. E in ogni territorio qualcosa si sta muovendo.
“Sono a conoscenza di molte iniziative locali con piccoli comuni che stanno facendo comunità energetiche tra loro, invece che campi eolici giganteschi”, afferma Delogu. “Sarebbe importante spingere le persone ad andare ad abitarci, anche per favorire la crescita culturale di cui parlavo. Ma con il Pnrr molti fondi inizialmente destinati alle foreste sono stati ridotti o dirottati verso le foreste urbane. Per me le foreste urbane sono una componente importante, ma credo che sarebbe utile tornare a occupare le campagne, anche per contrastare il rischio idraulico, idrogeologico e di incendio. Il 40% della superficie in Italia è forestale, e con relativamente pochi fondi si potrebbe gestire meglio una grande parte del territorio. Altrimenti, con il cambiamento climatico e l’aumento degli eventi climatici estremi, per i prossimi anni saremo sempre qui a parlare di ciò che accade e non può essere evitato”. 

Giovanni Peparello