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La crisi climatica colpisce le coste italiane. Il progetto AdriaClim vuole salvarle

Il Mediterraneo è una delle zone più a rischio al mondo e quasi 300 km di costa adriatica rischia l’inondazione entro il 2100

Pochi giorni fa l’International panel of climate change (IPCC) dell’ONU ha pubblicato il nuovo rapporto che raccoglie gli ultimi dati e le informazioni tecniche e scientifiche a disposizione sul tema del cambiamento climatico al fine di realizzare degli scenari di rischio quanto più possibile accurati per l’immediato futuro. Ciò che emerge non ci è nuovo: già il rapporto precedente, che risale ad agosto 2021, aveva evidenziato un quadro sempre più allarmante, soprattutto per quanto riguarda le nostre coste. Il nuovo rapporto identifica come una delle aree più colpite al mondo dagli effetti del cambiamento climatico proprio l’Europa Meridionale e in particolare tutto il mar Mediterraneo, Italia inclusa.

Cosa sta succedendo al Mediterraneo?
Il livello del mare si alza sempre più velocemente, il ph si abbassa e rende l’acqua acida, mentre la temperatura cresce senza controllo. Le conseguenze sono gravi e già evidenti: dai danni ad agricoltura e pesca fino alla distruzione di interi ecosistemi marini, ma forse quello che ci tocca più da vicino è il rischio di sommersione di migliaia di chilometri quadrati di aree costiere in tutta Italia, prima tra tutte quella che va dalla Pianura Padana fino alla laguna veneta. Dati alla mano, IPCC ed ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile) parlano di aumenti che vanno dai 60 cm al metro e mezzo nei prossimi 80 anni in tutte le regioni italiane bagnate dal mare, se non verranno adottate immediatamente delle misure di mitigazione del fenomeno e di adattamento al cambiamento per contenere i danni dell’ingressione marina.

Come possiamo fermare il fenomeno?
Premesso che il processo di innalzamento del livello del mare, così come il cambiamento climatico nel suo complesso, è ormai inarrestabile, alla luce dei recenti dati è quanto mai prioritario adottare delle misure specifiche per ridurre al minimo gli effetti, già visibili, sul territorio e proteggere le comunità costiere dal pericolo di inondazione a cui saranno sempre più esposte negli anni a venire. Il primo passo dovrebbe essere quello di combattere il problema alla radice, riducendo le emissioni dei gas serra e scegliendo uno stile di vita più sostenibile al fine di non gravare ulteriormente sul processo di riscaldamento globale. L’aumento delle temperature innesca un meccanismo a catena di scioglimento dei ghiacciai, e in particolare delle calotte glaciali che rivestono Groenlandia e Antartide, per il quale l’acqua dolce disciolta va a immettersi negli oceani, alzando la temperatura e il livello medio dei mari e modificando le correnti oceaniche che influenzano il clima. Purtroppo però non si tratta dell’unico effetto diretto del riscaldamento globale sul livello del mare, infatti l’acqua, come tutti i liquidi, quando si scalda cresce di volume, e tale espansione ha determinato circa la metà dell’aumento avvenuto negli ultimi 25 anni. Il Mediterraneo in particolare mostra una tendenza al riscaldamento molto maggiore rispetto a quella globale, che ha portato dagli anni 80 a un aumento della temperatura di circa 1,5 gradi centigradi, interessando anche gli strati profondi.

La riduzione delle emissioni è imprescindibile per rallentare il fenomeno, ma non sopperisce alla necessità di mettere in atto a livello locale misure di mitigazione e riduzione degli inevitabili danni sul territorio. Sul Mediterraneo sono attivi diversi progetti internazionali, finanziati dall’Unione Europea, con lo scopo di fronteggiare l’emergenza climatica in atto lavorando in sinergia su fronti comuni e adottando soluzioni condivise. Tra questi spiccano MPA Engage per la tutela degli ecosistemi marini e il monitoraggio degli effetti del cambiamento climatico sulle aree protette del Mediterraneo, e AdriaClim che si occupa invece dei rischi che riguardano le aree costiere dell’Adriatico.

Il progetto AdriaClim per salvare le coste dell’Adriatico
Secondo la stima di ENEA la prima e più estesa zona costiera italiana a rischiare di essere sommersa dal mare entro la fine del secolo è la pianura padano-veneta, da cui deriva la maggiore necessità di un continuo lavoro di monitoraggio sulla costa adriatica e l’attuazione sin da ora di strategie mirate di resilienza e adattamento. Il progetto europeo AdriaClim di collaborazione tra Italia e Croazia si inserisce proprio all’interno di questa prospettiva con lo scopo di migliorare le conoscenze e la disponibilità di dati sugli effetti del cambiamento climatico sulla costa dell’Adriatico e sviluppare nuove strategie di adattamento condivise tra i Paesi maggiormente colpiti da questa problematica.

“La costa dell’Adriatico è una costa molto bassa” spiega Andrea Valentini, referente Arpae del progetto, “perciò è particolarmente esposta al pericolo di inondazione ed erosione costiera.” Arpae, l’Agenzia regionale per la prevenzione, l'ambiente e l'energia dell´Emilia-Romagna è capofila del progetto e lavora insieme ad altri 18 partner tra enti istituzionali di ricerca e strutture amministrative di Italia e Croazia per sviluppare nuove strategie e piani di adattamento regionali e locali, e potenziare la cooperazione sui sistemi di monitoraggio, migliorando e uniformando i dati a disposizione.
 
La principale componente di AdriaClim è di tipo tecnico e riguarda la ricerca, spiega Valentini: “stiamo lavorando sull’implementazione di modelli accoppiati atmosfera-oceano-onde-fiumi per creare e fornire informazioni ad alta risoluzione che al momento non ci sono”. Il valore di innovazione del progetto risiede nell’individuazione di indicatori climatici locali e specifici per i fenomeni a piccola scala, che possano essere utilizzati da amministratori e decisori politici per lo sviluppo di piani di adattamento al cambiamento climatico. “E’ la nuova frontiera delle proiezioni climatiche, c’è sempre un grado di incertezza dato dalla risoluzione spaziale molto ampia, ma l’obiettivo è produrre informazioni capillari e precise per aiutare i comuni e le amministrazioni locali nella pianificazione.” aggiunge Valentini.

Accanto alla componente tecnico-scientifico c’è infatti anche quella di governance che ha lo scopo di mettere a disposizione dati omogenei e aggiornati utili alla pianificazione a livello comunale e regionale sia per la fascia costiera italiana che per quella croata. Per questo motivo una parte importante del lavoro di AdriaClim riguarda la piattaforma di accesso alle informazioni che devono essere facilmente rintracciabili e comprensibili dai pianificatori. Infine, il progetto lavora anche sul monitoraggio, potenziando e installando strumenti di misura. “Gli strumenti sono pochi” spiega Valentini “con AdriaClim stiamo cercando di riempire questo vuoto informativo.”

Prospettive future
Il rischio di inondazione a cui le nostre coste sono sempre più esposte a causa del cambiamento climatico rende quanto mai prioritario instaurare collaborazioni solide e durature non solo con i Paesi che affacciano sull’Adriatico, ma anche sul resto del Mediterraneo, per elaborare strategie di adattamento comuni e soluzioni condivise a un problema che riguarda tutti. “L’iter che porta all’approvazione di piani di adattamento è molto lungo” conclude Valentini “e spesso rischia di eccedere le tempistiche del singolo progetto, per questo motivo è importante lavorare su strategie condivise di approccio al problema che possono rappresentare una base per la pianificazione comunale e regionale a lungo termine”. Il rapporto 2021 pubblicato ieri da Ispra sottolinea un dato positivo relativo all'avanzamento delle coste italiane che sono in numero maggiore rispetto a quelle in arretramento grazie a politiche contro il dissesto. Un'ulteriore dimostrazione di come le strategie attualmente in atto per contrastare l'erosione costiera funzionino e diano dei buoni risultati già nel breve termine. Per questo è ancora più importante lavorare in questa direzione.

Margherita Venturi